CONVERSAZIONI A MILANO/ La crisi? Una straordinaria occasione per cambiare

Sono stati messi a nudo un individualismo e un corporativismo che vanno combattuti con la logica della solidarietà sussidiaria, spiega MAURIZIO CARVELLI. Questo è un momento di passaggio

13.06.2013 - Maurizio Carvelli
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Al via domani al Camplus Turro la seconda edizione de le Conversazioni a Milano. La fondazione per la Sussidiarietà e CEUR hanno affidato alla Direzione scientifica di Giulio Sapelli e Giorgio Vittadini questa Scuola di alta formazione su un tema di fondamentale importanza per il nostro futuro:“Quale crescita per l’Europa”.

La crisi è oggi la nota dominante su cui le nostre giornate sono ritmate, soprattutto quelle di chi ha responsabilità ultime nelle aziende. Il nostro pensiero ritorna continuamente sul punto che ci tormenta e ci interroga.

Reagire, progettare o programmare è fondamentale: una crisi è sempre una straordinaria occasione di cambiamento, come testimoniano tutte le esperienze umane, di successo o meno, perché sappiamo che in questi momenti si tira fuori il meglio che c’è in noi e di noi. Tutti noi, imprenditori o manager, sappiamo che c’è sempre un positivo, che è scritto dentro la realtà dei nostri cuori: questa positività impregna la cultura italiana e determina un approccio non ideologico e pregiudiziale a qualunque problematica.

Crisi e desiderio di un giudizio che aprisse e non chiudesse l’orizzonte mi hanno spinto a non accontentarmi delle analisi (ammesso che possano chiamarsi tali) che sono state scritte sulle ragioni della crisi sui mass media (che più si leggono meno convincono) anche perché molto spesso contraddittorie tra loro. È sotto gli occhi di tutti il cambiamento incredibile di opinione di tanti giornalisti, economisti o intellettuali che nel giro di qualche anno o addirittura mese, hanno scritto il contrario esatto di quanto avevano pomposamente sostenuto precedentemente, contraddicendo non solo il buon senso, ma qualche volta anche il decoro.

In alcuni casi imbarazzanti, hanno ammesso tra le righe verità che molti sospettavano e che pochi, veramente pochi, hanno avuto il coraggio di affermare.

Inoltre, per chi fa impresa, nel mio caso avendo come mission l’educazione degli studenti universitari, assieme ai direttori dei Camplus che hanno partecipato al corso di alta formazione da cui derivano i contenuti di questo libro, è fondamentale l’esigenza di comprendere il complesso quadro in cui si è innestata la crisi, direi nel caso degli imprenditori un’esigenza strategica.

Porre l’attenzione sui fattori macro economici, finanziari e politici; allargare lo sguardo sulle influenze filosofiche che hanno determinato l’assetto culturale e sociologico dei nostri tempi e che hanno creato l’alveo, l’humus su cui si è innestata la crisi è fondamentale per chi si occupa di strategia nel micro, perché collabora a definire realisticamente la sua visione sia del presente, sia del futuro.

“Conversazioni a Milano” nasce da questa esigenza che è stata sollevata durante un altro corso di alta formazione della Fondazione CEUR nel 2011, quando ad un certo punto un relatore espresse un concetto interessante che sintetizzava in modo straordinario una verità, disse che l’Italia non era più un paese fondato sul lavoro, ma sulla rendita.

Fu lanciata, come il classico sasso nello stagno, un’idea sintetica e non esaustiva, ma descrittiva della situazione non solo italiana, bensì mondiale, perchè la rendita può essere immobiliare o finanziaria ma può essere anche pesantemente burocratica, come in Italia.

Era solo una piccola provocazione, ma è stata sufficiente per stimolare la mia curiosità a capire di più, per scoprire cosa si potesse conoscere sotto la punta di un iceberg dove covano e si interrelano molteplici cause che pochi oggi hanno il coraggio, non solo di mettere insieme, ma semplicemente di indicare. Ed è stato quindi l’incontro con il Prof. Vittadini e il Prof Sapelli che ha dato corpo a questa curiosità e che si è tradotto nell’incontro con gli autori dei contributi qui riportati e pronunciati originariamente nelle giornate milanesi del giugno 2012.

Approfondire, solo per fare qualche esempio, che una delle più importanti cause della crisi sta nel cambiamento mondiale iniziato negli anni ‘70 della politica keynesiana, che è stata la cornice istituzionale economica di riferimento dei decenni precedenti, cambiamento con il quale si è rovesciato il rapporto strettissimo tra crescita economica reale e limitazione della circolazione monetaria a favore di un liberismo che ha sicuramente contribuito alla crescita economica considerevole di questi ultimi 40 anni, ma ha anche generato in sé i germi della crisi che ha condotto il sistema “all’infarto” cui stiamo assistendo.

O verificare come il nichilismo (“capitalismo tecno nichilista” secondo la definizione del prof Mauro Magatti) dilagante, il circuito potenza volontà di potenza è stato sì alla base della crescita economica, ma anche dell’incredibile indebitamento mondiale a tutti i livelli: famiglie, imprese, stati. Non è forse vero che questa etica dell’eccesso ha pervaso la nostra società, le nostre aziende e i nostri comportamenti?

Nel micro delle nostre giornate possiamo rilevarlo con il senno di poi, quando va bene.

È stato il prendere consapevolezza di una quantità di fattori economici, politici, storici, culturali, antropologici, filosofici che interconnessi fra loro non pretendono di spiegare esaurientemente tutto, ma forniscono una chiave di lettura convincente. Oggi non ci sono questioni sociali che non siano innanzitutto questioni morali.

I rischi della finanziarizzazione dell’economia, dello statalismo, del prevalere della rendita sul lavoro sono problemi di realismo, di ragionevolezza e di moralità prima che problemi sociali, strutturali e politici, nascono cioè da una questione antropologica come ha detto la Caritas in Veritate di Benedetto XVI.

È stato come il guardare in un vetrino la goccia di un materiale e rendersi conto che dentro convivono tantissimi microelementi che a occhio nudo non vedi, ma ci sono e danno ragione di quello stato. Per concludere un’annotazione finale che penso sia la più importante.

Sono stato confermato nella netta percezione che stiamo attraversando un momento di passaggio da un’epoca ad un’altra epoca e che si inizia a percepire il quadro di ciò che ci aspetta, insieme alle evidenti disillusioni sul nostro sistema globalizzato e consumistico.

Si intravvedono dei tratti interessanti, dei percorsi da fare, dei capisaldi da tenere, su cui forse si potrà cambiare e camminare. Sono stati messi a nudo un individualismo, un familismo amorale, un corporativismo che vanno combattuti con la logica della solidarietà sussidiaria, per cui gli interessi delle formazioni sociali intermedie non vengano contrapposti al bene comune, anzi si esaltino vicendevolmente.

Ma questo sarà forse oggetto del prossimo rendez-vous. Quello che ho scoperto durante le appassionanti lezioni della prima edizione delle “Conversazioni a Milano” è possibile leggerlo in questo libro e spero che sia solo l’inizio di un percorso di pensiero.

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