RITORNO AD ABBEY ROAD/ 12. Beatles, l’ultimo disco per andarsene alla grande

Sebbene sia stato pubblicato prima di “Let It Be”, ultimo disco dei Beatles, quelle per “Abbey Road”  furono le ultime sedute di registrazione dei Fab Four (1969), pienamente consapevoli di trovarsi davanti la loro ultima occasione. Il racconto di PAOLO VITES    

15.01.2010 - Paolo Vites
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Sebbene sia stato pubblicato prima di “Let It Be”, ultimo disco dei Beatles a uscire nei negozi l’8 maggio 1970, quelle per “Abbey Road” (pubblicato il 26 settembre 1969) sono di fatto le ultime sedute di registrazione dei Fab Four. “Abbey Road” viene infatti registrato successivamente alle sedute contenute su “Let It Be”, disco – il cui titolo originario avrebbe dovuto essere “Get Back”, a dimostrazione dell’intento appunto di tornare quelli di una volta – che nelle intenzioni di McCartney doveva essere l’occasione di rilancio per una band ormai chiaramente sull’orlo di una crisi di nervi.

Le sedute furono così fallimentari che rimasero nei cassetti, fino a quando si decise di pubblicarle sul disco “Let It Be”, appunto. Quelle per “Abbey Road”, invece, furono alcune delle più straordinarie incisioni mai effettuate dai Beatles, un colpo di coda che mostrava chiaramente che nonostante la crisi individuale dei quattro musicisti, il genio esisteva ancora, e del più puro.

“Abbey Road” è anche il disco dove McCartney si mette maggiormente in mostra, pur contenendo alcune delle più brillanti canzoni di Lennon e soprattutto Harrison. È un disco ambizioso, criticato ai tempi per la superproduzione, in cui il concetto di musica pop viene nobilitato per sempre.
I quattro, che lavorano insieme solo in modo parziale, erano consapevoli di trovarsi davanti la loro ultima occasione, ed è palese l’intenzione di andarsene “alla grande”: “on a high note”, come diranno in seguito.

La prima facciata del disco è una raccolta di brani singoli: si apre con il rifacimento di You Can’t Catch Me di Chuck Berry a opera di John Lennon, la strepitosa Come Together (che costò al Beatle anche una denuncia da parte del musicista di colore). Le sonorità usate sono cupe e minimali, in linea con quanto Lennon stava esplorando al tempo, spogliando il vecchio rock’n’roll di ogni orpello e rendendolo diretto ed essenziale.

Altrettanto oscura, ed evidentemente influenzata dall’uso di eroina di cui al tempo John faceva uso, è l’inquietante I Want You (She’s So Heavy), lungo brano in cui vengono ripetute le medesime parole, quelle del titolo, per tutto il tempo.
George Harrison contribuisce con i suoi due massimi capolavori: l’affascinante Something, incisa anche da Frank Sinatra, ricca di un elegante accompagnamento orchestrale, e la deliziosa e ottimista Here Comes the Sun, dall’intrigante fingerpicking di chitarra acustica e l’innovativo uso del Moog.

In questa prima facciata McCartney si limita a due composizioni alquanto di routine: il rock-blues di Oh! Darling, dalla magistrale prestazione vocale, e la divertente Maxwell’s Silver Hammer.
C’è spazio anche per Ringo Starr, che scrive da solo il country bislacco di Octopus’s Garden, ispirato da una vacanza nella nostra Sardegna.

Il secondo lato dell’album è il più interessante, da un punto di vista strettamente musicale, perché sorta di suite unica in cui diversi pezzi di musica a cura di McCartney e di Lennon vengono cuciti insieme ottenendo un risultato formidabile. A parte la già citata Here Comes the Sun e Because, di Lennon, in cui Harrison si cimenta al Moog, e la cui melodia è parzialmente ispirata alla Sonata al chiaro di luna di Beethoven, il resto, sono circa sedici minuti di musica totale e di melodie bellissime, in cui McCartney mostra tutta la sua genialità pop: nel gran marasma musicale spiccano You Never Give Me Your Money, Polytheme Pam, la strepitosa She Came In Through The Bathroom Window (che Joe Cocker avrebbe reso un hit) e quindi il mesto finale, Golden Slumbers, Carry That Weight e The End.

In questa sezione conclusiva, sono da ricordare anche le belle liriche di Paul, che descrivono in modo elegante e dolcissimo la consapevolezza della fine della più grande avventura musicale dell’epoca, ma anche quella di una amicizia profonda che aveva legato quattro ragazzi per tanti anni: «C’era una volta un modo di ritornare a casa, dormi mia cara, e io ti canterò una ninna nanna… Ragazzo, devi portare quel peso, devi portarlo a lungo» fino alle parole che celebrano, come dirà John Lennon in una famosa intervista, “la fine del sogno”: «And in the end, the love you take is equal to the love you make», l’amore che prendi è uguale all’amore che fai.

Abbey Road è un disco straordinario sotto tantissimi aspetti, e che ancora oggi suona fresco e innovativo. Ascoltandolo, si scoprono ogni volta nuove tessiture e invenzioni musicali (ad esempio le geniali parti di batteria del sottovalutato Ringo Starr, ma soprattutto una capacità compositiva senza pari nella musica rock del Novecento, e che suggella nel modo più bello la grande avventura dei Beatles.

Merita cenno la leggendaria copertina, in cui i quattro attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, mentre si incamminano nei loro celebri studi di registrazione.
Al tempo, la foto fece scattare la leggenda metropolitana che voleva confermare la morte, avvenuta un paio di anni prima, di Paul McCartney: lui infatti è l’unico a mostrarsi a piedi nudi (come i morti, quando vengono composti in sala mortuaria) e fuori passo rispetto agli altri tre, mentre la vettura Volkswagen poco distante ha sulla targa la scritta “281F”, che venne letta come “28 if”, cioè “28 anni se (fosse vivo)”. All’epoca Paul aveva infatti 28 anni.
Lo scatto è diventato uno dei più imitati nella storia del rock, e ancora oggi migliaia di fan si fanno fotografare su quelle strisce pedonali.

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