MISURE ANTI-CRISI/ La babele di requisiti e limiti che non aiuta imprese e lavoratori

- Natale Forlani

Le misure anti-crisi che sono state adottate e cui si sta pensando sembrano difettare di semplicità, finendo per non aiutare chi è in difficoltà

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Nel predisporre un articolo sulle caratteristiche delle misure anticrisi per l’economia che sono state adottate nei principali Stati dell’Unione europea, sono rimasto colpito dalla semplicità e dall’immediatezza degli interventi messi in campo dalla Germania e dalla Francia. Garanzie sostanzialmente illimitate offerte dallo Stato alle imprese, grandi e piccole, per l’accesso al credito, contributi a fondo perduto per i lavoratori autonomi proporzionati alle perdite sul reddito fiscalmente dichiarato, sospensione di imposte e contributi, potenziamento degli ammortizzatori sociali esistenti per tutti i lavoratori dipendenti.

Questi interventi muovono nella stessa direzione di quelli adottati dal Governo italiano e da altri Paesi. Ma con una differenza di non poco conto. I provvedimenti messi in campo dal nostro Governo sono in buona parte caratterizzati da una serie di vincoli introdotti, sulla base dei fatturati delle imprese, per gli importi di indebitamento garantito, per le sospensioni dei pagamenti delle imposte della durata di alcuni giorni, per una gamma di sostegni al reddito disarticolata in una miriade di provvedimenti per tipologie di imprese, settori, importi e procedure per l’accesso ai benefici.

Il più  importante quotidiano economico ha dato evidenza della babele dei 14 strumenti e delle 20 causali che caratterizzano le  domande per i sostegni al reddito. Un appello alla chiarezza e alla semplificazione è stato fatto dalle associazioni dei consulenti del lavoro e delle imprese. Le problematiche emerse nella gestione delle domande da parte dell’Inps finiscono per avvallare  le preoccupazioni dei potenziali beneficiari.

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L’emergenza sta evidenziando i nodi scoperti del sistema Italia. I singoli provvedimenti finiscono per sembrare delle mezze misure, in termini di entità e di durata temporale, per l’evidente difficoltà  di reperire le coperture finanziarie per rispondere alla molteplicità delle richieste. La debolezza del nostro welfare, in particolare per i sostegni alle famiglie, viene rimediata improvvisando nuovi interventi per compensare la riduzione dei redditi delle persone. La scarsa congruità dei dati in possesso delle anagrafi fiscali rispetto ai redditi effettivi, comporta che per ogni misura vengano richiesti dei supplementi di documentazione per verificare le reali condizioni patrimoniali dei beneficiari. Tutte cose che vengono da lontano e che non possono essere certamente addebitate al Governo in carica. Ma queste debolezze suggerirebbero, nel limite del possibile, un cambio di direzione.

Ad esempio, dato che tutte le fermate della produzione sono pressoché riconducibili al fattore coronavirus, perché non unificare la procedura e la causale per far usufruire a tutte le aziende, indipendentemente dal numero dei dipendenti, e di tutti i settori le 9 settimane di cassa integrazione previste per lo scopo? In questo modo si eviterebbero procedure di consultazione con i sindacati, la distribuzione alle regioni delle risorse per casse integrazioni in deroga e le incertezze interpretative rispetto alla coerenza con la legislazione vigente che ingenerano disorientamento nei comportamenti dei fondi di erogazione.

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Perché  non utilizzare, altro esempio, forme compensative di tipo fiscale, sulla base delle dichiarazioni fiscali inoltrate dagli interessati negli anni precedenti, per veicolare i sostegni ai lavoratori autonomi in proporzione alla entità della riduzione del fatturato? Forme che avrebbero i pregi della certezza dei tempi di erogazione, di disincentivare l’evasione fiscale penalizzando i comportamenti scorretti, e di evitare il sovraffollamento delle prestazioni erogate dall’Inps. Perché non cogliere l’occasione per assumere  il nucleo familiare, e in particolare i figli a  carico e la cura delle persone, come indicatori per organizzare gli eventuali interventi aggiuntivi, se necessario potenziando le risorse degli enti locali che conoscono i reali fabbisogni di intervento sul territorio?

Diversamente, da quanto traspare dalle indiscrezioni riguardo i contenuti degli ulteriori provvedimenti in itinere, soprattutto quelli finalizzati agli ammortizzatori sociali, si sta procedendo nella direzione opposta. Quella di introdurre nuove modalità di sostegno al reddito dei lavoratori autonomi con ulteriori sofisticazioni dei requisiti. E soprattutto con l’introduzione di un fantomatico reddito di emergenza da erogare a persone prive di reddito, ex lavoratori occasionali e persino lavoratori che hanno perso un lavoro in nero. In buona sostanza una nuova platea di beneficiari priva di un formale rapporto con le attività colpite dalle fermate produttive.

Immaginate voi quali criteri, o meglio quali pretesti, potrebbero essere messi in campo per individuare i potenziali beneficiari di questo ulteriore provvedimento. E che immancabilmente verrà  messo in capo all’Inps.

“Errare humanum est autem perseverare diabolicum”, cita un vecchio detto latino. E il perseverare diabolicum comporta tre conseguenze:

– un’ulteriore dispersione delle risorse rispetto alla conclamata necessità  di destinare alla priorità di salvaguardare gli apparati produttivi e l’occupazione;

– l’adozione di provvedimenti destinati a furor di popolo (i beneficiari) e di capipopolo (i demagoghi politici) a essere prorogati nel tempo con l’aggravarsi degli effetti della crisi;

– un’ulteriore perdita di credibilità nei confronti degli altri Stati europei in coincidenza della promozione di un fondo europeo per il sostegno al reddito dei lavoratori delle aziende colpite dalla crisi. Una deriva assistenzialista che peserà  come un macigno sui tempi della ripresa economica.

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