RITORNO AD ABBEY ROAD/ 7. La sperimentazione, la novità e il mistero dei Beatles in “Revolver”

«Ascoltate uno in fila all’altro i primi 6 pezzi di “Revolver”. L’esperienza che farete sarà simile al girare le pagine di un libro: ogni pagina, un mondo sonoro diverso, un diverso ambito di riferimento». “Revolver” dei Beatles secondo WALTER MUTO    

19.10.2009 - Walter Muto
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La rimasterizzazione degli indimenticabili dischi dei Beatles offre l’occasione per ripercorrere l’opera dei Fab Four e osservarla, cogliendo la novità che rivoluzionò la musica di allora e che continua a influenzare quella del nostro tempo. In questa settima puntata dello speciale “Ritorno ad Abbey Road” Walter Muto introduce i lettori de ilsussidiario.net all’ascolto di “Revolver” (1966).

Prima osservazione: oggi si compra un cd (per coloro che li comprano ancora) e ci si aspetta che, a parte le debite variazioni fra pezzi lenti e veloci o l’aggiunta di qualche strumento o dell’orchestra, i pezzi suonino grossomodo tutti uguali. Anzi, l’uniformità sonora di un lavoro solitamente è un vanto.

Ora ascoltate uno in fila all’altro i primi 6 pezzi di “Revolver”, album dei Beatles dato alle stampe nell’agosto del 1966, mentre i quattro stavano decidendo il loro ritiro dalla scena live.
L’esperienza che farete sarà simile al girare le pagine di un libro: ogni pagina, un mondo sonoro diverso, un diverso ambito di riferimento. Si parte nella maniera più acida possibile con George Harrison e la sua Taxman, un feroce attacco alla tassazione del reddito.

Il pezzo, potremmo dire un blues-funky serratissimo, è il migliore biglietto da visita dell’album. By the way, ascoltate il coretto del ritornello e ditemi se non vi ricorda un’altra canzone, colonna sonora di un film che finisce sempre con “man” ma comincia con “Bat”.

Brusca sterzata, e dal fade out elettrico emerge il doppio quartetto d’archi di Eleanor Rigby, canzone atipica sia per il geniale arrangiamento di George Martin che per il tema, la morte di una vecchia zitella. Anomalo anche perché non era mai capitato che in un album di una rock band nessuno suonasse, affidando l’arrangiamento solo agli archi.

Ma giriamo nuovamente pagina, e troviamo un assonnato John Lennon che canta I’m only sleeping. Altra ambientazione, chitarra acustica, solo di Harrison girato al contrario, e il convincente incedere ritmico di Ringo. E via con Love you to, tipica sperimentazione di Harrison, alle prese con suoni indiani e atmosfere sognanti.

 

 

Traccia 5: Here, there and everywhere, romantica ma solidissima canzone d’amore di McCartney, dalla linea melodica tortuosa e mai doma, e al tempo stesso dolcissima. Bridge con cambio di tonalità, complesse armonie vocali, un piccolo capolavoro. Fra l’altro, la canzone che McCartney preferisce, fra le sue composizioni.

 

 

 

La voce di Ringo è uno schiaffo che attacca senza introduzione Yellow Submarine, uno dei pezzi più conosciuti dei Beatles, frizzante canzoncina per bambini assolutamente riuscita. Siamo solo alla traccia 6 e ci mancherebbe di parlare di altri 8 brani, cominciando da She said, she said, di Lennon, tormentata canzone frutto di un disorientamento sicuramente dovuto alla frequentazione dell’LSD.

Anche qui emerge per contrasto Good day sunshine, solare pezzo di McCartney che spazza via le nubi che John aveva addensato. Ma Lennon ritorna, con un pezzo più aperto, And your bird can sing, per poi lasciare il posto ad un’altra sorprendente, intensa prova d’autore di Paul, la splendida For no one, distaccata descrizione della fine di una storia d’amore. Canzone impreziosita da un memorabile assolo di corno, che ne aumenta oltremodo il fascino.

Ma c’è spazio ancora per Doctor Robert, brano minore ma incisivo di Lennon, I want to tell you, terza canzone data all’album da Harrison, e il rhythm’n’blues di Got to get you into my life, con una poderosa sezione fiati.
Chiude l’album l’ultima chicca, il viaggio psichedelico di Lennon infarcito di tapeloops, suoni ancestrali e sperimentazioni sonore, l’ipnotica Tomorrow never knows.

 

 

 

Voglio rispondere a una delle domande più frequenti che si è soliti fare parlando dei Beatles e in particolare di questo Album: no, non è sperimentazione fine a se stessa. È un’urgenza creativa che si spinse a tal punto da modificare il concetto stesso di fare musica, con mezzi così limitati che oggi farebbero sorridere un liceale alle prime armi.

E insieme una punta di mistero, un valore assoluto dei singoli che solo nell’unione con gli altri, guidata da un maestro come George Martin, ha trovato un valore ancora più alto, molto più alto della somma dei singoli fattori. Questo sono stati i Beatles, e "Revolver" ne è una delle prove più convincenti.

 

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