MOTOTERAPIA/ Vanni Oddera: se si fa tutto da soli si va veloci, insieme si va lontani

- int. Vanni Odera

Da venerdì 31 luglio a domenica 2 agosto Vanni Oddera, col team di NaturalBoom, sarà protagonista a La Thuile con un evento speciale a base di mototerapia

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Avete mai visto una motocicletta in una corsia di ospedale, in mezzo ai malati, o in un appartamento privato fare le sue giravolte? Sembra impossibile ma succede, grazie a Vanni Oddera, una persona speciale, cresciuta in un ambiente speciale e che adesso opera in ambienti speciali. “Dipende tutto da come sono cresciuto, dai valori che mi ha trasmesso la mia famiglia” ci ha raccontato in questa intervista. Un nonno, ad esempio, poverissimo che si trasferisce nell’entroterra genovese, costruisce due villaggi e anche una cappella personale dedicata a Sant’Antonio che poi regala a papa Wojtyła. Da qui, Vanni, diventato un campione di Freestyle Motocross, decide di dedicare la sua passione ai bambini disabili ed è così che si esibisce in spettacoli “che trasformano gli ospedali in un circo”, dice, e sono un toccasana per i bambini. Nasce la cosiddetta mototerapia. “È l’unica terapia complementare che sta funzionando oggi in Italia perché le altre sono tutte ferme causa Covid-19”. Questo weekend, da venerdì 31 luglio a domenica 2 agosto Vanni sarà protagonista, nella cornice del TH La Thuile – Planibel Hotel & Residence, di un evento speciale Naturalboom realizzato grazie alla collaborazione dell’omonima bevanda, primo mental drink. Una giornata a base di mototerapia in cui Vanni Odera illustrerà il suo progetto.

La tua è una storia di altri tempi, sei cresciuto in un ambiente libero in mezzo alla natura. È una vita fondata su valori che oggi si sono persi. Quanto ha inciso tutto questo su quello che sei oggi?

Da piccolo non avevamo grosse risorse economiche, non ho potuto neanche scegliere cosa fare e infatti ho iniziato ad andare in moto tardi. Questo è un lato negativo, quello positivo è che ho vissuto una realtà fatta di piccole cose dove apprendi dei valori che difficilmente nella società moderna puoi ritrovare.

Quale di questi valori è quello che più ti è rimasto addosso?

Quello che mi diceva sempre mio nonno, e cioè che tutte le anime sono uguali, dagli animali agli uomini, e tutti vanno trattati con la stessa dignità perché ognuno ha diritto a una vita uguale all’altro, dal barbone al ricco.

Ci spieghi in cosa consiste il Freestyle Motocross?

È una disciplina nata dal Supercross americano che consiste nel saltare in alto 12 metri e in lungo 23 e in questa parabola si fanno dei numeri come il lancio della moto o correre al suo fianco.

È una disciplina professionale?

Sì, è riconosciuta ovunque, c’è il campionato del mondo, ci sono gare, personalmente ho preso parte a varie coppe del mondo.

L’immagine che quasi tutti abbiamo è che la moto può essere pericolosa. Tu invece la porti ai bambini.

Se usata male è pericolosa ma come qualunque cosa. La moto tra tanti altri oggetti è libertà allo stato puro. È quello che faccio provare ai ragazzi disabili, trasmettendo loro questa libertà. E funziona. Sono più di dieci anni che facciamo mototerpia, l’anno scorso dopo un anno di studi all’ospedale Regina Margherita di Torino è stata dichiarata terapia complementare.

Come ti sei avvicinato ai disabili?

In famiglia e tra amici non ho mai avuto a che fare con disabili, non è successo come molti che si avvicinano dopo che hanno toccato con mano. Io mi sono avvicinato per la mia infanzia fatta di valori semplici, buoni e imprenscindibili.

Ci puoi fare un esempio?

Nel 2009 mi trovavo a Mosca dove avevo partecipato a una gara molto bella e alla sera c’era una grande festa, donne e alcol per intenderci. Ho preso un taxi e appena salito sentivo una forte puzza di urina. In modo scontroso dissi al tassista di muoversi e portarmi. Mi accorsi che era senza gambe ed era seduto sulla sua urina senza neanche un catetere e senza poter scendere per poterla fare. Rimasi scioccato, gli diedi tutti i soldi che avevo e tornai in hotel pensando a questo mezzo uomo. La mia vita cambiò, pensai come potessi fare per dare indietro un po’ di quel bene di cui sto usufruendo da anni. Pensai di regalare la mia passione agli altri.

Com’è stato portare la moto in ospedale.

È stato molto difficile, ci ho lavorato anni, non era un ospedale qualunque ma il Gaslini di Genova, un’eccellenza nella pediatria. È stato un sogno. Non c’era mai stata al mondo una moto nelle corsie di pediatria.

Poi?

Ci siamo riusciti. Negli ospedali la cosa più bella è che non è più un ospedale ma diventa un circo, cambia tutto, cambiano le persone, diventa tutto folle. Si tocca la felicità dei bambini, ma anche dei genitori, perché li stacchi da una realtà dolorosa per un po’.

Adesso in tempi di pandemia portate le moto nelle case. Che esperienza è?

Dopo due-tre settimane di lockdown abbiamo cominciato a ricevere centinaia di lettere di famiglie con bambini colpiti da autismo. Il lockdown per loro era terribile perché rompi la loro quotidianità creando psicosi e ansia. Ho buttato giù un protocollo per portare la mototerapia nelle case, ho chiesto aiuto ad avvocati, alla gestione Covid. È stato avvallato da varie province e regioni. Siamo andati in più di 800 famiglie in tutta Italia, è l’unica terapia complementare che sta funzionando perché le altre sono tutte ferme.

“Se si salta da soli è solo un salto se si salta insieme è la vita che inizia davvero” è il vostro motto, vero?

Anche “se si fa tutto da soli si va veloci insieme si va lontani”. Importante è arrivare tutti insieme, si sta meglio insieme, inutile avere un grande castello nel deserto, meglio uno più piccolo in mezzo alla gente.

(Paolo Vites)

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