FCA/ Dietro il “ripensamento” sull’Italia c’è più dell’ecotassa

- Giuseppe Sabella

Mike Manley ha parlato di un ripensamento del piano di investimenti annunciato da Fca a fine novembre riguardante gli stabilimenti italiani

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Mike Manley (Lapresse)

Come noto, circa 36 ore fa Mike Manley ha rilasciato delle dichiarazioni importanti parlando alla Cnbc dei programmi di Fca in occasione del primo salone dell’auto di Detroit in cui si presenta per la prima volta nei panni di amministratore delegato dopo la scomparsa di Sergio Marchionne. Fca aumenterà la sua capacità di produzione negli Usa nei prossimi anni per far fronte a due nuovi modelli Jeep, incluso il Jeep Grand Wagoneer. Per quanto riguarda il piano di investimenti da 5 miliardi di euro previsto per l’Italia dal 2019-2021, Manley afferma invece che “sarà rivisto” perché era stato pensato prima che l’ecotassa su auto di lusso e Suv venisse introdotta in Italia. Da allora, “il contesto è cambiato”.

Per quanto la notizia non sorprenda (ne abbiamo già scritto), non sono mancate le reazioni in ambito sindacale perché, naturalmente, la preoccupazione di una significativa ricaduta sui livelli occupazionali è forte. La Fiom ha minacciato una mobilitazione. Certamente la variabile dell’ecotassa sta pesando nelle valutazioni di Fca che, ricordiamolo, solo a fine novembre presentava il piano industriale in oggetto. Manley parla anche delle complicanze commerciali dovute alla Brexit, della difficoltà circa le nuove alleanze che si vanno delineando nel mercato (leggi Volkswagen-Ford). Non è però possibile che il management di Fca non avesse in mano questi elementi quando appunto rendeva note le sue intenzioni agli stakeholders italiani.

I dati che abbiamo appreso in questi giorni circa la produzione industriale ci fanno pensare che, forse, la domanda del mercato stia rallentando in modo tale che abbia indotto alla cautela i vertici dell’azienda. Pochi giorni fa, Bloomberg ha reso noto che il settore auto in America è nuovamente in recessione. Il calo del costo del carburante ha lentamente riportato il Suv al centro del mercato a scapito delle berline, le cui vendite – relativamente ai modelli più richiesti – nel 2018 sono crollate del 30%. Il ritorno del Suv non solo chiede all’industria di riposizionarsi, ma genera un eccesso di produzione stimato in questo momento intorno ai 3 milioni di veicoli, cosa che non può non avere complicazioni anche da un punto di vista occupazionale. GM sembra essere il player più in difficoltà tanto che si parla di circa 20.000 tagli.

Per venire a noi, qualche giorno fa Istat ha reso noto il calo della produzione industriale in Italia e tra i comparti più colpiti – insieme a legno, gomma-plastica, apparati elettrici e chimica – c’è proprio il settore auto: -19,4% su base annua e -8,6% rispetto a ottobre 2018, quando era già stato registrato un calo tendenziale del 14%. Nella media degli 11 mesi 2018, la produzione è diminuita del 5,1%. La contrazione del settore auto è comune, come si diceva, sia agli Usa che all’Europa (in Germania, per esempio, la produzione industriale è crollata del 20% nell’ultimo bimestre del 2018).

Ora: non è che forse il problema è diverso dall’ecotassa? Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio farebbe bene a convocare azienda e rappresentanze per capire quali spazi ha il nostro Paese per fare in modo che Fca non riduca i propri progetti. Questa criticità va gestita nel modo migliore: l’industria dell’auto resta nevralgica per la nostra economia.

Twitter: @sabella_thinkin

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