MINA / La voce di un’artista famosa e sconosciuta

- La Redazione

Nel giorno che celebra i cinquant’anni di carriera di Mina, LUIGI NAVA, suo caro amico, ci offre un ritratto del lato più nascosto e vero di un’artista che continua a essere ricordata attraverso luoghi comuni e nostalgie di ciò che è passato

Mina375x255_230908

Sarà un po’ infastidita dalle celebrazioni commemorative, la Mina.
Sì, proprio “la” Mina, con quell’articolo che la riconduce dall’empireo delle muse alla terrestrità del suo essere donna concreta, lombarda, padana come può esserlo una che è cresciuta a biciclettate sulle rive del Po.
Infastidita, o forse indifferente, come quando stacca il telefono per tutta la giornata del suo compleanno.
Le commemorazioni, che riportano la Mina in una dimensione che non sente sua, sono necessariamente infarcite di date e di passato, di superlativi e di nostalgia. Se poi le parole si accompagnano alle immagini in bianco e nero dei sabati sera televisivi degli anni Sessanta, si compie il misfatto che lancia un messaggio chiaro: Mina è l’icona di un passato mitico che non tornerà mai più.
Niente di più fuorviante, dunque, di questo ricordarla con la testa e le orecchie rivolte all’indietro. La Mina è donna coi piedi totalmente piantati nel presente. Un presente che c’è, anche se non è dato in pasto al tritacarne dell’informazione che stritola tutto ad uso e consumo del voyeurismo del momento. Un presente che c’è, anche se non è mostrato in pubblico. In questo senso, la Mina che scrive settimanalmente sulla prima pagina di un importante quotidiano nazionale esprime il suo tentativo di leggere il presente, alla luce di un giudizio che è cresciuto alla scuola dell’esperienza elementare del proprio cuore.
Il fastidio di Mina per le commemorazioni lo sento anche mio, perché le parole celebrative non mi restituiscono la sua natura più profonda. Rivedo vecchi spezzoni televisivi e risento la Mina che gigioneggia con i virtuosismi di Brava. Oggi quella canzone, che si potrebbe definire un peccato di gioventù anche se di grande livello tecnico, non avrebbe più senso. Non la canterebbe più.
In questi anni, in quelle rare occasioni in cui la Mina ha voluto esplicitare il senso del suo lavoro, mi ha fatto capire che cantare vuol dire essere solo uno strumento per far esistere quella bellezza, quell’idea, quel sentimento che l’autore ha voluto esprimere. Anzi, l’ideale sarebbe che, ascoltando un brano, uno non dicesse nulla a riguardo della bravura di chi canta, ma potesse essere portato dentro il brano, al punto da coglierlo in tutta la sua portata di bellezza tentativamente espressa.
Un pezzo è venuto bene quando in primo piano c’è il senso, e non chi lo canta, quando non si esibisce l’abilità di interpretare dall’esterno, ma emerge piuttosto il bisogno di calarsi totalmente in ciò che si canta. Paradossalmente Mina è la cantante che vorrebbe scomparire dentro ciò che canta, non farsi vedere, non far emergere se stessa, perché in primo piano c’è ciò che canta. Che va restituito all’ascoltatore nel modo più vero, più fedele alle intenzione di chi l’ha scritto, ma passando comunque attraverso di lei. Mina esprime l’annullamento di sé, per far essere ciò che canta, in un modo che però non potrebbe accadere, se non attraverso il suo tramite.
Al contrario di tante interpretazioni dietrologiche sul suo scomparire dalle scene, esattamente trent’anni fa, credo che una delle ragioni sia proprio questo voler cancellare l’immagine esterna, per dare più peso alla musica, che non ha mai smesso di amare con la visceralità e con la ragione.
Per capire la Mina, mi si permetta di ricordare un fatto. Ascoltai per la prima volta dalla sua viva voce l’Ave Maria di Gounod (poi inserita nel disco Dalla terra), nel maggio del 1997, a pochi mesi di distanza dalla morte di mia madre e di suo padre. Fu uno shock totale, perché il cantare per me, dal vivo, l’Ave Maria, era come una sorta di riconciliazione con la vita. Di quel pomeriggio ricordo tutto. L’emozione e quelle sue parole che non ho più dimenticato, dopo che lei ebbe finito di cantare.
Vedendomi che piangevo senza ritegno e che dicevo qualcosa per esprimere tutta la mia commozione, mi disse che noi uomini non siamo fatti per la morte. Siamo fatti per la bellezza e per la perfezione. Ed è per questo che la morte ci fa orrore e ci fa soffrire, perché è il massimo dell’imperfezione.
Quell’Ave Maria era per me, in quel momento, una affermazione che la vita esiste, che la bellezza è un fatto reale, che per “noi peccatori” c’è l’ora della morte ma c’è soprattutto la certezza dell’Eterno. E me lo diceva la laicissima Mina, con la sua voce, nel momento in cui eravamo entrambi segnati dallo stesso dolore per la morte delle persone più care. Lo diceva senza prediche, nella forma più pura della bellezza, cantando il nome più bello che sia mai apparso sulla faccia della terra.
Per questo risentire quell’Ave Maria vuol dire tornare a quel pomeriggio di maggio, a quelle parole che disse. A quel momento in cui vedevo una donna seduta vicino ad un tavolo, con un registratore che mandava delle note. E si apriva uno squarcio che, dall’apparenza delle immagini passeggere della nostra provvisorietà, portava in tutt’altra dimensione.
Tutta la “terrestrità” racchiusa in una donna, in una voce e in uno strumento. E improvvisamente, senza preavviso, la partenza per l’Eterno. Nel luogo dove suo padre e mia madre erano già giunti. Forse in quel brano inciso c’è qualche forzatura di voce. Ma è un particolare di poco conto, un neo che non riesce ad offuscare quel momento in cui il Paradiso ce l’avevo lì. Perché lei me l’aveva descritto, me l’aveva disegnato, con la sua voce.

(Luigi Nava)



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori