Giovanni Allevi e Uto Ughi: tra nani e giganti la tregua è finita

- La Redazione

Botta e risposta durante le festività dalle colonne de La Stampa tra il compositore e il violinista. La polemica è aperta. Quanto vale davvero la musica di Giovanni Allevi? È all’altezza dei suoi proclami e degli onori di Stato del concerto natalizio al Senato? Il commento di Franco Mila

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Siamo alla resa dei conti. Giovanni Allevi, “oggetto misterioso” della musica classica (?) contemporanea che continua a riscuotere successi di vendita e di pubblico, ha dovuto incassare, questa volta, una stroncatura dura e autorevole che forse ha rotto per sempre la “tregua”. Non sono nuove, infatti, le critiche dei colleghi al compositore marchigiano, ma raramente qualcuno aveva parlato così forte e chiaro.
E così, il “nano” Allevi ha deciso di rispondere al suo rivale, accusandolo di essere un “protettore” di quella “Casta” che gestisce il potere musicale in Italia.
Stiamo parlando del grande violinista Uto Ughi che, dalle colonne de La Stampa, la vigilia di Natale, aveva espresso il suo estremo disappunto per l’onore riservato dalle autorità al discusso compositore, protagonista del concerto natalizio al Senato della Repubblica Italiana.
Il successo di questo “modestissimo musicista” avrebbe segnato, a suo dire, il “trionfo del relativismo” e l’incapacità di andare al di là delle apparenze. Una vera e propria “esaltazione collettiva” guidata addirittura da una precisa strategia di marketing, capace di confondere un “furbo collage musicale” con ciò che si autodefinisce niente meno che la “nuova musica classica contemporanea”.
D’altronde questi sono i rischi di chi, come il giovane (ma non troppo) Allevi, proclama di incarnare il “nuovo che avanza”, prendendo a pernacchie ciò che lo ha preceduto e che lo circonda, costringendo l’ascoltatore, tra l’altro, a decidere senza mezze misure se si trovi davanti a un genio assoluto o a un impostore.
Il dibattito rischia di perdersi nella rissa e di concentrarsi su  aspetti irrilevanti o secondari, spingendo a schierarsi, in base alle simpatie (o antipatie) nella caricaturale squadra degli “pseudo-innovatori” o in quella dei “puristi conservatori e parrucconi”.
Il punto però, per adesso, non è il fatto che esista o meno  la “Casta” dei baroni accademici, ma quanto valga la sua musica: è davvero “nuova”, originale e significativa? Regge il confronto con i capolavori del passato e del presente? È all’altezza delle dichiarazioni superbe e rivoluzionarie che la accompagnano? Ai compositori di musica contemporanea, invece, spetta una riflessione sui motivi di questo successo e sul tipo di domanda musicale che è riuscito a intercettare.
Da queste colonne, tempo fa si era rischiato un giudizio, parlando, non a caso di un “equivoco di successo”. Ognuno comunque è dotato di orecchie, cuore e cervello e riuscirà tranquillamente a distinguere un nano da un gigante.

(Franco Mila)



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