MARTINI/ Buzzi (Ambrosiana): un uomo capace come pochi di vedere nell’animo

- int. Franco Buzzi

Un anno fa moriva Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002. Il suo episcopato ha segnato in profondità la diocesi lombarda. Parla FRANCO BUZZI, prefetto dell’Ambrosiana

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Il cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012)

Un anno fa moriva il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano dal 1980 al 2002. Il suo episcopato ha segnato in profondità la diocesi lombarda, lasciandovi l’impronta della sua personalità complessa e poliedrica. Abbiamo chiesto di ricordarlo al monsignor Franco Buzzi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che ha conosciuto personalmente il cardinal Martini. E’ stato proprio l’ex arcivescovo di Milano a volere che l’istituzione fondata nel 1607 dal cardinale Federico Borromeo fosse sviluppata e potenziata come mai prima.

Ricordando il cardinal Martini, il suo attuale successore, il cardinale Scola, ha scritto che l’ex arcivescovo “trova il suo punto focale nell’attitudine contemplativa della vita”. Che cosa significa secondo lei?

Il cardinal Martini partiva innanzitutto dalla rivelazione divina come ci è stata depositata nella Sacra Scrittura custodita dalla Chiesa, che ci consente di contemplare il disegno di salvezza operato da Dio attraverso l’Antico Testamento e il suo compimento nel Nuovo, quindi nella figura di Cristo. Martini era un biblista per eccellenza, e quindi per lui la storia della salvezza era anche la modalità primaria della preghiera. I saggi sia dell’Antico Testamento sia della grande spiritualità cristiana hanno imparato a pregare ricordando le grandi opere compiute da Dio. E’ quindi una contemplazione della storia in quanto illuminata dalla parola divina che ne chiarisce il senso.

Quali aspetti della spiritualità di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, si ritrovano di più nella figura del cardinal Martini?

Innanzitutto per lo spirito dell’ordine della Compagnia di Gesù che consiste in quella capacità di essere vicini alle nuove popolazioni, come hanno dimostrato i Gesuiti fin dal ‘500 e ‘600. Sono emblematiche le missioni in Giappone e Cina, nate grazie a uomini che si sono recati in questi nuovi mondi e hanno dimostrato di essere capaci di mettersi in sintonia con quanto era culturalmente vissuto. L’atteggiamento è quindi quello dell’accoglienza, del saper valorizzare la condizione in cui si trova una persona, di vedere il bene che questa situazione già porta con sé. L’annuncio del Vangelo si pone non come qualcosa che avviene in maniera dirompente e che distrugge tutto, ma che può progredire valorizzando quanto già trova.

Papa Francesco ieri ha definito il cardinale un “profeta e uomo di discernimento e di pace”. In che cosa Martini è stato profeta?

Un uomo come Martini è stato capace di valorizzare il passato. Per esempio ha dato grande importanza alla Biblioteca Ambrosiana, fondata dal cardinal Federico Borromeo agli inizi del 1600, e ha intuito le possibilità di studio e di grande espansione culturale che vi erano insite. Ricordo che partecipava costantemente all’inizio delle nostre giornate accademiche, e che oggi da una classe soltanto ne abbiamo aperte sette. Martini veniva spesso ad ascoltare e intuiva che i fondi librari della Biblioteca avevano una vastità così enorme che dovevano essere poi sondati attraverso nuove classi di Accademia. La sua capacità di immergersi nel passato lo portava a proiettare davanti a sé un futuro che vedeva pieno di tante realizzazioni la cui possibilità era insita nel presente.

 

Oltre a questo, quali sono i suoi ricordi personali del cardinal Martini?

Il cardinal Martini lo ricordo soprattutto in relazione alla mia vocazione di studioso. Dopo dieci anni di insegnamento in seminario mi presentai per dirgli che desideravo fare qualcosa d’altro, per esempio lavorare in parrocchia. Lui era un uomo capace come pochi di leggere nell’animo e di vedervi i doni di Dio. Mi disse che dovevo proseguire a studiare e a lavorare in questo campo, producendo molto e orientandomi verso gli orizzonti che ancora non avevo esplorato.

 

(Pietro Vernizzi)

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