MATTONI & CALCIO/ Quel patto tra Comune e comitati che “smonta” il nuovo stadio

Il Milan prova ad investire sul mattone, ma il progetto di un nuovo stadio incontra solo problemi. In generale, non è un gran momento per lo sport milanese. Il perché lo dice DUCA LAMBERTI

06.06.2015 - Duca Lamberti
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Barbara Berlusconi (Fonte Infophoto)

Non è un gran momento per lo sport milanese. Non solo perché Milan e Inter hanno chiuso il campionato in anonime posizioni a centro classifica, senza riuscire ad avere la meglio su corazzate del calibro di Genoa e Sassuolo. Entrambe le squadre milanesi si trovano fuori dall’Europa nella prossima stagione, proprio quando la finale di Champions League si giocherà allo stadio San Siro. Spettatori, insomma, di un gioco che li ha visti, in un recente passato, protagonisti. Perfino l’Armani Jeans di basket, che sembrava imbattibile ed è campione in carica, rischia l’eliminazione in semifinale play off contro Sassari, che l’ha sconfitta anche in Coppa Italia e Supercoppa lasciandola a zeru tituli. 

Mentre l’Inter e i suoi soci indonesiani sembrano voler fondare sul marketing il proprio futuro, il Milan sta provando a risalire la china investendo sul mattone. L’ingresso in società di Barbara Berlusconi ha portato al trasferimento di sede (“Casa Milan”, da via Turati al Portello), quasi un segno di discontinuità rispetto ad un calcio che non c’è più, fatto di cene e salotti, giochi di potere e diritti televisivi, di cui Galliani era indiscusso protagonista. Barbara ha iniziato anche a lavorare all’ambizioso progetto di un nuovo stadio, che ha fatto le fortune della nuova Juventus di Andrea Agnelli. 

Inizialmente voleva costruirlo sull’area dell’Expo. La prima reazione entusiasta venne dal “rossonero” presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni; il gelido controcanto del nerazzurro sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, e della sua vice, Ada Lucia De Cesaris hanno raffreddato la pista: le aree vanno pagate, ci sono i bandi, va fatto un parco… Nulla di fatto, per ora. Seconda idea: fare lo stadio nelle aree del Portello, di proprietà della Fondazione Fiera Milano, allora guidata dall’amico Corrado Peraboni, di fianco alla sede sociale, vicinissimo alle autostrade e alla linea 5 della metropolitana. Il progetto è firmato dallo studio Arup, autore dell’Allianz Arena dove gioca il Bayern Monaco e, c’è chi giura che oltre al know-how si porterebbero in dote anche lo sponsor, già forte investitore nell’adiacente Citylife.

L’idea sembra trovare maggiore gradimento, ma non fa i conti con due idiosincrasie del capoluogo lombardo: opporsi alla novità e far fallire la realizzazione di nuovi impianti sportivi.

Ogni nuovo progetto di trasformazione a Milano è accompagnato dal sorgere di comitati più o meno spontanei, di residenti, associazioni, politici, giornalisti, arruffapopolo di varia estrazione. E’ successo per Porta Nuova, per Citylife, per la M4 e per la M5, per Expo, per le vie d’acqua, perfino per la riqualificazione della Darsena (un comitato voleva preservare la flora e la fauna spontanea cresciuta nel bacino abbandonato…). 

A guardarli col senno di poi scappa un sorriso, ma quando si manifestano riempiono le pagine dei giornali e fanno vacillare la politica debole e poco rappresentativa dei nostri tempi. E così i “no stadio” fanno barcollare la decisione di trasformare l’area del Portello: il nuovo presidente di Fondazione Fiera, Dario Lombardi, non è così “vicino” alla famiglia Berlusconi, e sembra voler dare ascolto ai cittadini più che al progetto rossonero.

Siamo vicini all’ennesimo naufragio della realizzazione di un’infrastruttura per lo sport a a Milano. Sembra una maledizione. Il palasport crollato per la nevicata dell’85 a Milano è stato sostituito da una struttura temporanea, realizzata dalla famiglia Togni e oggi smantellata; il Forum, unico palazzetto cittadino, è ad Assago e mostra ormai i limiti di un impianto di più di vent’anni, mai ristrutturato; ogni tentativo di un impianto moderno è naufragato, da Porto di Mare a Rogoredo. Il Vigorelli avrebbe dovuto, in qualche modo, rappresentare il ritorno dello sport in città, ma un concorso frettoloso, i pareri contrari della sovrintendenza delle belle arti a tutela della storica pista di legno per la bicicletta (e i soliti comitati) hanno di fatto fermato tutto. Da anni si parla di piscina olimpionica, per permettere gare e allenamenti agonistici, visto che l’unica presente in città è all’Harbour Club, l’esclusivo club privato vicino a San Siro: nulla di fatto anche su questo fronte. 

L’ultimo mecenate sportivo rimasto a Milano è Giorgio Armani che ha rilanciato l’Olimpia portandola a vincere lo scudetto del basket. Sta provando ad investire anche sugli impianti: il nuovo Palalido diventerà la casa del basket meneghino. Demolito il vecchio e partiti i lavori, si sono subito arenati su fallimenti delle imprese, ritardi, difficoltà tecniche e, immancabili, comitati di quartiere. Dovrebbe essere inaugurato il prossimo autunno, vedremo. Nessuna fortuna nemmeno per il ghiaccio, che pure contava su una squadra di hockey con un pubblico fedelissimo: chiuso lo storico Piranesi, rimane solo l’Agorà, piccolo impianto in zona Lorenteggio.

Eppure Milano è una città che dovrebbe garantire un mercato potenziale molto interessante, ma che, dal grande al piccolo, stenta ad esprimersi. Qualcuno pensa che una delle cause di tale immobilismo sia la presenza di una società comunale, Milanosport, proprietaria della maggior parte degli impianti, che offre accessi e corsi a prezzi “sociali”, accumulando, tra l’altro, deficit milionari ogni anno. Una sorta di “dumping”, una barriera insormontabile per possibili investitori. L’Istituto Bruno Leoni, in uno studio di qualche tempo fa, calcolò che, se i soldi che il Comune di Milano usa per ripianare i bilanci di Milanosport ogni anno fossero distribuiti sotto forma di voucher per favorire l’attività sportiva, privatizzando la gestione dei singoli impianti (attraverso vendite o concessioni), nascerebbe un mercato che favorirebbe investimenti, posti di lavoro, nascita di nuove imprese. 

Milano ha bisogno di impianti moderni, stadi capaci di attrarre pubblico, sponsor e grandi campioni, impianti in grado di far crescere i vivai e lo sport. Serve rimboccarsi le maniche, con la tipica industriosità milanese, e qualche scelta politica che non la ostacoli. Ma per questo, è necessario aspettare (almeno) la primavera del 2016.

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