ARVO PART/ Fuga verso una libera povertà. Comporre musica levando il superfluo

- Enrico Raggi

L’eternità è in agguato nell’apparenza del suono. Lo testimonia la musica del compositore estone Arvo Part. Poche note e lo riconosci al volo. Grandezza di un marchio personale e, in parte, suo limite. Il ritratto di ENRICO RAGGI    

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L’eternità è in agguato nell’apparenza del suono. Lo testimonia la musica del compositore estone Arvo Part. Poche note e lo riconosci al volo. Grandezza di un marchio personale e, in parte, suo limite. Il suo stile lo hanno definito tintinnabulum: “fuga verso una libera povertà”. Fissare una nota-perno e attorno muovere altre linee con libertà. Una voce procede principalmente a gradi congiunti, mentre la seconda voce usa solo i suoni della triade.

Parole troppo tecniche? Semplifichiamo. Mezzi ridotti al minimo: una scala, un arpeggio, accordi ribattuti. L’abc della musica, il quaderno delle elementari: aste e occhielli, per imparare a scrivere. È più chiaro? Come un cerchio: perfetto, semplice, conchiuso, finito. Eppure, per calcolarlo e definirlo, ci si imbatte nel “Pi greco”, un numero irrazionale che sfugge a ogni tipo di calcolo.

Continue ripetizioni, in Part, come il rosario, come le litanie, ma anche come un mantra, un tic. Altro paragone. Come le icone russe: loro ti vengono incontro, non il contrario, loro sembrano guardarti, non sei tu a guardare loro.
Per Arvo Part il silenzio è più importante dei suoni. Come riempire il tempo di note che siano degne del silenzio che le precede? Questa è la sua maggior preoccupazione.

«Il silenzio non ci è meramente dato, noi ci nutriamo di esso e questo nutrimento non è meno importante della stessa aria che respiriamo. Oggi siamo assediati dal superfluo, non c’è più distanza tra noi e le cose, non c’è lo spazio vuoto: la musica può aiutarci in questo discernimento».

Il brano Summa usa il testo latino del “Credo”, rigorosamente sillabico: ogni nota ha la sua sillaba. Le dodici note del gruppo tematico rappresentano il numero degli apostoli, le 42 ripetizioni indicano le generazioni da Abramo a Cristo. L’accordo vuoto conclusivo simboleggia l’eternità d’Iddio.

 

Nello Stabat Mater, i tre archi smaterializzati, trasparenti, celesti, suonano suoni armonici e sovracuti, planano dall’alto nelle regioni terresti. Evocano una discesa dal cielo dello Spirito, la calata del Corpo dalla Croce: Cristo è nelle braccia di Maria. Poi arriva la prima entrata vocale, Soprano e Controtenore; poi, ancora, compare la voce maschile, Tenore: è Giovanni, la Chiesa.

In Fratres sono moltissime le trascrizioni: l’autore lascia libertà agli interpreti; all’interno è un labirinto di specchi, con rimandi, rispondenze, ripetizioni, ritorni di materiale. È una sfericità che blocca lo scorrere del tempo; gli effetti acustici assomigliano agli inganni visivi di Escher), scivolamento diatonico di triadi che provoca glaciazione armonica.

In Sara was ninety years old una percussione poverissima avanza come persa nel vuoto; tre voci soliste la interrompono tre volte, poi, di nuovo, un tamburo non intonato ci conduce nella stanza dell’organo, che con quattro accordi spalanca un’altra stanza corale. La percussione tenta tutte le possibilità che quattro note di due altezze le offrono. Permutazioni matematiche e poesia. Piccoli avvertimenti.

Nel Miserere Part nomina i sentimenti che ha voluto far emergere: speranza, disperazione, dramma, silenzio, solitudine. La Misericordia non viene neppure considerata. Che Part musichi brani quaresimali/penitenziali oppure il Te Deum (giubilante), il tono generale del brano emana sempre sofferenza. Non ci sono mai gesti impetuosi, linee fiammeggianti, virtuosismi: solo introspezione austera. Pur trattandosi di musica sacra, non sono brani adatti a una liturgia (la loro durata è eccessiva).

Alla lunga la musica di Part sembra noiosa. Così lui si difende: «Qual’è il significato di creatività? Ci sono milioni di compositori così creativi da far paura. Si può annegare nelle fogne della creatività del nostro tempo. Ridurre al minimo, ridurre in frazioni. Questa fu la grande abilità di tutti i grandi compositori. Quando noi vogliamo rendere più forte un albero, un arbusto, lo potiamo a primavera, ed esso riprende a crescere con nuova linfa. È doloroso amputarlo di alcune sue parti, ma solo così crescerà sano e rigoglioso».

 

Vi piace la sua saggezza? Eccovene altra. «Le radici della mia musica risiedono nell’unisono». Oppure: «Il modello della mia musica è il ritmo del respiro, il battito cardiaco, la voce naturale».
Ancora: «Se si prende una freccia e la si punta verso la luna, bisogna essere molto precisi per centrare il bersaglio. Basta spostarsi anche solo di un millimetro e si sbaglia di migliaia di chilometri».

Non ingannatevi. La sua non è musica semplice da cantare. Provate a mantenere l’intonazione per 90 minuti di fila, in brani totalmente a cappella; provate a fare continui salti, spesso presi di salto, intervallati da continue pause; provate a intonare quarte e quinte vuote, anche con frequenti salti di ottava, decima e oltre; nessun vibrato, continui intervalli di seconda (minore e maggiore) e settima.

Non è nemmeno musica facile da ascoltare. Novanta minuti di Passione in re minore, nessuna modulazione, nessun rapporto con il testo, uno alla volta, per carità; atmosfera rigorosamente penitenziale, immota, statica, litanica, da tono retto gregoriano (che invece con il testo intrattiene rapporti sponsali, carnali, esegetici).

Che si canti di gioia, dolore, amicizia, esultanza, In Part tutto è reso con la stessa scrittura, un lingua che sorvola sul significato. È sempre descritta solo una Chiesa perseguitata, mai la Chiesa trionfante. E poi il suo “misticismo” è più pagano (qualcosa di occulto e inconoscibile) che cristiano (il senso del mondo e della storia che si rivela all’uomo nell’Incarnazione). Al musicologo Enzo Restagno confida: «All’inizio era il Verbo”… sono parole davvero misteriose… Ci sono moltissime interpretazioni».

C’è in lui la solitudine impotente tipica del protestante: in attesa di una personale illuminazione interiore, in rapporto diretto con lo Spirito, senza bisogno di intermediari.
Uomo isolato, triste, in balia della sua personale concezione del divino. Mi ha parlato lo Spirito oppure ho idealizzato i miei pensieri? Quello che sento è verità o una proiezione delle mie attese? In alcune interviste dichiara anche di non sapere se dopo la morte ci sarà la vita.

Sempre a Restagno dice: «Non so cosa sia la preghiera. Io non mi rivolgo a nessuno in particolare. Voglio comunicare con un’entità che è anche divina». Gli intellettuali gli chiedono come viva il suo rapporto con il tempo. «Abbiamo tempo». risponde flemmatico. Si sta sbagliando. Il tempo si fa breve. Qualche mese fa era in prima fila, nella Cappella Sistina, accanto a Raoul Bova, di fronte al Papa che incontrava gli artisti.

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