ELEZIONI MILANO/ Sicurezza sì, ma come? Guardiamo al “modello Manhattan”

Tra i temi dell’attuale campagna elettorale per il nuovo sindaco di Milano, si situa anche quello della sicurezza, ma tutti ne parlano solo a forza di slogan. ANTONIO INTIGLIETTA

08.05.2016 - Antonio Intiglietta
sicurezza-milano_R439
Immagine dal web

Uno dei temi più sentiti dai cittadini di Milano e, più in generale, dell’area metropolitana è la sicurezza. Del resto, all’origine di una qualsiasi comunità esiste un’esigenza di difesa sociale, che investe chi detiene la responsabilità di governare la comunità stessa. Nel corso della storia, questa funzione ha riguardato la protezione dei confini dalle incursioni di gruppi esterni, che mettevano a repentaglio la vita delle persone e l’integrità dei loro beni. Una circostanza che, purtroppo, si ripete oggi in tante aree del mondo; una delle ragioni degli attuali flussi migratori verso l'”opulento Occidente”. 

Anche la nostra città è, inevitabilmente, sensibile alla questione-sicurezza: di fronte ai rischi legati a possibili atti di violenza di ogni ordine e tipo, la tutela della persona e della proprietà rappresenta uno degli argomenti che catalizza l’attenzione della gente. Così, a ridosso delle elezioni, puntuali come un orologio svizzero, emergono numerosi slogan promossi da chi, ergendosi a paladino della difesa, mira a denigrare il proprio “nemico” e a catturare facili consensi. Accade anche oggi, nell’ambito della competizione elettorale delle amministrative di Milano. Basti pensare agli spot pubblicitari proposti da alcuni soggetti coinvolti: più che l’affermazione di un contenuto sul tema della difesa della cittadinanza, sembrano proprio la réclame di antifurti o di sistemi di allarme. 

È davvero banale ritenere che siano sufficienti alcune frasi ad effetto per affrontare questo tema. La domanda che occorre porsi è un’altra: quali sono le responsabilità delle istituzioni e delle persone per consentire a una comunità di vivere in pace? La minaccia all’uomo o ai beni di ciascuno, infatti, non si contrasta con una semplice reazione, ma comprendendo in che modo possiamo dare vita, concretamente, a una società più giusta, vivibile, rispettosa dell’uomo e delle cose.

La responsabilità principale sulla sicurezza delle città è data al prefetto, su diretta emanazione del ministero degli Interni, ma anche la vigilanza urbana in capo ai comuni, con il suo presidio diretto esercitato sul territorio, può svolgere un compito importante. Ma se l’azione di difesa svolta dagli organi preposti (Polizia di Stato, Carabinieri, Polizia municipale) è necessaria, la stessa non è sufficiente per affermare il rispetto per la vita e la tutela del patrimonio pubblico e privato. Tutti noi siamo chiamati a una responsabilità diventando costruttori di pace. Lo si percepisce nel modo in cui viviamo, intratteniamo i rapporti con le persone (vicini, colleghi e familiari), trattiamo i beni pubblici come propri (dov’è finita l’educazione civica?) e nella capacità di riempire gli spazi fisici di positività e di costruttività umana sociale e territoriale. 

Per affrontare la questione in modo corretto, a Milano, occorre partire da un dato: la nostra è la città che dispone del miglior sistema per definire la mappa dei rischi. Tale mappa, grazie all’ausilio di tecnologie estremamente avanzate, circoscrive correttamente i fenomeni di microcriminalità, spaccio di droga, degrado urbano e violenza, così da rendere le forze dell’ordine consapevoli e coscienti sui problemi della città. 

La domanda è: chi deve intervenire e in che modo? Il sindaco e la sua giunta sono chiamati a prendere consapevolezza di questo enorme patrimonio della città, frutto del lavoro svolto dal comando di Polizia municipale di Milano con la sua intelligence e tecnologia, mettendo in condizione i vigili di quartiere e, più in generale, tutti gli agenti di agire recependo le esigenze che nascono dalle periferie. Ma questo non basta. È, infatti, necessario intervenire in modo puntuale rispetto alle indicazioni fornite in tema di riqualificazione che, spesso, richiedono micro-interventi operativi (illuminazione di punti bui, ristrutturazione delle panchine, valorizzazione di alcuni spazi, edifici o aree degenerate). Se la pubblica amministrazione non agisce in modo proattivo, infatti, parte del lavoro svolto dal vigile di quartiere diventa debole in termini di credibilità. 

Tutto ciò è propedeutico al vero intervento positivo e costruttivo, ovvero la valorizzazione e la promozione di tutti gli attori sociali capaci di attivare iniziative finalizzate a riempire il vuoto di spazi e di luoghi con un pieno di vita e di proposta. La costruzione della pace e la difesa da ogni minaccia, infatti, diventa attiva e non reattiva solo quando la comunità diventa protagonista. Basti pensare al modello di risanamento urbano adottato a Manhattan, che tanti nostri politici, ancora oggi, continuano erroneamente a considerare come un’operazione “a tolleranza zero”. In verità, a New York è stata promossa un’attività di marketing sociale community-based planning, grazie agli interventi condivisi della pubblica amministrazione, di gruppi organizzati e di semplici cittadini. Una stretta sinergia che ha dato vita alla nuova High Line. L’esempio della Grande Mela dimostra che gli Enti locali devono dialogare con la comunità economica, sociale e culturale – la comunità umana, in altre parole – per creare, insieme, spazi di vita e di socialità. 

A tal proposito, mi chiedo: tra i candidati alle prossime amministrative, c’è una coscienza reale delle potenzialità espresse, oggi, dalla nostra pubblica amministrazione? Intendono avviare un’adeguata rigenerazione di spazi, luoghi e servizi? In che modo, infine, intendono sollecitare il protagonismo delle comunità intermedie presenti nel territorio? Le risposte che forniranno nelle prossime settimane ci aiuteranno a comprendere se i nostri interlocutori hanno davvero a cuore il tema o se, invece, strumentalizzano una negatività per un facile quanto banale consenso elettorale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori