Mobilità sanitaria, Bertolaso: "Fontana ha ragione, non è problema di soldi ma di collaborazione tra Regioni". La ricetta dell'assessore della Lombardia
Dopo le polemiche suscitate dalle dichiarazioni del governatore dell’Emilia-Romagna sulla mobilità sanitaria, anche Guido Bertolaso ha affrontato il tema del fenomeno per il quale molti cittadini si spostano da una regione all’altra per curarsi, soprattutto dal Sud al Nord.
L’assessore al Welfare della Regione Lombardia — che è quella che riceve più pazienti da altre regioni — ha commentato i dati, in base ai quali, l’anno scorso, la Lombardia ha incassato 1,23 miliardi con la mobilità sanitaria e pagato 440 milioni per i lombardi che si sono curati altrove. Il saldo, quindi, è positivo di circa 583 milioni di euro.
Nell’intervista rilasciata a Quotidiano Nazionale, Bertolaso si allinea al governatore lombardo Attilio Fontana, secondo cui non è un problema di soldi ma di organizzazione. Non serve dare più fondi alle regioni del Sud, ma migliorare il funzionamento della sanità e degli ospedali.

Per l’assessore, a differenza di quanto sostiene Filippo Anelli, presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei medici), il riparto del Fondo Sanitario Nazionale è equo: le regioni ricevono risorse proporzionate alla popolazione, e il Sud non è penalizzato. «Nel riparto del Fondo sanitario nazionale la quota pro capite dei lombardi è inferiore alla media; se la Regione ha investito risorse proprie è un altro paio di maniche».
IL RUOLO DEI PRIVATI E LA PROPOSTA LOMBARDA
Se è un dovere costituzionale garantire le cure migliori a chiunque ne abbia bisogno, d’altra parte bisogna farlo senza danneggiare i cittadini lombardi, cosa che fortunatamente, attualmente, non accade — anche perché in Lombardia i privati hanno un ruolo importante: infatti circa il 40% delle cure ospedaliere è fornito da strutture private accreditate, che assorbono il 60% della mobilità sanitaria. Dal 2012, però, c’è un tetto nazionale alle prestazioni acquistabili dai privati, e la Lombardia chiede di alzarlo per poter curare più persone.
Si pone anche una questione di complessità delle prestazioni: se molti pazienti si affidano alla sanità lombarda per interventi di “alta complessità”, cioè per cure specialistiche che solo certi ospedali possono garantire, altri si spostano anche per prestazioni più semplici, creando disagio sia per loro sia per le regioni di origine. «Quello che dobbiamo fare è mettere chi lavora al Sud nelle condizioni di avere strutture e colleghi in grado di garantire un intervento nelle stesse condizioni in cui lo effettuerebbe al Nord», afferma Bertolaso a QN.
LA “RICETTA” DI BERTOLASO
L’assessore lombardo al Welfare propone più collaborazione tra regioni, in particolare con quelle del Sud: progetti condivisi e gemellaggi tra ospedali del Nord e del Sud; formazione, assistenza tecnica e consulenza continua tra le strutture. Un modello simile a quello sperimentato in Lombardia, dove gli specialisti lavorano parte del tempo anche in aree periferiche, come nel progetto Niguarda–Valtellina. Attualmente la Lombardia collabora con la Calabria per organizzare meglio il servizio di emergenza 112, quindi si può proseguire su questa linea.
