FINANZA & AUTO/ Guerra ai diesel e spinta all’elettrico stanno uccidendo Pil e lavoro

Si cominciano a vedere delle trasformazioni nel mercato dell’auto che avranno conseguenze molto pesante sul lavoro e sul Pil di alcuni paesi

02.02.2019 - Franco Oppedisano
Lapresse

Le vendite di auto diesel sono crollate del 30,9% e le vetture a metano del 46,1%. Crescono, invece, le vendite delle auto alimentate a benzina (+27,4%), che per la prima volta superano le cugine a gasolio, a Gpl (+8%), le ibride (+18,8%) e quelle elettriche (+26,6%). Cominciano a vedersi i risultati di una campagna scellerata di disinformazione e di demonizzazione: il mercato automotive in Italia scende del 7,5%, mentre aumentano le medie emissioni di anidride carbonica perché le auto a benzina consumano di più dei diesel e ne producono di più. Invece di spingere le vecchie auto inquinanti fuori dalle nostre strade, amministratori pubblici a ogni livello hanno deciso di nascondersi dietro a un dito e di seguire la corrente, poca importa se i risultati sono l’opposto di quello che dicono di voler ottenere.

Però crescono le vendite delle auto ibride e di quelle elettriche, potrà dire qualcuno, e questo è un bene. Ma non siamo del tutto d’accordo neanche su questa affermazione. Per almeno tre motivi. Il primo è che una crescita anche a doppia cifra di un segmento che fino a oggi valeva poche migliaia di auto in una anno non significa niente in termine di abbattimento degli inquinanti nelle nostre città. Inoltre, molte delle auto classificate come ibride sono mild hybrid che hanno emissioni di CO2 solo di poco inferiori ai diesel, tanto che nessun modello o quasi rientra tra quelli incentivate dalle Legge di bilancio varata dal Governo italiano. Il terzo motivo è che siamo un po’ spaventati dalle conseguenze ambientali di un massiccio ricorso alle vetture a batterie per il reperimento delle materie prime che le compongono e per il loro smaltimento. Certo si scopriranno nuovi modi per accumulare energia nelle vetture che saranno privi di ogni conseguenza sull’ambiente. Ma non siamo ancora a questo livello e per ora abbiamo molte più domande che risposte in questo campo. 

Ma le vere conseguenze sul piano sociale di questa insensata battaglia contro i motori diesel si cominciano solo a intravedere. Il calo del Pil negli ultimi due trimestri è in buona parte imputabile al calo della produzione nel settore automotive, dove il produttore nazionale e tutto il suo immenso indotto hanno ridotto la produzione anche a causa dell’entrata in vigore delle nuove norme sulle misurazione delle emissioni (Wltp), introdotte dopo lo scandalo del dieselgate. Ma il peggio deve ancora arrivare perché come chiunque può constatare di persona sollevando il cofano di un’auto elettrica costruire un veicolo a impatto zero è molto più semplice che realizzarne uno con un motore termico, la maggior parte del valore dell’auto è concentrato sul pacco delle batterie che vengono realizzate per la maggior parte in Asia. A parità di auto vendute significa avere bisogno di molti meno pezzi realizzati dalle fabbriche dell’indotto e di molta meno manodopera per assemblarle. Uno studio commissionato dall’Unione europea afferma esattamente il contrario, ma, visto il committente, non poteva essere altrimenti e vista la capacità di vedere le cose dell’Ue diventa quasi la prova provata di quanto abbiamo affermato. 

Uno studio del Fraunhofer Institute, invece, spiega che se si dovessero adottare i target decisi dal Parlamento Ue (un taglio del 35% delle emissioni entro il 2030), si ridurrebbe del 18% l’occupazione nelle fabbriche tedesche di motori. Su scala europea i posti di lavoro a rischio sarebbero 108mila. I metalmeccanici dell’Ig Metall, che si sono fermati a un taglio del 30%, credono che la questione potrebbe costare all’industria dell’auto tedesca 75mila posti di lavoro.

Niente in confronto ai posti di lavoro persi in caso una completa trasformazione dell’industria per produrre auto solo elettriche. La società statunitense di consulenza FTI Consulting ha elaborato uno studio per conto di Acea, l’associazione che rappresenta le maggiori industrie automobilistiche in Europa, che parla della perdita del 60% dei tre milioni di posti di lavoro nel settore automotive.  Speriamo solo di sbagliarci di grosso.

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