RITORNO AD ABBEY ROAD/ 6. Michelle, Nowhere Man e altri capolavori dei Beatles in “Rubber Soul”

George Harrison: «Credo sia il migliore album che abbiamo mai fatto… riuscivamo a sentire suoni che prima non eravamo in grado di sentire… c’erano tante cose che stavano germogliando, noi compresi, perché stavamo ancora crescendo». Il viaggio attraverso i dischi dei Beatles continua con ALBERTO CONTRI

16.10.2009 - Alberto Contri
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La rimasterizzazione degli indimenticabili dischi dei Beatles offre l’occasione per ripercorrere l’opera dei Fab Four e osservarla, cogliendo la novità che rivoluzionò la musica di allora e che continua a influenzare quella del nostro tempo. In questa quinta puntata dello speciale “Ritorno ad Abbey Road” Alberto Contri introduce i lettori de ilsussidiario.net all’ascolto di “Rubber Soul” (1965).

Riascoltare “Rubber Soul” mezzo secolo dopo la sua prima uscita (1965), fa immaginare quale sensazione abbia provato Marcel Proust nell’assaggiare la sua famosa madeleine. Perché si tratta di suoni e umori musicali che a ventuno anni circondavano il vostro recensore di turno provenendo dal juke-box del bar o dalla valigetta giradischi Geloso durante le feste in casa, mentre corteggiava una ragazza ballando la languida melodìa di Michelle.

Solo a molti anni di distanza ci si rende conto della significativa svolta che i FabFour hanno costituito nella musica del ‘900: allora quei suoni costituivano la normale colonna sonora di una gioventù che stava avvicinandosi ai primi miti legati alla psichedelìa e all’oriente, mescolati con notevole arte a innovazioni pop rock e folk.

Nella classifica del migliori album del ‘900 stilata da Rolling Stone, Rubber Soul si piazza al 5° posto, preceduto da altri due album dei Beatles, “Sergent Pepper’s” e “Revolver”.
George Harrison aveva dichiarato: «Credo sia il migliore album che abbiamo mai fatto… La cosa importante fu che improvvisamente riuscivamo a sentire suoni che prima non eravamo in grado di sentire. Sentivamo maggiormente l’influenza della musica di altri, c’erano tante cose che stavano germogliando, noi compresi, perché stavamo ancora crescendo».

Molto avvertibili, infatti, sono le influenze dei Byrds e di Dylan, ma anche dei generi più popolari come il country rock e il folk. Ma la vera grande rivoluzione di questo disco è costituita da quanto è avvenuto nello studio di registrazione, nel quale George Martin è riuscito a forzare gli stereotipi dei tecnici del suono di Abbey Road, impostando criteri di mixaggio allora assai innovativi, che sarebbero poi diventati quelli in vigore ancora oggi.

Nella sua graffiante e frizzante semplicità, con il suo testo sessualmente allusivo, Drive my car apre l’album mettendo in luce tutte le originali doti dei quattro, in particolare il basso di Paul.
Se chiudete gli occhi e provate a concentrarvi sulle linee armoniche disegnate sul famoso Hofner a forma di violino (non solo in questa canzone, ma in quasi tutta la produzione beatlesiana), vi accorgerete che Paul McCartney è uno dei più interessanti bassisti della storia della musica moderna.

 

 

Norvegian Wood è un brano diventato famoso per le sue atmosfere orientaleggianti, grazie alla passione di Lennon per il sitar, che John aveva cominciato a studiare e che con molta fatica i tecnici riuscirono a registrare nonostante i picchi sonori che tendevano a distorcere.
A essere sinceri non tutti i brani sono dello stesso livello, e infatti You Won’t See Me è soltanto un gradevole motivetto. Assai più impegnativa e memorabile Nowhere man, imperniata sul tema della solitudine esistenziale, che Paul definì “una delle più belle canzoni di John”.

 

 

 

 

Non altrettanto memorabile Think For Yourself, nella quale Paul sperimentò la sovrapposizione di due linee di basso, una eseguita normalmente con il suo Vox, e una con il basso inserito direttamente nel banco di missaggio attraverso un distorsore fuzz.
Scritto sotto l’effetto della marijuana, The Word è un bluesetto famoso più che altro per essere stata la prima canzone dei Beatles a ispirarsi alla filosofia hippie. Francamente indimenticabile, invece, Michelle, canzone diventata popolarissima e con la quale si sono cimentati generazioni di musicisti, cantanti e jazzisti.

 

 

 

Bilingue nei versi, Michelle – oltre che per l’accattivante melodia – rimane impressa nella memoria per un assai indovinato arrangiamento. Piuttosto divertente la citazione country-rock di What Goes On a opera di Ringo Starr (è una delle poche canzone in cui Ringo appare come voce solista), anche per l’indovinato sostegno chitarristico di George Harrison.
Ugualmente indimenticabile la risposta di Lennon a Michelle: Girl ha avuto un tale successo da essere cantata e suonata praticamente da tutti. E anche in questo caso siamo in presenza di un arrangiamento molto originale, che chiude l’invocazione di una donna ideale con un leggiadro e sorprendente sirtaki.

 

 

 

I’m Looking Trough You, per quanto allegrotta e ritmata, costituisce un altro dei rimproveri di volubilità che Paul rivolge alla fidanzata Jane Asher. E finalmente si può parlare di In My Life, che i critici, all’unanimità, considerano la più interessante canzone dell’album e forse la migliore di quelle scritte dal duo Lennon-McCartney.

 

 

 

 

Si tratta di una melodia romantica e struggente, piuttosto complessa dal punto di vista musicale, che supporta un testo sul tema della nostalgia della giovinezza. Indimenticabile – e precursore delle contaminazioni classicheggianti di Penny Lane – lo stacchetto con il piano di George Martin registrato a velocità dimezzata e mixato a velocità doppia per ricordare un clavicembalo: uno di quei giochetti che avrà certamente fatto impazzire i tecnici del suono.

Il disco si conclude con tre brani che sembrano rimettere indietro l’orologio del tempo: Wait, If I Need Someone, Run For life. Canzoncine divertenti, che sembrano quasi composte di corsa per concludere il disco, addirittura ricorrendo a palesi citazioni di Roger McGuinn e di Elvis Presley. Ma tutto il resto è talmente interessante… che gliele abbiamo sempre perdonate.

Riascoltando queste canzoni rimasterizzate a quasi mezzo secolo di distanza, si apprezzano in modo particolare le intuizioni musicali, e gli arrangiamenti e le polifonìe vocali che sarebbero poi stati riprese dai Queen e da moltissimi altri. Certamente il suono stereo ripulito costituisce un elemento di novità non da poco.

Eppure il vostro sessantacinquenne recensore si ricorda perfettamente la diversa sonorità dei primi juke-box monoaurali del 1965: quel suono compatto dove tutto si mescolava e tutto si intuiva è stata la vera colonna sonora di quegli anni. E se i Beatles sanno stupire e affascinare oggi come allora anche attraverso la rimasterizzazione più moderna, vuol dire veramente che il loro genio ha superato senza ombra di dubbio la prova del tempo.

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