IVAN DELLA MEA/ La voce della Milano operaia

- Walter Gatti

WALTER GATTI tratteggia il profilo di Ivan della Mea, cantante appena scomparso degli anni della canzone politica, nel contesto ideologico dell’Italia anni Sessanta. All’interno di questo segmento culturale, Ivan Della Mea, insieme a Michele Straniero, Gualtiero Bertelli, Sergio Liberovici, Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini rappresentava un tentativo aspro e dignitoso di essere un’alternativa

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Per avere una pur vaga percezione di chi sia stato e di cosa abbia fatto Ivan della Mea bisogna far lo sforzo di tornare agli anni della canzone politica, immergersi nel contesto ideologico dell’Italia a partire dalla metà degli anni Sessanta e osservare senza preconcetti quello che la cultura socialista, comunista, anarchica e libertaria ha prodotto. All’interno di questo segmento culturale, Ivan Della Mea, insieme a Michele Straniero, Gualtiero Bertelli, Sergio Liberovici, Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini ha rappresentato facce diverse di un tentativo aspro e dignitoso di essere e rappresentare un’alternativa.
Canzone popolare, canto metropolitano, canzone contadina, anti-militarismo, nuova coscienza di classe, teatro d’agitazione: ascoltare alcuni dei “Dischi del sole” (la casa discografica che conteneva le canzoni di questi autori e del Nuovo canzoniere italiano) rende meglio di qualsiasi trattato ideologico il senso di quei giorni.
Di quel periodo, Ivan della Mea era l’anima milanese e operaia, canto profondo su chitarra, arrangiamenti pochi, vitalità infinita. Strano, poi, pensare che proprio un toscano, visto che Ivan era di Lucca, si era fatto punto d’onore esprimere il vissuto della Milano operaia e proletaria (non a caso il suo disco più celebre è “Ringhera”), riuscendo a integrarsi tra la nebbia, i tram affollati e assonnati, le manifestazioni in piazza Duomo e le botte tra polizia e manifestanti a Rogoredo come alla Innocenti. Tempi duri: mentre l’Italia si industrializzava, mentre la Dc e il Pci tentavano dialoghi a distanza, mentre il Festival di Sanremo e i juke-box impazzavano, qualcuno (già dalla seconda metà degli anni Cinquanta) cantava un’Italia nascosta, di mondine e contadini, di “uperari” nelle fonderie e di anti-militarismo. Nel bene e nel male, ci voleva un certo coraggio negli anni Sessanta a cantare di fronte a ufficiali, prefetti e vescovi “traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta, scannatori di carne venduta e rovina della gioventù”, come fece Michele Straniero nel ’67 al Festival dei due mondi di Spoleto. Erano brandelli d’arte o provocazione pura? Protesta o senso di libertà? Erano ingenui o furbi? Erano agitatori o poeti con la tessera del partito?
Non erano tempi in cui c’era spazio per le frottole, per i diritti dei cani dalmata o per l’eutanasia. Era canzoni proletarie: si pensava al posto di lavoro, alla casa, alla paga.
Al Premio Tenco, attorno al ’90, furono presentati ai giornalisti i rinati “Dischi del Sole” (che nel frattempo avevano chiuso per mancanza di fondi e per “abbandono” da parte sia del Pci che del Psi). C’era Michele Straniero – ex salesiano, poi acerrimo nemico di tutto ciò che era cattolico o clericale (per lui il confine era labile), poi ancora critico verso il Partito comunista diventato nuova liturgia confessionale). Straniero raccontava cosa erano stati i Dischi del Sole e l’avventura di Cantacronache (altra esperienza di ricerca musicale sulle tradizioni popolari e di protesta) e cosa era costata la loro genesi. Ero lì per Il Sabato e mi ero fatto raccontare la storia dietro i dischi, le amicizie tra i musicisti, i contrasti con il partito e l’intellighenzia. A un certo punto i bisogni del potere i suoi compromessi avevano tagliato via quella fetta di esperienza artistica, che da popolare si era ritrovata a essere senza più pubblico e senza più soldi per andare avanti.
Ecco, cantante, scrittore, sceneggiatore, triturato come tanti altri nelle regioni di partito, Ivan Della Mea ha scritto nel 2007 una celebre missiva a Fausto Bertinotti in cui riprendeva quegli stessi ragionamenti di Michele Straniero, in cui ha ricordato come la classe operaia (e con essa i suoi cantori istintivi) è “stata distrutta in nome della ragione di partito sempre più coincidente con la ragione del potere”.
Il suo ultimo libro, “Se la vita ti dà uno schiaffo”, è un romanzo biografico pubblicato per la Jaka Book.
Ho ancora a casa una copia di “Ci ragiono e canto”, lo spettacolo del ’66 e ‘69 portato nei teatri da Dario Fo con Ivan, e di “Ringhera”, anno ‘74, comprata quando avevo 16 anni. Musiche aspre e intense (ad esempio Sent un pu, Giuan), non sempre belle e dove spesso l’urgenza dei motivi e delle cause supera la necessità del comunicare con bellezza.
È vero: non son musiche da tutti i giorni, in un tempo in cui il comune sentire progressista è quello di Neffa o dei Tiromancino. Canzoni dimenticate, quelle di Ivan. Forse canzoni da rivalutare come pezzi di storia, brandelli della cultura italiana di fine secolo, lascito di un personaggio che – come molti – ha dato dal profondo senza ottenere in cambio quello che purtroppo mamma ideologia non avrebbe mai potuto dare.



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