RICCARDO MUTI/ 1. L’avventura della conoscenza nasce dall’immedesimazione

- Massimo Bernardini, int. Riccardo Muti

«Per dirigere con maestria Mozart, Beethoven o Giovanni Paisiello – spiega Riccardo Muti – non basta essere tecnicamente virtuosi: è necessario calarsi nella vita dell’autore, identificarsi con lui, fino ad afferrarne l’essenza, fino a sentirlo parte di sé»

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L’avventura della conoscenza comincia lì, davanti alla partitura. Per esempio quelle del Settecento napoletano che anche quest’anno, fra primavera ed estate, ho rimesso in circolo fra Salisburgo, Parigi e Ravenna. Ho la fortuna di poterle riscoprire al pianoforte, grazie ai grandi insegnanti che ho avuto al Conservatorio di Napoli e Milano. Questo mi permette un approccio più libero e diretto, senza pre-ascolti o pregiudizi. Già in questo primo incontro mi accorgo immediatamente dell’ispirazione che c’è o non c’è dentro, vengo colpito dalla fattura delle arie e dei concertati, dall’orchestrazione, dalla struttura armonica, soprattutto da come la parola viene realizzata, scolpita nella “roccia” della musica. Infatti se è musica di routine oppure no (e sicuramente molte di queste opere lo sono, perché in quegli anni su quei maestri piovevano innumerevoli richieste da tutti i teatri d’Europa), alla fine lo intuisco sempre dall’aderenza della musica alla parola. Quando c’è un’invenzione che ha queste caratteristiche, anche se non sono per forza di fronte a un capolavoro, riconosco all’opera un grande maestro, ne colgo l’estrema sapienza e insieme la vitalità. E decido che vale la pena di entrarci dentro. Comincia l’avventura della conoscenza.

Nella semplicità, il sublime. Quest’anno ho riscoperto la Missa defunctorum di Giovanni Paisiello. È la seconda versione, datata 1799 e dedicata alla memoria di Pio VI morto in esilio, di una Messa dedicata dieci anni prima a un folto gruppo familiare di casa Borbone decimato dal vaiolo. La forma diviene molto più ampia, con una Sinfonia iniziale e ben quattro Responsorii finali tra coro, solisti e orchestra che non c’erano nella prima. Comincio a studiarla, apro la prima pagina, ed eccomi davanti l’attacco improvviso e solenne dell’orchestra. È chiaramente il movimento iniziale di una banda che accompagna una processione nei paesi dell’Italia del Sud (non dimentichiamo che Paisiello è tarantino). E allora eccomi anch’io lì, la sera del Venerdì Santo, quando si spengono le luci sul porto di Molfetta e i piedi del Cristo Morto spuntano dalla porta della chiesa di Santo Stefano illuminati da due candelabri. Vedo i piedi bucati dai chiodi, la banda che attacca a suonare lentamente, quasi nell’oscurità. Sono totalmente preso dal Do minore del Preludio di questa Sinfonia (ironia della storia: viene dalle esequie di un generale napoleonico). Prima l’orchestra e poi il coro “Quale funus! Et ploratus! Tubae mestae a longe sonant”. (Quali esequie! Quale pianto! Meste trombe suonano da lontano). Il funerale è cominciato. Do minore come la marcia funebre dell’Eroica, con lo stesso passo dell’Eroica: lo stesso delle marce funebre meridionali, quello della folla dietro il carro funebre.

Bisogna trovarlo, il passo giusto. Beethoven segue il passo obbligato di chi non si vuole disfare del cadavere troppo presto, così si incontrano alto e basso, colto e popolare. Io invece in una Messa come questa riscopro me stesso, avendo due secoli dopo la stesse radici culturali di Paisiello e non essendo cambiate le cose nel popolo in termini di abitudini, tradizioni, manifestazione del dolore attraverso la musica. Tutto è rimasto pressoché intatto, come lo vivevo da bambino. La banda per le strade dall’alba a mezzogiorno e io svegliato la mattina da questo suono lugubre e lento, esattamente come succedeva al giovane Paisiello. Di questa Missa defunctorum si potrebbe benissimo suonare l’introduzione il Venerdì o il Sabato Santo in una delle processioni pugliesi e sarebbe sicuramente al suo posto. A un certo punto si alzano due donne, il soprano e mezzosoprano, e intonano dalla sequenza del Dies Irae questi versetti: “Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus”. (Cercandomi ti sedesti stanco, mi hai salvato morendo in croce). Questo meraviglioso duetto, di semplicissima fattura, che poggia quasi solo sugli accordi di tonica e di dominante e dura poco più di cinque minuti, ti prende in una maniera incredibile. Certe volte al sublime si arriva solo nell’estrema semplicità, nel coraggio della nudità, con queste viole che accompagnano il canto. In fondo è una cosa normale, ordinaria, ma messa in quel punto e in quel modo ti apre un mondo (ricorda persino un lied di Schubert). Sembra di vedere quei quadri del Settecento napoletano in cui la Madonna con estrema tenerezza guarda al Cristo morto. Questo senso della morte vista non attraverso il Dies Irae verdiano, dove c’è una vera e propria “colluttazione” con Dio. Qui ci sono le braccia dell’Addolorata, l’espressione di pena nei suoi occhi cerchiati di nero (in quante statue pugliesi l’ho vista!). Si può intravedere cos’è la tenerezza. Paisiello è questo mondo e io ce l’ho davanti, lo sento mio.

Certo non c’è solo quello, se no per quest’ora e mezza di musica basterebbe il direttore della banda di Molfetta. È musica molto articolata, con un preciso culto del suono e del fraseggio. E che si colloca dentro un contesto musicale molto ricco. Paisiello, dopo aver girato il mondo, diventa nel 1806 primo direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella, nato dall’unificazione delle quattro storiche istituzioni musicali degli orfanotrofi di “Santa Maria di Loreto”, della “Pietà dei Turchini”, di “Sant’Onofrio a Capuana” e dei “Poveri di Gesù Cristo”. C’è tutto uno studio filologico ancora da fare su questo mondo di grande raffinatezza e mestiere che pure nasce all’interno di una cornice sostanzialmente popolare. Mozart l’ha avvertito, da genio quale era e da perfetto conoscitore della lingua italiana.

1. continua
 

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