SPY FINANZA/ Volkswagen e il “ricatto” Usa

- Mauro Bottarelli

MAURO BOTTARELLI aggiunge nuovi elementi utili a capire meglio il caso Volkswagen, che a suo dire cela un attacco degli Stati Uniti alla Germania e all’Europa tutta

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Ho fatto rottamare la mia automobile nel 2008 quando mi sono trasferito a Londra e, anche una volta tornato in Italia, continuo a vivere felicemente senza quattro ruote, dipendendo dai servizi pubblici. Anche quando guidavo non sono mai stato un fanatico, anzi, l’auto per me è sempre e solo stata un mezzo di locomozione, non ci ho mai trovato nulla di affascinante. Per questo, al fine di capire quale sia davvero la colpa imperdonabile della Volkswagen, ho voluto informarmi meglio e presso degli esperti ed è stato il direttore di www.automoto.it, Enrico De Vita, a svelarmi l’arcano e, di fatto, confermarmi la tesi che ho espresso nell’articolo di ieri. Ovvero, l’attacco al colosso automobilistico tedesco è un gesto di guerra industriale Usa contro l’Europa, nulla più. 

Dunque, cos’ha fatto di così imperdonabile Volkswagen? Ha truccato le centraline dei motori per ottenere gas di scarico più puliti durante l’esecuzione del ciclo di misura. Che brutta cosa, accidenti. Peccato che chi conosce il settore mi dice che questa sia una prassi consolidata e utilizzata da tutti, indistintamente. Di più, ci sono almeno una dozzina di trucchi che le case adottano per far bella figura nel ciclo di misura: si va dai pneumatici a basso rotolamento allo spegnimento dell’alternatore, dai pannelli aerodinamici nel sottoscocca a vari alleggerimenti nel corpo vettura, dalla scelta di laboratori spagnoli localizzati ad alta quota (dove l’aria è più rarefatta) a oli extra fluidi. Insomma, un po’ tutti degli zanza, come si dice a Milano. Ma il metodo più gettonato, anche dai motori a benzina, è quello di insegnare alla centralina a riconoscere l’esecuzione di un ciclo di misura. Come si fa? «Basta dirgli: quando l’acceleratore è appena sfiorato, quando la velocità si modifica con questa sequenza, quando le soste al minimo durano tot secondi, quando le velocità di 50, 70, 90 e 120 vengono mantenute per tot secondi, tu, centralina, dimentica potenza e cavalli e bada solo a consumo e inquinamento. Non dimentichiamo che il ciclo europeo di misura (simile a quello Usa) richiede potenze inferiori a 25 cavalli e accelerazioni da baraccone». 

Ma c’è dell’altro. «Forse che l’abbuono regalato alle auto ibride di non conteggiare l’energia presente nella batteria non è uno dei trucchi per denunciare come veri consumi fasulli? Che la stupenda Porsche 918 (potenza 817 cavalli) consumi solo 3,4 litri per 100 km non suscita qualche dubbio sulla correttezza della misura? Quella sostanziale, non quella formale». Eppure, fino a ieri, tutti a magnificare le doti della Porsche, senza gridare allo scandalo, americani compresi. 

C’è poi la parte più interessante della vicenda, ovvero quella ammantata di ambientalismo d’accatto che tanto piace agli americani: il “trucco” usato da VW avrebbe avuto lo scopo di ridurre il conteggio degli ossidi di azoto. Accidenti, roba che ammazza, che porta al surriscaldamento globale immediato! No, «un semplice irritante polmonare (per alcuni individui e non per tutti), non un vero inquinante. Aveva la cattiva fama di potersi combinare con i vapori di benzina che uscivano dai pentoloni ribollenti dei grossi carburatori degli 8V made in Usa. E di produrre smog fotochimico sotto l’effetto del sole di California». Peccato che fosse un problema degli anni Sessanta e Settanta, «oggi lo smog fotochimico è sparito grazie all’adozione del catalizzatore e sono spariti anche i pentoloni che facevano apparire liquida l’aria sopra i cofani degli 8V grazie all’avvento della iniezione elettronica». 

Cos’è rimasto di allora? «La fobia tutta yankee per gli NOx, gli ossidi di azoto, additati come nemici dell’umanità. Non fa nulla se un loro parente, l’N2O viene usato nel viagra come stimolante, non fa niente se gli NOx sono composti azotati che la natura si crea da sola con i fulmini per rendere fertile il terreno». Ed ecco la conclusione che immaginavo ma che volevo confermata da un esperto: «E allora perché tanta acidità? Forse la ragione più semplice per spiegare l’attacco talebano dell’americana Epa agli ossidi di azoto è che rappresentano oggi l’unico punto debole del motore diesel, visto che col Fap il particolato è sparito e il vantaggio in termini di CO2 diventa incolmabile, rispetto al motore a benzina. Forse il target dell’Epa non erano gli NOx, ma l’industria motoristica europea specializzata nel diesel». 

