“‘Ministra’ obbligatorio per legge”/ La proposta Bonetti e la priorità della sinistra

- Niccolò Magnani

La proposta di Elena Bonetti: “rendere obbligatoria per legge Ministra e sindaca”. Il genere, la sinistra e le priorità

Ministra Elena Bonetti
Elena Bonetti (LaPresse)

La proposta l’ha lanciata Elena Bonetti, Ministro per la Famiglia e le Pari Opportunità, e già divide nel giro di pochi giorni l’intera opinione pubblica politica: «Se ministra o ministro? Sempre ministra. Sul sito del governo c’ è scritto ministro? Faremo una legge anche per questo, perché il titolo ufficiale è ministro, io però penso sia giusto chiamarmi ministra».

La proposta della Ministro in quota Italia Viva fatta a “Un giorno da Pecora” su Rai Radio1 viene oggi difesa da diversi editoriali sui quotidiani italiani, come Antonella Boralevi sull’Huffington Post: «Proprio il contenuto delle obiezioni certifica la necessità di questa legge, secondo me. Se il genere grammaticale “maschile” ingloba anche quello “femminile, non è solo grammatica. È invece cultura. Cultura nel significato che attribuisce al termine la antropologia. Ovvero insieme di credenze condivise che fondano una società». Per cui direttrice, professoressa, o le più “spinte” ancora “chirurga”, “medica”, “avvocata” o la sdoganata “sindaca” potrebbero essere rese obbligatorie per legge, andando a modificare non più usi, costumi o comportamenti ma ora anche linguaggio e – di conseguenza – il pensiero.

LE PRIORITÀ DI LINGUAGGIO

Dal Ddl Zan alla proposta Bonetti, le battaglie lanciate negli ultimi mesi dalla sinistra al Governo vedono una sempre maggior attenzione al linguaggio, alla costituzione di una lingua “perfetta” e “corretta” che possa evitare ogni qualsiasi ipotesi di discriminazione. «All’Università sono professore associato, formalmente, anche se mi faccio chiamare professoressa. Io credo – rincara Bonetti – che sarebbe importante promuovere la declinazione al femminile del linguaggio. Se vogliamo testimoniare che le donne possono accedere a qualsiasi ruolo della Pa, vivendolo nell’esperienza del femminile, penso che anche il linguaggio debba avere la declinazione al femminile». Dalla declinazione al femminile all’uso sempre più “richiesto” negli ambienti progressisti della cultura e stampa italiana dello “schwa” prendono origine dalla medesima istanza: ottenere un’uguaglianza di genere instaurando un nuovo linguaggio (o una neolingua, direbbe Orwell). Inevitabile lo scontro politico generato e immediato, con un’altra donna come Giorgia Meloni che la pensa in maniera diametralmente opposta: «imprese stremate, emergenza economica, lavoratori e famiglie in crisi… e nel governo c’è chi pensa ad una legge sull’utilizzo del femminile nel linguaggio istituzionale – scrive sul suo profilo Facebook la leader di Fratelli d’Italia -. Questa sinistra vive su un altro pianeta, lontano anni luce dal nostro».



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