2010/ Il tempo di Einaudi e Allevi, aspettando che la musica torni a stupirci

- Alberto Contri

Se prendiamo in considerazione alcune arti come quelle figurative e la musica in generale, nell’ultima parte del secolo è quasi del tutto scomparsa la tendenza a innovare, mentre è cresciuta la coazione a ripetere, rifare, citare. Contemporamente sta svanendo la memoria del passato. Alcune conseguenze e particolarità dei nostri tempi, secondo ALBERTO CONTRI    

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Se prendiamo in considerazione alcune arti come quelle figurative, la musica in generale (e il jazz in particolare), non si può negare che nell’ultima parte del secolo è quasi del tutto scomparsa la tendenza a innovare. Mentre è cresciuta a dismisura la coazione a ripetere, rifare, citare. Si ha la sensazione di avere di fronte un uomo che sta camminando su una strada chiusa all’orizzonte da un grande e invalicabile muro, sicché l’unica prospettiva che gli rimane è quella di voltarsi indietro.

Contemporaneamente sta svanendo la memoria del passato, e in tutte le classi sociali di ogni età, sicuramente complice tanta programmazione televisiva degli ultimi vent’anni, si sta sviluppando un preoccupante analfabetismo di ritorno.
È grazie a questo particolare contesto che alcuni furbastri che si definiscono “musicisti totali” (il riferimento ad Allevi non è affatto casuale), riescono a riempire persino le grandi arene dove si sono celebrate le più grandi opere della storia con musichette ricopiate a pezzetti dalle grandi composizioni di cui purtroppo nessuno si ricorda più, rimontate con un po’ di furbizia.

Se ci facciamo caso le mostre sono quasi tutte retrospettive, e per fortuna hanno successo perché sempre meno persone hanno avuto occasione di vedere nella propria vita un quadro di Latour, di Caravaggio, di Andrew Wyeth e tantomeno un disegno di Hopper.
Dicevamo del jazz: in quella musica improvvisata e creativa per eccellenza, praticamente si è smesso di innovare dopo Miles Davis e John Coltrane. A parte qualche rarissimo genio, anche i più grandi rivoluzionari del free-jazz hanno finito, nel migliore dei casi, per ritornare alle origini (pensiamo ad Archie Shepp), o ripetendo se stessi all’infinito.

Per il pubblico più giovane, il jazz si è fuso assai malamente con il rock, e le vette della cosiddetta fusion o dell’acid jazz non sono che manierismi ripresi e ricopiati dal passato: anche in questo caso l’ignoranza del pubblico ha giocato un ruolo decisivo, permettendo a tanti “organizzatori culturali” di vendere palline di plastica al posto di perle.
Un maestro del jazz italiano e internazionale, Enrico Intra – che condivide questi giudizi – ha descritto la situazione con una frase davvero fulminante: «Ci troviamo a questo punto per un semplice motivo: sono finite le parole». Espressione anche poeticamente interessante, ma rivelatrice di un momento semplicemente drammatico.

Alla ricerca di una possibile spiegazione del fenomeno, vale la pena di riflettere sul fatto che lo spirito innovativo è ampiamente condizionato dal contesto socio-economico complessivo.
Circa 15 anni fa l’Istituto di ricerca Eurisko aveva segnalato lo svilupparsi di una “sindrome delle aspettative decrescenti” capace di impattare sugli stili di vita di tutta la popolazione. In questo contesto la green economy (o slow economy, che dir si voglia), esprime più che altro una serie di innovazioni di processo tese a risparmiare energia e ridurre l’inquinamento.

Queste osservazioni riportano alla mente le profetiche tesi di un filosofo francese ingiustamente ignorato, René Guénon. grande studioso delle civiltà orientali, che aveva affrontato questi temi analizzando a fondo la «teoria dei cicli cosmici», in particolare nei termini in cui essa viene presentata nella tradizione indù: qualunque realtà (macrocosmica o microcosmica) sviluppa determinate possibilità fino al loro esaurimento, il che costituisce a un tempo la fine del ciclo precedente e l’inizio di quello successivo.

Tale processo (simile al susseguirsi delle stagioni nel ciclo annuale, tanto per esemplificare il concetto) riguarda anche le civiltà umane, che si sviluppano a partire da una Età dell’Oro, in cui i princìpi spirituali informano pienamente l’esistenza di tutti gli esseri, a una Età del Ferro, in cui è sovrano l’aspetto quantitativo delle cose, considerato secondo una prospettiva materialistica.

È indubbio che noi si stia vivendo un’Età del Ferro, con tutti gli influssi negativi che genera in ogni campo dello scibile umano. Infatti l’aspetto quantitativo è oggi preponderante, basta pensare al valore dato allo “share” nel giudicare un programma televisivo!
Guénon aveva individuato anche un sintomo capace di dimostrare che stiamo vivendo la fine del ciclo dell’Età del Ferro: la sensazione della progressiva accelerazione del tempo, caratteristica saliente del nostro vivere di oggi…

Per chi fosse interessato all’argomento, è davvero consigliabile la lettura del libro di Guénon dedicato a questo tema, che guarda caso si intitola “Il regno della quantità e il segno dei tempi”.

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