LIRICA/ L’ultima lezione di Luciano Pavarotti

- La Redazione

La splendida e inedita testimonianza del tenore Cosimo Panozzo, uno degli ultimi alunni del grande cantante, che lo accompagnò fino all’estremo addio

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Cosimo Panozzo è nato il 27 agosto 1981 a Verona. Dopo la laurea in Economia e Commercio, si è dedicato sia allo studio del pianoforte presso il Conservatorio di Verona sia al canto lirico diplomandosi al Conservatorio di Mantova sotto la guida del basso Ivo Vinco. In seguito è divenuto alunno e amico di Luciano Pavarotti prendendo lezioni direttamente dal maestro nella sua casa di Pesaro. Oggi è un giovane e promettente tenore. Ha descritto per ilsussidiario.net gli ultimi momenti di vita del sommo maestro.

 

Premetto che descrivere l’incontro e il rapporto sviluppatosi con il maestro Pavarotti è per me motivo di grande gioia perché parlo della mia voce preferita, ma allo stesso tempo è cagione di sentito dispiacere per la sua mancanza e per il ricordo della sua travagliata sofferenza nel raggiungere “l’aldilà”, causata dal tumore al pancreas che lo stava consumando.

Ho conosciuto il maestro nell’estate del 2005 quando feci la mia prima audizione presso di lui, nella sua villa a Pesaro: interpretai il personaggio di Nemorino “dell’Elisir d’amore”, ruolo che Pavarotti aveva fatto per tutta la vita e che amava moltissimo. Ero molto emozionato, ma estremamente felice di vederlo. Ricordo che alla prima audizione, dopo avergli cantato l’aria “quanto è bella”dall’Elisir d’amore (tremante dall’emozione), lui disse: «ciccio, ma quanti anni hai?» io gli dissi: «23» e lui, sorridente, esclamò in modenese: «puttana ragass!».

Da quel giorno nacque un rapporto di simpatia e, nonostante si rendesse conto della mia assoluta spensieratezza, e forse ingenuità, nell’affrontare un lavoro come quello del cantante, nel quale tutto è calcolato al millesimo di secondo, aveva insistito nel volermi ascoltare periodicamente seguendo i miei progressi vocali.

Quando venni a conoscenza della sua improvvisa malattia andai a trovarlo a Pesaro al suo ritorno da New York, dopo l’intervento chirurgico. Era molto dimagrito e affaticato, ma il suo stato d’animo appariva sempre forte e positivo. La sua parola d’ordine era: “voglia di vivere” che lui traduceva con “canto”.

Durante tutto il suo ultimo inverno trascorso nella sua villa a Modena, mentre lottava contro il brutto male, faceva ogni pomeriggio lezione a giovani come me e riceveva anche cantanti professionisti che chiedevano consigli.

 

Il giorno 8 agosto 2007 durante le mie interpretazioni per la Gazza Ladra al “Rossini Opera Festival” di Pesaro mi fermarono dietro le quinte dicendomi che il maestro si era sentito male. Insieme al baritono Vittorio Prato, mio amico, che studiava anch’egli periodicamente con il maestro, mi son recato nel primo pomeriggio nella villa di Pesaro. La segretaria, Veronica, mi mise al corrente del desiderio di farci lezione che Pavarotti aveva espresso nonostante la difficile condizione in cui versava.

Il maestro non ci accolse perché dormiva. Così ci mettemmo a studiare e a scaldarci la voce con la pianista che era lì presente. Il tempo passava e sembrava che Pavarotti non si volesse più svegliare, tanto da farci pensare che sarebbe stato più opportuno rimandare la lezione a un altro giorno.

Ad un tratto, verso le sei di sera, l’infermiere personale ci venne a chiamare dicendo che il maestro ci voleva sentire. Ci recammo subito nella sua stanza da letto dove lui stava disteso, coperto da un lenzuolo e con le braccia aperte, probabilmente per consentire una miglior respirazione..

L’emozione e la commozione è stata indescrivibile. Di fronte a me si trovava il più grande tenore del mondo in faccia al grande “passaggio”.

Per la prima volta mi chiamò per nome «Ciao Cosimo» (solitamente chiamava spesso gli allievi in base al registro vocale: “tenore”, “baritono”, etc.).

Poi, dopo avergli sorriso e stretto affettuosamente la mano, abbiamo iniziato a seguire la sua “ultima lezione”.

Il maestro, con un filo di voce e la bocca socchiusa, ci aveva chiesto di cantare il duetto di Nemorino e Belcore dell’Elisir. La scena sembrava quasi ridicola perché, non essendoci il pianoforte, la pianista si serviva di una piccola tastiera elettronica dandoci appena qualche riferimento musicale.

Mentre cantavo nel duetto l’arioso “ai perigli della guerra”, che per un tenore è un pezzo musicalmente splendido, ho visto i suoi occhi chiudersi. Sembrava quasi che il suo respiro seguisse la partitura dei fiati musicali. Chissà cosa ricordava o semplicemente provava ascoltando quelle note cantate da me che dispongo di mezzi vocali sicuramente non paragonabili a quel grande che avevo di fronte.

Terminato il brano ci fu silenzio per qualche minuto.

Aperti gli occhi il maestro ci disse con lieve voce un fiducioso: «Bravi!».

Avrebbe voluto dirci altre cose ma la malattia non riusciva a fargli terminare le parole..

Immaginavo, pur non avendone la certezza medica, che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui lo avrei visto.

Finita la lezione uscii religiosamente da quella stanza. Non ebbi il coraggio di avvicinarmi al suo letto per salutarlo, forse perché ero gonfio di emozione. Ricordo che da qualche metro gli dissi: «grazie maestro!». Poi gli mandai un bacio con la mano e lui faticosamente mi guardò con gli occhi sofferenti, quasi impauriti, ma densi di gratitudine.

Il giorno successivo Pavarotti venne ricoverato d’urgenza a Modena. Là, il mattino del 6 settembre 2007, ha terminato il suo faticoso travaglio. Furono i telegiornali a darmi la triste notizia.

Forse Qualcuno si era servito di me quel pomeriggio per fargli compagnia…

 

Cosimo Panozzo

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