WOODSTOCK STORY/ 7. Ira Stone: su quel palco con Bert Sommer, il “fantasma di Woodstock”

- Walter Gatti

15 luglio 1969, ore 20.15. Bert Sommer sale sul palco di Woodstock. È un successo, ma ancora non sa che verrà inspiegabilmente tagliato fuori dai dischi e dalle riprese di quel giorno. WALTER GATTI intervista Ira Stone, il musicista che accompagnò Bert sul palco dell’evento rock più importante della storia

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Sono trascorsi quarant’anni dal 1969, anno dell’uomo sulla Luna e del festival di Woodstock. A metà agosto di quell’anno oltre 500.000 americani furono spettatori di una kermesse musicale senza precedenti, dando vita all’evento rock più celebre della storia.
Un evento spesso osannato per i suoi significati generazionali o "rivoluzionari", ma di cui, forse, nessuno ha raccontato le "storie umane".
Ecco, senza miti o riverenze, la storia di quel che è successo prima, durante e dopo, a Woodstock e alle persone che ne sono state protagoniste…

Venerdì 15 luglio 1969, ore 20.15. Un cantante magro e alto, con un cespuglio informe di capelli sale sul palco del festival di Woodstock. Il suo nome è Bert Sommer. Applaudono tutti, mentre lui si siede davanti al microfono. Lo seguono un chitarrista e un bassista, Ira Stone e Charlie Bilello. La gente riconosce quella faccia e quella testa sormontata da un cespuglio, perché hanno fatto il giro dell’America hippy.
Bert, cantante, chitarrista e autore, a Broadway è uno dei protagonisti di "Hair," il musical più importante del momento, inno antimilitarista e anticonformista. Sale sul palco del festival dopo che Ritchie Havens ha aperto lo show (il primo giorno è dedicato alla musica folk). Il suo spettacolo si dipana tra canzoni acustiche: si apre con la splendida Jennifer, prosegue con The Road To Travel (che è anche il titolo del suo primo disco), arriva ad America, la canzone firmata da Paul Simon che costringe il pubblico a una standing ovation, e termina con la trascinante Smile. Circa 45 minuti di spettacolo, un successo caldissimo, mentre il sole tramonta sulla vallata di Bethel.
Bert scende dal palco. Ancora non sa che Woodstock diventerà il più importante momento della storia del rock. E non sa che da questo momento lui ne sarà tagliato fuori, fino a diventare “il fantasma di Woodstock”. Ingaggiato da Artie Kornfeld, Bert viene asfaltato dalla storia: le sue canzoni sono escluse dai dischi, lui sparisce dalle riprese. Artie prova a inserirlo qua e là, ma tutti lo snobbano: non ha altri padrini altolocati. Possibile che nei giorni della purezza hippy qualcuno ci abbia lasciato le penne?
Ira Stone, il chitarrista che ha accompagnato Bert sul palco di Woodstock, oggi ha sessantotto anni, ed è ancora in attività. Un po’ chitarrista (con la sua ottima Stone Band), un po’ produttore discografico, Ira vive a Redding, Connecticut. Con lui Tempi ha parlato di quei giorni e di quel che è successo dopo. Divertito dalla conversazione, ci ha fatto un regalo: la registrazione “clandestina” del concerto di Bert al festival. Un piccolo capolavoro, una chicca da collezionisti.


Sono trascorsi quarant’anni da quell’agosto: proviamo a “ripartire dall’inizio”? Come siete stati coinvolti nel festival?

Abbiamo saputo che avremmo suonato al Festival verso la metà di giugno. Il produttore di Bert, Artie Kornfeld, era anche il produttore artistico di Woodstock, credo che si siano messi d’accordo in tre minuti sulla partecipazione. Nessuno di noi sapeva di cosa si trattasse. Nessuno aveva idea di quanto grande potesse essere questo evento. Fino ad allora i concerti più popolati raggiungevano al massimo le cinquantamila persone.

