Herbert Von Karajan, il ricordo di una leggenda

- La Redazione

Ricorre oggi l’anniversario della morte di Herbert Von Karajan, leggendario direttore d’orchestra, nell’anno che ne celebra il centenario della nascita. Quest’anno di celebrazioni ha offerto l’occasione per gettare uno sguardo di valutazione globale sull’opera di un musicista che ha profondamente segnato le vicende dell’interpretazione della Musica della grande tradizione europea del Novecento.

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Esattamente diciannove anni fa (16 luglio 1989) il direttore d’orchestra Herbert von Karajan si spegneva nei pressi della sua Salisburgo, ad Anif, dove tuttora riposa. Abbiamo festeggiato, lungo il mese di aprile, la ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita e oggi la ricorrenza della morte (seppur, in questo caso, non suffragata dalla simbolica rotondità del numero degli anni che ci separa da essa) ci dà un nuovo pretesto per ritornare ancora sulla grande figura del direttore austriaco. L’anno delle celebrazioni di Karajan ha offerto l’occasione per gettare uno sguardo di valutazione globale sull’opera di un musicista che ha profondamente segnato le vicende dell’interpretazione della Musica della grande tradizione europea nel Novecento, che tuttora esercita la sua influenza artistica su musicisti e ascoltatori, anche appartenenti alle nuovissime generazioni, i quali hanno avuto la possibilità di conoscerlo solo attraverso le incisioni discografiche che ci ha lasciato.

L’immenso patrimonio di registrazioni costituisce il grande lascito del Maestro, pensato e voluto da lui stesso come opera di divulgazione e monumento artistico da affidare alla posterità, attorno alla cui realizzazione è ruotata tutta la sua attività musicale, in misura paritaria e forse anche superiore rispetto all’attività concertistica.

Dicevamo che le celebrazioni legate al centenario sono un’occasione per riflettere su grandi figure che iniziano inesorabilmente a uscire dalla dimensione dell’attualità per entrare in quella storica. Moltissime cose sono state dette e scritte riguardo l’attività di Karajan: la maggior parte ha contribuito a comprendere e focalizzare meglio quei tratti che hanno reso peculiare e unica la sua vicenda artistica.

Fra i diversi giudizi critici e le diverse valutazioni che vengono date della sua opera un elemento è riconosciuto come assolutamente emblematico della sua estetica: la ricerca di una sonorità orchestrale animata da quel culto del “legato” che si concretizzava nel particolare modo di far fraseggiare l’orchestra, tale per cui la melodia potesse passare di nota in nota in maniera fluidissima, attraverso un rapporto di estremo equilibrio tra la nota suonata e quella da suonare. Una cura del suono che si manifestava in una qualità timbrica che si descriverebbe come vellutata, morbida, avvolgente: cifra stilistica fra le più riconoscibili del suo stile interpretativo.

Una tale concezione del suono gli derivava dal compositore che più di tutti sentiva vicino alla sua sensibilità e che, forse, incarnava il suo ideale di stile musicale: Richard Strauss. Le opere di Strauss (e soprattutto quelle dello Strauss classicista) possono, in qualche modo, essere viste come il punto focale del repertorio di Karajan, dal quale poter scorgere le diverse ramificazioni che si irradiano negli altri territori della sterminata distesa delle opere da lui interpretate.

La sonorità orchestrale straussiana, con i suoi turgori, la pienezza timbrica, la tensione dei fraseggi suggerisce a Karajan un tipo di ideale timbrico che poi si può ritrovare, a tratti, anche nel suo Brahms, nel suo Beethoven, se vogliamo, addirittura nel suo Mozart. Del resto, la critica di eccesivo manierismo alla quale Karajan fu spesso sottoposto, con toni sempre più pungenti verso il periodo della maturità più avanzata, non è priva di fondamento. In termini un po’ sarcastici, lo si accusava di interpretare Beethoven come se fosse Brahms e Mozart come se fosse Beethoven; seppur oggi forse il giudizio in merito non sarebbe così drastico, non è difficile scorgere qualche fondo di verità in questa affermazione.

Dove, invece, questa sua qualità timbrica non poteva che essere perfetta era nel repertorio tardoromantico e, in particolare, vorrei qui ricordare quello pucciniano, di cui Karajan ci ha consegnato delle vere e proprie perle. L’opera italiana, infatti, fu un altro importante capitolo della sua attività e sebbene la sua immagine sia forse più frequentemente associata al repertorio del sinfonismo austro-tedesco, Karajan ha raggiunto vette altrettanto elevate anche in questo settore.

È unanime l’impressione che tutti i cantanti che hanno avuto modo di lavorare con lui descrivono riguardo alla sensazione di aver sentito la propria voce completamente sostenuta, avvolta e valorizzata dall’orchestra di Karajan. La naturale cantabilità e il senso dell’arcata melodica che siamo abituati a ritrovare nelle pagine sinfoniche non poteva che adattarsi perfettamente alle esigenze melodiche del melodramma italiano. Karajan fu una personalità affascinante e magnetica, divisa tra una concezione aristocratica del gusto artistico, un autoritarismo ispirato alla tradizione del “dispotismo illuminato” di cui si riteneva uno degli ultimi esponenti, con il podio della sua orchestra (i Berliner) elevato a trono regale; e un fascino per la Modernità, per la tecnologia, per i motori e gli aeroplani, per i mezzi di divulgazione di massa, per le ultime novità in fatto di tecniche di riproduzione del suono, ai cui misteri si faceva introdurre dagli ingegneri della sua etichetta discografica, la Deutsche Grammophon.

Oggi, a distanza di cento anni dalla nascita e quasi venti dalla morte, la sua opera appare sempre più chiaramente come il frutto di una grande personalità artistica da cui non si può prescindere se si vuole comprendere la conformazione del gusto musicale odierno; tuttora fonte di ispirazione per i giovani musicisti e, nel contempo, documento storico di una delle fasi della cultura musicale europea, forse, ormai già tramontata.

(Marco Targa)

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