U2 360° Tour a San Siro/ Non sarà un concerto come tutti gli altri

- Paolo Vites

Si chiama U2 360° Tour perché il palco si trova in mezzo allo stadio e gli spettatori possono guardare e ascoltare da qualunque posizione. Tranne quelli che, un tempo, come nei migliori concerti rock, andavano là sotto, ai piedi dei loro eroi perché il palco riempie praticamente tutto lo spazio del campo da calcio. «Ai concerti degli U2 – ha detto Bono – si sente un rombo, come un 747 che decolla». L’approfondimento di  PAOLO VITES

U2MilanoR375_070709

Un giornalista americano, tempo fa, se ne uscì con una delle migliori descrizioni della patologia da rock star. «A Mick Jagger piace essere adorato dal pubblico» scrisse. «A Bruce Springsteen piace essere amato. A Bob Dylan – concluse – del pubblico non frega niente».
Citando tre dei più grandi e influenti performer della storia di questa musica, quel giornalista individuò perfettamente cosa c’è dietro una persona che ogni sera si mette in gioco davanti a decine di migliaia di persone. Ognuna a modo suo.

Bono, il cantante degli U2, che vedremo in azione questa sera a San Siro, ha dato una spiegazione diversa del motivo dietro il suo mettersi a nudo su un palco, una motivazione che dice bene perché lui è così distante dai cliché di tanti, se non di tutti i suoi colleghi.
«Bisogna avere un problema affettivo enorme – ha detto – per reclamare ogni sera l’amore di 50 mila spettatori». Ecco. C’è un gran problema affettivo, cioè il desiderio di riempire il proprio desiderio di pienezza del cuore, ma, a ben vedere, è lo stesso problema che hanno quei 50 mila che corrono allo stadio – sborsando cifre proibitive, tanto costano oggi i concerti rock – sopportando ore di caldo, disagio, fatica, per una manciata di canzoni che, spesso e certamente in uno stadio, si ascoltano con un suono orribile. E non c’è nulla di male, perché il problema affettivo, cioè cercare di riempire il gran buco che abbiamo nel cuore e che nulla, apparentemente, riesce a soddisfare, è il problema dell’uomo da quando esiste la razza umana.

Gli U2 sono sempre stati, sin dall’inizio, un gruppo rock “diverso”. Niente storie di droga (anche se, siamo irlandesi, la birra è sempre corsa a fiumi), niente storie di sesso, groupie, tradimenti. Niente eccessi, insomma. Bravi ragazzi, tanto che a inizio carriera, quando cominciavano ad assaporare il primo successo, andarono così in crisi che si chiesero seriamente se non fosse stato meglio andare a fare i missionari in Africa invece che le rock star vanesie.

E poi quelle magliette di Solidarnosc indossate in modo ostentato ai tempi del colpo di stato contro Lech Walesa in Polonia, e una canzone intera, una delle loro più belle, New year’s day, dedicata proprio al leader di quel sindacato. In un ambiente, quello rock, dove ci si è sempre schierati contro “l’imperialismo” stelle e strisce e mai una volta che fosse una contro quello vero e reale che proveniva da Mosca. Gli U2 sono stati qualcosa di unico e di nuovo. Hanno introdotto nel mondo della musica nuove regole e grazie alla loro onestà e passione le hanno imposte.

Partiti come punk band quando il punk era già bello che finito (la fine dei Settanta, gli inizi degli Ottanta) di quell’etica musicale adottarono praticamente una sola regola: che cioè non è importante saper suonare per salire su un palco o incidere un disco. Ce ne hanno messi di anni gli U2 per imparare a suonare, ma dischi come “Unforgettable Fire” o “War” e naturalmente “The Joshua Tree” restano come le migliori testimonianze in un decennio che cercò in tutti i modi di eliminare il concetto stesso di musica rock. Poi, all’alba degli anni Novanta, come succede in ogni miglior storia rock, anche gli U2 hanno perso la strada, dopo un ultimo, bellissimo disco, “Achtung baby”. Si sono ammalati di gigantismo, di sfida all’impossibile (il che, a guardare bene, fa anch’esso parte della natura dell’uomo tanto quanto il problema affettivo: la vita è più grande di noi, ci supera da ogni parte, e allora, in questa sfida dove partiamo già sconfitti in partenza, tentiamo in ogni modo di apparire grandi come la vita stessa. Ci provarono anche i faraoni con le loro piramidi, e quella cosa straordinaria che ancora c’è a Roma si chiama Colosseo non a caso).
Oppure, per dirla con il classico humour british (anche se lui è irlandese puro sangue proprio come gli U2) che ha usato una volta il giornalista John Waters, «gli U2 sono il Manchester United del rock’n’roll». Cioè vogliono, sono condannati a essere sempre i più grandi di tutti.

