FUORI EXPO/ Il Mercato Metropolitano, una finestra da Milano con vista sul mondo

A Porta Genova, su una ampia zona semi abbandonata ha aperto il Mercato Metropolitano con un successo oltre le previsioni, ce lo spiega l’ideatore AMBROGIO DE PONTI

24.05.2015 - int. Ambrogio De Ponti
Mercato-metroplitano_R439
Il Mercato Metropolitano

E’ già un successo: dopo una decina di giorni soltanto dall’inaugurazione, il Mercato Metropolitano conta circa 40mila visitatori ogni weekend. “Più di quanto pensassimo, abbiamo paura di dover mandare via la gente” racconta al sussidiario.net scherzando Ambrogio De Ponti, presidente di Unaproa, la maggiore organizzazione di produttori ortofrutticoli italiana, e ideatore insieme a Andrea Rasca del Mercato Metropolitano di Porta Genova. Una sfida, dice ancora, nata dal desiderio di inventare un nuovo modo di sostenere e lanciare i prodotti dei nostri associati: “Basta discorsi, basta chiacchiere su dobbiamo essere così, vogliamo essere come i tedeschi o quant’altro. Da buoni lombardi ci siamo rimboccati le maniche ed ecco cosa abbiamo fatto”. Prendere in mano una delle tante zone semi abbandonate di Milano, innanzitutto, e riportarla alla vita; proporre i prodotti ortofrutticoli ma in modo integrato; metterci intorno cultura, bellezza, possibilità di incontro fra le persone. “E’ un posto bello, è un luogo” dice entusiasta De Ponti. E il futuro è già iniziato: New York, Londra e Dubai vedranno presto posti analoghi.

De Ponti, come sta andando il vostro progetto, in questa fase iniziale?

Tenendo conto che, dopo una apertura di prova il 30 aprile, l’inaugurazione vera e propria è stata il 6 maggio, le nostre aspettative sono state ampiamente superate. Questo senza nessuna promozione. Dire i numeri esatti è ancora difficile ma nelle giornate di sabato abbiamo contato circa 40mila visitatori. La cosa interessante poi è che pur essendo quella una zona priva di uffici, notiamo che all’ora di pranzo viene sempre più gente, gente che viene anche da lontano per mangiare in questo posto. 

Quale secondo lei il motivo di questo successo? L’entusiasmo che l’Expo ha lanciato sulla città di Milano o l’originalità della vostra proposta?

Anche questo al momento non è facile da definire. Credo che intanto ci sia la riscoperta di un’area così ampia, circa 17mila metri quadri, praticamente in stato di abbandono. Normalmente in quella zona si tengono mercatini casuali, ma in pratica è abbandonata, frequentata anche da persone diciamo poco raccomandabili. Mantenendo inalterata la struttura per via di vincoli precisi che non ci hanno permesso nessuna libertà di modificare alcunché, il sito è diventato un luogo, un luogo di incontro dove la gente ci sta bene.

Qualcosa di cui Milano ha molto bisogno, vero?

Qua vengono famiglie con bambini, tanti giovani, c’è un clima molto bello dove la gente viene volentieri. E’ una zona protetta, non c’è il problema del traffico e i bambini possono giocare tranquillamente. Adesso stiamo addirittura lanciando l’idea di una zona “no wifi” perché vogliamo che la gente stia insieme per davvero, che si parli, che si incontri senza tenere in mano il telefonino tutto il tempo.

Ci spieghi la filosofia di questa iniziativa, anche dal punto di vista degli operatori che espongono le loro merci: banchi di frutta e verdura, negozi indipendenti, street food, orti urbani, botteghe del cibo.

E’ nato tutto dall’incontro tra me e Andrea Rasca, imprenditore specializzato in “food diplomacy”. Alla base l’idea che l’Expo non è stato pensato per i piccoli produttori, è fatto per i grandi che poi non hanno neanche bisogno di internazionalizzarsi perché già lo sono. C’era bisogno di uno spazio per i nostri piccoli associati, sfruttando il richiamo dell’Expo. Tenendo conto infine che non si doveva puntare solo sull’orto frutto abbiamo coinvolto artigiani del cibo in generale. L’idea insomma che l’alimentare italiano debba lavorare in modo integrato con altri prodotti.

 

Alla base dunque l’idea di aprirsi, è d’accordo?

 

Sì, non essere troppo specifici. Come presidente di Unaproa mi capita di partecipare a convegni infiniti dove si discute altrettanto infinitamente. Il Mercato Metropolitano vuole invece essere un esempio che cambi il modo di vedere, sporcarsi le mani per dare un’opportunità ai nostri associati di stare su mercato. E’ una sfida non da poco pensando a un Paese come il nostro dove tutto sembra bloccato da limiti, regole, burocrazia. L’idea è di spalancare una finestra da Milano con vista sul mondo. Da buoni lombardi lo abbiamo fatto senza rimandare al dopo.

 

Un’idea che può avere sviluppi, continuare, essere proposta anche altrove?

 

All’inizio c’erano quelli che dicevano che non avrebbe funzionato, poi sono venuti e hanno detto: ma che bella cosa. La gente che viene ci chiede: ma non finirà mica qui. Per adesso abbiamo un contratto di affitto fino alla fine dell’Expo, ma vogliamo proseguire se ce ne danno la possibilità. E non solo a Milano.

 

Ci dica.

 

Il Mercato Metropolitano è stato lanciato con una conferenza stampa a Tokyo proprio perché vogliamo come dicevo prima aprirci al mondo. Il respiro è internazionale, il tentativo è internazionalizzare i nostri prodotti in un mondo che va così veloce e che cambia di continuo. Apriremo infatti a New York, Londra e Dubai. 

 

Non solo cibo: il Mercato Metropolitano si caratterizza anche per le proposte culturali.

 

Esatto. Abbiamo uno spazio cinema da 500 posti in collaborazione con l’Anteo, una mostra permanente dedicata a Enzo Jannacci e Guareschi che dà spessore culturale al posto, uno spazio per spettacoli teatrali e musicali e fra poco arriverà anche una ruota panoramica e uno spazio tutto per i bambini: cibo, cultura bellezza gioco, educazione. Senza dimenticare il Banco Alimentare che alla fine di ogni giornata recupererà gli alimenti in avanzo per donarli alle 240 strutture caritative milanesi che assistono quasi 54.000 persone in città.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori