INCHIESTA/ Le “balle” dietro il massacro di Volkswagen (che pagheremo tutti)

Ci sono troppi elementi che lasciano pensare che quanto sta succedendo negli ultimi giorni al gruppo Volkswagen sia un massacro. FRANCO OPPEDISANO ci spiega perché

01.10.2015 - Franco Oppedisano
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C’è una sola parola che definisce quello che sta succedendo negli ultimi giorni al gruppo Volkswagen ed è “massacro”. Dalla notizia del software capace di riconoscere i test sull’inquinamento e di farli superare all’auto sono stati scritti centinaia di milioni di pezzi sui media, web compreso, che hanno in comune solo la pervicace ricerca dello scandalo a tutti i costi, la sottolineatura degli errori, la voglia di sbattere il mostro in prima pagina. 

Il Gruppo Volkswagen non è innocente. Ma non è neanche un’associazione a delinquere come la Mafia o le Triadi cinesi. Hanno sbagliato e pagheranno. Non si può, però, buttare via il lavoro di centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo per una sola azione sbagliata, riprovevole. E ripeto, sbagliata non criminale. Non sono degli assassini. Non hanno coperto per anni un difetto all’accensione che ha provocato 500 morti negli Stati Uniti come General Motors che, oltre a risarcire i feriti e i parenti dei morti, ha dovuto pagare “l’astronomica” cifra di 35 milioni di dollari di multa. Per Volkswagen si è fatto un salto di qualità arrivando subito a parlare di 18 miliardi di dollari di sanzioni. Facendo la proporzione è come se i tedeschi avessero provocato la morte di oltre 250 mila persone solo negli Usa. 

Il nuovo ceo di Gm ha chiesto scusa pubblicamente, ha licenziato i responsabili, pagato la multa e i risarcimenti, ed è finita lì. Per Volkswagen invece è stata, è, e forse sarà ancora per un bel pezzo, la gogna internazionale. Alla quale partecipano, con impegno, anche coloro che dovrebbero tenere i piedi ben piantati per terra, come i vertici dell’Ue e i ministri dei Paesi europei che fanno a gara con i giudici per mostrare la loro distanza da quello che fino a ieri era un fiore all’occhiello dell’industria del Vecchio continente. Era, ma lo è ancora, nonostante tutto. 

Le domande chiave che dovremmo tutti farci sono due: gli ossidi di azoto sono pericolosi e il trucco di Volkswagen ha creato un danno serio all’ambiente? Per rispondere alla prima domanda faccio appello all’Ufficio Federale Svizzero per l’ambiente che ha delle schede informative aggiornate e credibili: “Tra i numerosi composti di azoto (NOx, ndr)” scrivono gli svizzeri “il diossido di azoto gassoso (NO2) e i componenti di particolato nitrato e ammonio presenti nell’atmosfera attentano maggiormente alla nostra salute. Il diossido di azoto causa infiammazioni alle vie respiratorie e intensifica l’effetto irritante degli allergeni. Se l’inquinamento atmosferico da NO2 dovesse peggiorare, sempre più persone dovranno ricorrere a cure ospedaliere per affezioni alle vie respiratorie e crescerà anche il numero di casi di soggetti con disturbi cardiaci”. Le quantità di NOx emesse nell’aria in Europa hanno raggiunto il picco a metà degli anni Ottanta, sono scese di circa il 25% fino al 2000 e da allora sono stabili.  

Per cercare di rispondere alla seconda domanda bisogna cominciare a dire che le emissioni globali di NOx in un anno sono circa 200 milioni di tonnellate e che il 40% del totale è di origine naturale. Il dato risale al 2005, si trova in una ricerca di Eurochamp ed è l’ultima stima disponibile visto che, fino a poco tempo fa, l’argomento non era di moda come l’ossido di carbonio (la famigerata CO2) che provoca l’effetto serra. Se diciamo che le auto Volkswagen incriminate in media  emettono 20 volte la quantità di NOx consentita negli Stati Uniti, vuol dire che ognuna di esse, in un anno e facendo 10 mila chilometri, produce 6 chili di NOx e tutte insieme (11 milioni di vetture secondo  il gruppo tedesco) emettono 66 mila tonnellate in dodici mesi. 

Una cifra che spaventa? Eppure stiamo parlando dello 0,0033% in più delle emissioni a livello globale. Intendiamoci di nuovo, Volkswagen, in ogni caso, ha barato e deve pagare, ma è sufficiente una percentuale così minuscola per sbattere al muro e fucilare sulla pubblica piazza un’azienda che solo lo scorso anno ha speso in ricerca e sviluppo 12 miliardi di euro, più di Samsung e di Microsoft? Oppure è massacro ingiustificato che prima o poi pagheremo tutti in termini di ricchezza, posti di lavoro, maggiori costi? Decidetelo voi.

Il tentativo di sbattere il mostro in prima pagina è, però, confermato da quanto è successo a Bmw. In poche ore il suo titolo ha perso oltre il 10% alla borsa di Francoforte solo perché un settimanale tedesco di cui mi vergogno di citare il nome ha scritto sul suo sito internet che le auto dell’industria automobilistica bavarese emettevano più inquinanti di quelli dichiarati. Crollo in Borsa, momenti di panico, migliaia di telefonate roventi a Monaco, giornalisti di tutto il mondo mobilitati e poche ore dopo il “giornale” smentiva se stesso dicendo che non avrebbe mai dovuto scrivere quello che ha scritto, o per essere più precisi “non abbiamo mai inteso accusare la Bmw di manipolare i livelli delle emissioni”. “Siamo stati fraintesi” hanno piagnucolato i giornalisti che avevano diffuso, a pochi giorni dallo scoppio dello scandalo, un comunicato titolato. “Diesel Bmw significativamente al di sopra i livelli di norma”. 

Un giornale tedesco attacca uno dei gioielli dell’industria tedesca e poi fa un repentino dietrofront? A pensarli furbi si può certamente parlare di aggiotaggio, ovvero la pubblicazione di notizie false per influenzare i valori di mercato. O forse più meschinamente è accaduto quello che purtroppo sempre più spesso accade su alcuni giornali internet: notizie o titoli inventati per riuscire ad avere più visibilità. Mala tempora currunt.

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