La loro, da un decennio, è una competizione. Non contano più i dischi che fanno (piuttosto mediocri negli ultimi anni, compreso l’ultimo), contano i concerti. Sempre più all’insegna del faraonico dispiegare tecnologie e palcoscenici immensi. Che devono superare in grandezza e trovate quelli dei loro colleghi. Per il palco che vedremo sul prato di San Siro si batte ogni record. Le torri sono alte 27 metri e l’intera struttura quasi il doppio: lo stage che deteneva il record di più alto del mondo, quello dei Rolling Stones nel Bigger Bang Tour del 2006-07, gli entrerebbe dentro tranquillamente.

Si chiama U2 360° Tour perché il palco si trova in mezzo allo stadio e gli spettatori possono guardare e ascoltare da qualunque posizione. Tranne quelli che, un tempo, come nei migliori concerti rock, andavano là sotto, ai piedi dei loro eroi perché il palco riempie praticamente tutto lo spazio del campo da calcio. «Ai concerti degli U2 – ha detto Bono – si sente un rombo, come un 747 che decolla».

In tutto questo, ovvio, quello che paga il prezzo più alto è il concetto stesso di musica. Sarà un rombo, appunto, il concerto degli U2, ma resterà qualcosa delle vibrazioni belle e compassionevoli di una Pride (In the Name of Love), Where the Streets Have no Name o di una Bad, che nel 1985 al Live Aid consacrò gli U2 proprio come band “diversa”: quando Bono saltò in mezzo al pubblico e si mise a ballare con una ragazzina in lacrime, alla faccia del divismo delle rock star. Oggi Bono non potrebbe neanche scendere dal palco, se anche lo volesse.

La paura è che della musica, come espressione di una comunione tra l’artista sul palco e lo spettatore là sotto, non resti praticamente più niente. Resta lo stordimento per uno spettacolo che concede ormai tutto alla scenografia, alla spettacolarità, al “rumore” appunto. Quel momento unico che accade durante certi concerti, quando è possibile incrociare lo sguardo del cantante sul palco e chiedergli, con il nostro sguardo, il motivo del suo essere lì, con noi, tra noi, forse dovremo andare a cercarlo in qualche scalcinato palco di periferia piuttosto che a San Siro.

Per trovare il cuore di Bono, invece, quel cuore affamato di affettività, dovremo sfogliare le pagine di una qualche rivista di qualche anno fa, sfuggita tra le tante in edicola. Era il 2005, e il giornalista di World Magazine, pensando di essere lui a porre questioni a Bono, si trovò invece nel ruolo opposto. Si trovò a cercare risposte. Quando gli chiese se non pensava che essere una persona religiosa è solo una scelta dettata dalla paura, Bono rispose che «è un concetto sconvolgente l’idea che il Dio che ha creato l’universo stia cercando compagnia, ovvero una relazione vera con le persone. Quello che mi fa inginocchiare è la differenza tra la Grazia e il Karma. Al centro di tutte le religioni è l’idea di Karma, cioè il fatto che tutto quello che uno fa gli ritorna indietro. Un po’ come occhio per occhio o dente per dente; oppure come la legge fisica che dice che a un’azione ne corrisponde una uguale e contraria. Con il cristianesimo invece è entrata l’idea chiamata Grazia che finisce con tutto questo. L’amore interrompe, se vuoi, le conseguenze delle tue azioni, e nel mio caso realmente sono buone notizie perché io ho fatto molte stupidaggini».

Continuando nell’intervista affermò: «Io avrei problemi seri se il Karma fosse il mio giudice. Non che io giustifichi i miei errori, ma accolgo la Grazia. Accolgo il fatto che Gesù prese i miei peccati sopra la Croce, perché io so chi sono, e spero di non dipendere dalla mia religiosità».  A questo punto l’intervistatore, meravigliato dice: «Il Figlio di Dio che ha preso su di sé i peccati del mondo. Vorrei credere in questo».  Bono replica:«Cristo ha preso su di sé il peccato del mondo così che quello che facciamo non torni a nostro svantaggio e che la nostra natura peccaminosa non ci faccia sperimentare la morte».
Sempre più a disagio, il giornalista chiede a Bono se non è incredibile che Cristo si dichiari Figlio di Dio. Bono gli risponde che la risposta che la gente dà a questa osservazione è sempre la stessa «”Era un gran profeta, ovviamente un tizio molto interessante, aveva molto da dire, era nella linea degli altri profeti come Elìa, Maometto, Budda o Confucio”. Ma la realtà è che Cristo non ti permette di dire questo. Non ti lascia uscire dalla questione così. Cristo dice: “No, non dico sono un maestro, non mi chiamate maestro. Non sto dicendo sono un profeta. Sto dicendo sono il Messia. Io sto dicendo sono Dio Incarnato”. Così o tu accetti che Cristo è quello che dice di essere, il Messia, o era un pazzo completo. L’idea che l’intero corso della civiltà di almeno metà pianeta è cambiato, che si è rovesciato, per un pazzo, per me questo sì che è incredibile». 

A sentire un cantante rock dire queste cose, verrebbe proprio da dire, «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia».
Forse, il gigantismo dei concerti degli U2 è proprio il desiderio di voler mostrare la nostra piccolezza di uomini davanti al Mistero che ci fa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori