RITRATTI/ Gianandrea Gavazzeni, la lucida curiosità di un uomo libero

- Enrico Raggi

Ad alcuni giorni dalla ricorrenza dei cent’anni della nascita ENRICO RAGGI abbozza un ritratto di una grande personalità del Novecento musicale, Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra, compositore, letterato finissimo e molto altro ancora. Di casa nei più prestigiosi teatri del mondo, Mosca, Vienna, Buenos Aires, New York, Milano; allievo di Pizzetti, discepolo di Toscanini, intimo di Petrassi, uomo di mille passioni, probabilmente il più grande diarista del secolo scorso

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Alcuni giorni fa scoccavano i cent’anni della nascita di un grande del Novecento musicale, Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra, compositore, letterato finissimo e molto altro ancora. Di casa nei più prestigiosi teatri del mondo, Mosca, Vienna, Buenos Aires, New York, Milano. Allievo di Pizzetti, discepolo di Toscanini, intimo di Petrassi, Contini, D’Amico, Sereni. Uomo di mille passioni, un infedele che ha coltivato con libidine l’incoerenza. Probabilmente il più grande diarista del secolo scorso. Implacabile, lampeggiante, geniale. Però mai irridente, mai moralista. Gli bastano pochi colpi di penna per fotografare uomini, cose, paesaggi, situazioni. Di fronte a certo feticismo filologico, avverte che “i testi musicali, una volta fissati sulla carta, sono in perenne movimento. Non sappiamo, non dobbiamo sapere come si eseguiranno domani Mozart o Verdi”. Leggendo Morte a Venezia di Thomas Mann, mentalmente vi sente risuonare l’Adagietto della Quinta di Mahler; poco dopo Luchino Visconti la userà nel suo film. Deplora nei direttori d’orchestra smorfie, contrazioni facciali, esibizioni impudiche: “presentarsi in pubblico e gesticolare in un alone luminoso, con una bacchetta in mano, è un mestiere da puttana”. Impietoso con quei critici che pensano di capire tutto al primo ascolto, o che ne sanno di più del compositore. Estraneo alle avanguardie: la musica d’oggi va verso il nulla, nessun compositore scrive per i posteri, la vera arte vive sempre nel presente. Diffida degli integralisti che predicano l’arte pura, incontaminata, assisa nelle vette, quando, in musica, perfino il mestruo condiziona fraseggio, respiro, vocalità delle cantanti. Nei dischi annusa sentore di necrofilia auditiva.
Nell’ottobre del ’58, a notte inoltrata, entra al ristorante Biffi-Scala. Vi trova la Callas, “un gran cappello di paglia scura dava un tocco d’ombra alla sua tristezza. La noia d’una serata vuota”. Una settimana dopo, prima del concerto, Gavazzeni sale in camerino a salutarla. La mano di Maria è fredda e umida. Dal cuore le trabocca la stessa nera solitudine d’anima. Di fronte a giornalisti e fotografi, osserva i cantanti mutare portamento, modo di camminare, ostentare larghi sorrisi, saluti col braccio alzato: attori calati nella parte. Protesta, isolato, contro lo strapotere dei registi nello spettacolo operistico (Ronconi in testa): le loro macchine scenografiche procedono in senso contrario ai segni musicali, provocando spesso irreparabili guasti acustici. Vive ogni istante con i cinque sensi spalancati. Ricorda le corse del Mincio, i disperati canti sbracati degli ubriachi bergamaschi che intonano frammenti di Ballo in maschera. Classifica pause e raucedini di gazze e corvi delle campagne del Sussex. Misura le differenze acustiche tra il vento dell’Illinois, che ulula rapidissimo fra pianure e foreste, quello di Glyndebourne, che mugghia con toni bassi nelle locali alberature, il murmure discreto e sconfinato di Buenos Aires, l’ostile vento di streghe della Scozia. Riconosce i timbri delle predilette campane (ininterrotto dialogo tra la terra e Dio): la risonanza argentina e paesana delle lombarde, la dolcezza bronzea a timbri larghi delle veronesi, i rintocchi ammorbiditi dalla nebbie a Budapest, quelle elettriche di Chicago, imbalsamate e offensive. Puntualizza come arrostire i tordi allo spiedo (cottura lenta o veloce). Rettifica la traduzione di borsc (da Cechov): non “minestra russa che si fa con cavoli, pomodori e panna acida”, ma “zuppa la cui base è la barbabietola, con filamenti d’altri legumi, pezzi di carne e salsiccia”. Distingue l’odore di strutto di Edimburgo da quello nauseabondo, greve di unto di motori, delle grandi città americane. Le merde fermentanti da remote latrine, a Borgo Pignolo, lo ghermiscono con un tuffo al cuore. A Barcellona il grido dorato di un galletto gli rievoca le cascate lucenti del granoturco appeso ai porticati della Bassa lombarda. Nelle notti padane di Roncole intuisce l’esatta genesi del Quartetto verdiano. Centinaia i suggerimenti per allestire Aida, Norma, Tosca, Lucia. Ovunque, dai segni risale alla mano che li ha tracciati. “Attendo sempre qualcosa: una parola, un incontro, un cenno, una mano…”, annota dall’albergo Moskva. Il baleno fermo d’una Mano Eterna?



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