Poi siete arrivati a Woodstock…

Siamo arrivati in elicottero il venerdì mattina. Solo in quel momento, sorvolando la zona, abbiamo visto e capito. Nessun sapeva cosa sarebbe successo, né quanta gente sarebbe stata presente. E nessuno aveva idea di partecipare a un pezzo di storia.


Può raccontarci i momenti più emozionanti di quei giorni di “storia”?

Il momento più emozionante l’ho vissuto quando Bert ha intonato America: quando vedi mezzo milione di persone che si alzano in piedi, applaudono e cantano con te non puoi rimanere indifferente.Un altro momento memorabile?Quando io e mia moglie Maxine, che oltre a cantare con noi era ed è una fotografa, durante l’esibizione degli Who abbiamo visto da vicino lo scontro tra Pete Townshend e Abbie Hoffman. Poi siamo stati in compagnia di Janis Joplin, Jerry Garcia, Santana. Vivevamo tutti nello stesso hotel. In ogni caso il concerto degli Who è stato il migliore: indimenticabile.

Sul palco, di fronte a cinquecentomila persone: cosa ricorda di quegli interminabili quarantacinque minuti?

Giusto: “interminabili”. Guardavo quella marea di persone, cercando di concentrarmi su quello che dovevamo fare. Era il nostro primo spettacolo insieme: io e Bert non avevamo mai suonato insieme dal vivo. Personalmente dovevo passare dalla chitarra all’organo Hammond, e quando mi alzavo per cambiare strumento cercavo di non guardare la folla. Bert sorrideva e guardava fisso davanti. Fu un’esperienza meravigliosa.


Il vostro show fu uno dei più applauditi della prima giornata, quella dedicata agli artisti folk. Eppure Bert è “scomparso” dalle registrazioni e dai film. Come mai?

Bella domanda. Bisognerebbe capire quali erano esattamente gli accordi tra discografici e produttori. Poi, parlando delle riprese, c’erano due troupe in azione, e ho sentito da più parti che proprio durante la nostra esibizione hanno avuto un forte momento di… tensione. Così del nostro show esistono solo i tre minuti di ripresa di Jennifer.


Ma non vi siete mai chiesti come mai siete stati cancellati da ogni documento?

Sempre. Bert è scomparso nel ’90 e ancora non aveva capito perché fosse l’unico artista a non aver goduto di un briciolo di “esposizione”. La gente gli diceva: “Certo che hai talento, ma se non sei scoppiato a Woodstock non ce la farai mai”. Io ho chiesto tante volte “come mai?”, mi dicevano di lasciar perdere. Anche Artie non aveva risposte.

Detta così, pare una “fregatura”…

Beh, diciamo che non tutti hanno avuto lo stesso trattamento. C’erano molte cose governate dal business. Forse troppe.


Quando avete lasciato Woodstock?

Nel pomeriggio di domenica, prima che finisse il Festival. Molto prima dell’esibizione di Jimi Hendrix. Eravamo stanchi e avevamo solo voglia di tornarcene a New York.


Dopo Woodstock il mondo è cambiato?

Il Festival è stato una celebrazione. Ecco come dovrebbe cambiare il mondo, con la compagnia della musica. Noi sognavamo una vita migliore, senza la guerra del Vietnam e senza morti violente. E sinceramente speravamo di essere sulla via giusta per una pace mondiale e una migliore comprensione di noi stessi e degli altri. Di certo il mondo ha avuto la testimonianza di una coalizione di gente che amava la pace.

Le cose in cui avete creduto in quei giorni sono ancora vive?

I valori di Woodstock sono ancora vivi in molti di noi. Anche se quei giorni non possono più tornare. Per me e per mia moglie Maxine – peccato per Bert e Charlie Bilello, che non sono più tra noi – suonare e scrivere canzoni significa cercare di contribuire a un mondo che si distacchi dagli antichi errori. Con l’aiuto della musica.

(A cura di Walter Gatti)

 

 

 

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