MORTE SAMANTHA D’INCÀ/ Se neppure il testamento biologico tutela i più fragili

- Paola Binetti

A Belluno è morta Samantha D’Incà, dopo 14 mesi in stato di minima coscienza: aveva 30 anni e non aveva fatto nessun testamento biologico

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Samantha D'Incà

MORTE SAMANTHA D’INCÀ. In principio era il Testamento biologico… e con un accanimento che ha attraversato per anni tutti i mass media avevamo imparato che mettere per iscritto le proprie volontà, o tutt’al più farne un video, era conditio sine qua non per sospendere anche i trattamenti salva vita. Qualsiasi trattamento, fosse pure semplicemente il mangiare e il bere, l’idratazione e la nutrizione.

Tutto si poteva fare, ma serviva assolutamente quel famoso testamento, per cui tanto si erano battuti i fautori dell’eutanasia passiva. Anni di dibattito parlamentare per sottrarre i pazienti all’arbitrio dell’accanimento terapeutico e per rimettere in posizione centrale il principio di autodeterminazione. La volontà del paziente al centro di ogni processo decisionale, sempre però che sia adeguatamente documentata.

Lo afferma l’articolo 4 della legge 219/2017, comma 1: “Ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di un’eventuale futura incapacità di autodeterminarsi e, dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte, può, attraverso le DAT, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”. Testo chiarissimo, anche se non sono sempre altrettanto chiari quali siano gli accertamenti diagnostici o le scelte terapeutiche a cui dire di no. Per questo bisogna rifarsi all’articolo 1 della stessa legge: “Ai fini della presente legge, sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici”. Ma la legge, ogni legge, come ben si sa, non sempre viene applicata.

Ieri mattina a Belluno è morta Samantha D’Incà; era stata ricoverata per una frattura del femore, che si era complicata con una grave infezione: in seguito era subentrato uno stato di minima coscienza. Samantha D’Incà sembrava non partecipare più alle vicende che la circondavano; non rispondeva alle sollecitazioni dei suoi genitori né reagiva ai diversi trattamenti medici. E i suoi genitori, dopo 14 mesi in queste condizioni, hanno deciso che fosse giunto il momento di staccare la spina.

Aveva 30 anni e non aveva fatto nessun testamento biologico. Suo padre aveva deciso allora di seguire un percorso analogo a quello di Beppino Englaro, che in mancanza di testamento biologico – allora non c’era neppure la legge – si era fatto nominare amministratore di sostegno. E il padre di Samantha D’Incà, il 10 novembre 2021, una volta nominato amministratore di sostegno, aveva chiesto di staccare la spina della figlia.

La vicenda di Samantha D’Incà è stata ripetutamente raccontata durante tutta la campagna di raccolta firme per il referendum sull’eutanasia, poi bocciato dalla Corte costituzionale. Il suo caso non poteva, non può anche oggi, non suscitare una forte emozione di pena e di profondo disagio, come sempre accade davanti alla morte di una persona giovane, soprattutto se si considera il dolore dei suoi genitori. Un dolore, alto e forte, che risuonava anche nei ripetuti appelli rivolti agli organi giudiziari, chiedendo di poter staccare la spina a Samantha per porre fine alle sue sofferenze e alle loro.

Il caso di Samantha D’Incà ci colpisce per tante ragioni; a nulla è servita la legge 219 per poterla difendere da una decisione che non aveva riscontro in fatti oggettivi: il suo testamento non c’era; a nulla è servito decretare l’inammissibilità del referendum sull’eutanasia, alla luce delle motivazioni espresse dalla Corte il 15 febbraio 2022: «non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili».

Nella sentenza della Corte ha prevalso il «principio di indisponibilità della vita», la cui «estromissione dall’ordinamento determinerebbe un insanabile vuoto normativo». Pur comprendendo il dolore dei genitori davanti alla condizione di Samantha D’Incà, non si possono negare gli enormi rischi che corrono migliaia e migliaia di altri malati: anche quando il testamento non c’è, può venire meno la tutela minima, costituzionalmente necessaria della vita umana. E le persone più a rischio sono sempre quelle più deboli e vulnerabili.

«È la sua volontà, ha ribadito il padre ed ha aggiunto: prima di salutarla però la porteremo per l’ultima volta a sentire il mare». Ma forse il mare Samantha D’Incà l’avrebbe apprezzato anche mentre era in uno stato di minima coscienza, quando è così difficile sapere cosa i malati sentono e cosa no; cosa vogliono e cosa no. E’ il mistero della vita di cui tanto ci hanno raccontato coloro che da quel sonno si sono poi risvegliati…

Ed è per questo che sul testo, appena arrivato in Senato, sulla morte volontaria medicalmente assistita eserciteremo un’attenzione sommamente scrupolosa a tutela della vita dei più fragili e dei più deboli. Ed è dalla legge 38/2010 che vogliamo ripartire, senza consentire però che si stravolga anche la legge 219/2017, pur con le sue ombre.

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