Fin qui ciò che non sapevo. Ora ciò che già so e di cui vorrei mettervi a conoscenza, visto che questo caso è enorme e il 90% della stampa se l’è bevuto come volevano che fosse letto dagli americani. Ovvero, che a dispetto delle fanfaronate da bar di Sergio Marchionne, il settore automobilistico Usa, strategico per l’economia del Paese, sta in piedi soltanto grazie al credito al consumo che vede sempre più clientela subprime comprare auto nuove e usate, visto che le piazzole sono strapiene di automobili invendute al netto della produzione da record, classico esempio di saturazione da mal-investment. Quindi, con il mercato cinese che rallenta, occorre giocare sporco per guadagnare le quote di mercato. E colpire Volkswagen, vuol dire non solo colpire il cuore dell’industria tedesca ma anche europea, perché se non lo sapete il 40% della componentistica di quelle automobili è italiana, non crucca. Quindi, quando gioite per i guai della Merkel, state augurando la fame a qualche decina di migliaia di operai italiani. 

Tanto per mettere le cose in prospettiva. La Germania ha prodotto quasi 13 milioni di veicoli nel 2013, il 17% della produzione totale e 21 dei primi 100 fornitori automobilistici al mondo sono tedeschi. Il settore è il più grande del comparto industriale tedesco, con un turnover di 384 miliardi di euro nel 2014, circa il 20% delle entrate totali del Paese e un contributo pari al 3% del Pil. E ancora, il 20% dell’export tedesco è composto da veicoli e loro parti, mentre il mercato di quel Paese rappresenta il 30% di tutte le auto prodotte (5,6 milioni) e il 20% delle immatricolazioni (3,04 milioni). In Germania ci sono 43 impianti di produzione e assemblaggio con una capacità produttiva pari a un terzo di quella dell’intera Europa e ogni cinque macchine circolanti al mondo, una è tedesca. 

Nel 2014, la spesa per ricerca e sviluppo del settore automotive è stata di 17,6 miliardi di euro, equivalente a un terzo della spese totale per ricerca e sviluppo in Germania. Sempre nel 2014, il 77% delle auto prodotte in Germania era destinato al mercato internazionale e solo il settore ricerca e sviluppo dà lavoro in Germania a 93mila persone, mentre il settore nel suo insieme a 775mila. La sola Volkswagen nel 2014 ha registrato revenues per 202 miliardi di euro e ha venduto il 70% dei suoi veicoli all’estero, dando lavoro a 600mila persone in tutto il mondo e pesando per un terzo delle 775mila unità impiegate nel comparto in patria. Insomma, il cuore dell’economia tedesca. E, quindi, europea. 

Sapete cosa significa infliggere un colpo mortale alla Volkswagen? Oltre a schiantare il settore in generale, significa sottrarre spinta al Pil tedesco e potenzialmente creare il “cigno nero” che può riportare il Vecchio Continente dritto dritto in recessione, depotenziando del tutto il Qe della Bce. Sicuri che ne valga la pena per una ripicca da quattro soldi sui tedeschi perfettini che invece imbrogliano come tutti? Convinti ora che lo scandalo sia creato pressoché sul nulla e tutto ad arte? No? Che ne dite all’ora della stranissima coincidenza che vede l’esplosione dell’affaire Volkswagen coincidere con la decisione degli Stati Uniti di dislocare venti bombe atomiche tipo B61-12 nella base aeronautica di Büchel, in Renania-Palatinato? Notizia divulgata proprio lunedì dalla televisione tedesca Zdf e confermata dall’ex sottosegretario di Stato parlamentare, Willy Wimmer, a detta del quale «la dislocazione delle bombe nucleari in Renania-Palatinato è un’azione consapevole che mira a sfidare il nostro vicino russo». Un’operazione che, oltretutto, costerà ad Angela Merkel e compagni 112 milioni di euro. 

C’è però un problema, il Bundestag nel marzo 2010 votò per la totale eliminazione delle armi nucleari dal territorio tedesco: e ora, cosa si fa? Ci si rimangia il voto oppure si dice no all’alleato Usa? Sarà, ma a mio avviso se Angela Merkel sceglierà la prima ipotesi magicamente i diesel della Volkswagen negli Usa emetteranno vapori innocui al profumo di lavanda e la multa da 18 miliardi diventerà un’ammenda da qualche centinaio di milioni. E poi, un dubbio: non è che la colpa di Volkswagen negli Usa non sia anche quella rappresentata dal primo grafico a fondo pagina, ovvero non sapere stare al mondo, ungendo le ruote della politica?

P.S.: Ieri il lettore Claudio Baleani mi ricordava come proprio sul titolo Volkswagen, i tedeschi nel 2008 «montarono una delle più grandiose speculazioni di Borsa della storia». Mi ricordo quel caso, lo spiega bene il secondo grafico. Peccato che quell’operazione altro non fu che uno uno short squeeze epico dovuto al fatto che qualcuno mise in circolazione voci di gravi problemi al sistema di capitale dell’azienda, tanto che lo short interest superò il flottante totale. Certo, poi l’azione fece +500% in poche settimane, ma a farsi male fu chi mise in circolazione le voci false e chi si giocò anche moglie e casa al ribasso. Le ricordo, inoltre, che la prima vittima di quel caso fu proprio un tedesco, il miliardario Adolf Merckle, il quale per le perdite incorse decise di suicidarsi. È il mercato, caro Baleani.



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