BATTISTI/ Un canto libero per tutti e per ognuno

- Walter Gatti

Ricorrono oggi i dieci anni della scomparsa di Lucio Battisti. Nell’Italia anni ’60, mentre la canzone italiana si incammina sulle strade del “contenuto impegnato” ad ogni costo, del testo sovrano, Battisti rimane fedele alla vocazione d’essere musicista. E riesce a parlare al cuore di tutti

battisti1R375_8set08

Dieci anni dopo siamo qui a parlare di Lucio Battisti, a ricordarlo. Aveva 55 anni, quando è scomparso il 9 settembre del 1998. Viveva da anni a Molteno, Brianza profonda, insieme a Grazia Letizia Veronesi, la moglie che era per lui anche una compagna artistica, visto che aveva firmato i testi di un suo disco dell’82, Eh già. Dieci anni dopo l’Italia lo sta ricordando. Battisti era un musicista immenso, che passava dal blues di Il tempo di morire all’impressionismo acustico di Emozioni, dal funky-soul di Nessun dolore alla stravaganza contemporanea di Hegel. Il più famoso, il più influente, forse anche il più sottovalutato… Proviamo invece a scavare e tiriamo fuori qualche brandello di non-ovvio.

E allora proviamo a rispondere alla domanda: cosa ha dato Lucio Battisti di così particolare da lasciare una traccia così forte? È sufficiente essere un grande musicista per diventare indimenticabile? La risposta è secca: in una canzone italiana dominata dalla categoria balzana del “cantautore”, Battisti era un’altra cosa. Tutto ruota attorno a un punto, indiscutibile e tiranno: Lucio Battisti era un musicista grandissimo, ma non era un “cantautore” e questo ha sempre fatto di lui un soggetto culturale (oltre che artistico) ingombrante. Essere “solo” un grande musicista è stata la sua fortuna e il suo destino, visto che i testi che Lucio musicava nel periodo d’oro erano farina del sacco di un altro, il signor Giulio Rapetti, in arte Mogol. Proprio nel periodo – ci riferiamo al decennio 68-78 – in cui la sfida era tra la canzonetta sanremese e i nascenti cantautori, lui era il terzo incomodo, la grande canzone che tenta di avere una sua dignità a prescindere, una grande dignità artistica. La traccia che ha lasciato è culturale proprio perché non ha preteso di essere altro che musica, in un momento in cui tante “musiche” pretendevano di essere cultura.

Ma allora: Battisti ha lasciato qualcosa che… c’entra con la cultura? Io rispondo affermativamente. Proprio nel momento in cui la forma cantautorale prendeva possesso della nostra canzone, proprio nel momento in cui il tema sociale, la spinta progressista, sociale, libertaria, anarchica, anti-conformista, politica, oltranzista, rivoluzionaria e chi più ne ha meglio è, prendeva possesso delle radio, dei teatri e delle hit parade, Lucio Battisti era l’altra parte. Mentre la canzone italiana si incammina sulle strade del “contenuto impegnato” ad ogni costo, del testo sovrano, Battisti rimane fedele alla vocazione d’essere musicista, un artigiano indefesso della costruzione armonica. Mentre Mogol s’ingegna sulle parole e lo fa con eccelsa capacità di raccontare “l’uomo qualunque” del suo tempo, contemporaneamente Lucio scolpisce la nota, la melodia, l’armonia, l’orchestrazione e assolve questo compito in modo quanto mai efficace e originale, tirando fuori il meglio dalle strofe e riuscendo anche nell’impresa di far dire ciò che le strofe nemmeno sanno di dover dire. Prendiamo l’esempio per me stupefacente di Non è Francesca, dove la coda musicale, la parte senza parole e senza cantato è mille volte più espressiva della parte “cantata”, perché solo l’orchestrazione in crescendo, ma immobile su una nota riesce ad esprimere l’angoscia del “lui” costretto ad ammettere nel silenzio tragico che “lei” era veramente Francesca, la traditrice. Lucio ha sempre saputo dire con le note tutto e ancor di più. Anche più tardi, anche quando i testi diventano il folle arzigogolo surreale proposto da Pasquale Panella (spesso liquidato di ermetismo inutile – eppure capace di scrivere versi illuminanti come quelli di A portata di Mano, in L’apparenza: E tutto il tempo è vicino/ a portata di mano/ sul tavolino, sul ripiano/ su quanto ti è più caro), anche lì Lucio dispiegava il pentagramma ben oltre le intenzioni del testo.

Completo, eclettico, imprevedibile, ricchissimo nell’introitare echi da tutto il mondo, meno elitario di De Andrè, meno depresso di Paoli o Tenco, meno infuocato di Guccini e non troppo genial-pazzoide come il Lucio Dalla di quegli anni, questo solo per citare quelli che avevano visto come lui la luce negli anni ‘60: questo è stato Battisti, un musicista per tutti e comprensibile a tutti, come pochissimi altri al mondo, come Bob Dylan, Paul McCartney, Paul Simon.

Lucio Battisti era così per tutti e per ognuno, che pure i contestatori studenteschi e gli operai della fabbrica occupata – è stato detto già tante volte – quando se ne tornavano a casa dopo una dura giornata di baraonde, nella tranquillità della propria abitazione e nell’intimo del proprio amore, difficilmente si ascoltavano Ivan Della Mea, Arbeit macht frei degli Area o Stalingrado degli Stormy Six, “Fame e macerie sotto i mortai/come l’acciaio resiste la città”: le canzoni di tutti, di destra e sinistra, di sindacati e di carabinieri erano Il mio canto libero, Fiori rosa fiori di pesco, oppure Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi. Il cantautorato successivo, Venditti, De Gregori, Bennato, Cocciante, che pure fa di un certo impegno sociale la propria spinta lirica, è figlio legittimo proprio del Battisti che racconta il “privato” e non il “pubblico”, cioè il bello e il doloroso dell’essere normali, il peso e la grandezza dell’avere un amore, la gioia e la terribile responsabilità di avere una felicità da ricercare mentre il tempo passa.

Ecco perché Lucio Battisti è diventato il più amato, il più popolare: perché ha detto a tutti le cose di tutti in una confezione musicale concepita come “lavoro”, la stessa che – fatte le debite proporzioni – aveva il più grande musicista di ogni tempo, J.S. Bach. Battisti ha detto cose comprensibili, non servivano codici specifici o definite appartenenze per capirle, per amarle. Mentre tutto si muoveva di corsa, mentre tutto cambiava “fuori”, ha dato voce con la musica a ciò che cambiava “dentro”, vale a dire qualcosa che era alla portata di tutta l’Italia, quella che provava a vivere dignitosamente nel bailamme degli anni ‘60. Per questo ha lasciato un segno anche nell’Italia che prova a vivere nel XXI secolo.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori