IVAN GRAZIANI/ Perché ci siamo dimenticati di lui?

- Francesco Chiari

A tredici anni dalla morte è ancora difficile inquadrare un talento come Ivan Graziani nella storia della musica italiana: troppo musicista per un’epoca di cantautori parolai, rocker come Vasco Rossi, ma senza il suo carisma animale, fine autore di testi, ma senza le sbrodolature. Il racconto di FRANCESCO CHIARI

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A tredici anni dalla morte, avvenuta a Capodanno del 1997, riesce ancora difficile inquadrare un talento come Ivan Graziani nella storia della musica italiana: troppo musicista per un’epoca di cantautori parolai, troppo poco uomo di spettacolo per catturare l’attenzione del pubblico generico, rocker come Vasco Rossi, ma senza il suo carisma animale, fine autore di testi, ma senza le sbrodolature di tanti suoi contemporanei, complessivamente troppo “altro e diverso” per il momento storico, ma anche per quelli successivi, prova ne sia che non pare aver lasciato eredi.
 
Nel suo caso, però, per comprenderlo a pieno dobbiamo considerare anche la collocazione socio-geografica: Graziani, nato a Teramo, viene da una regione particolare come l’Abruzzo, in passato terra di confine fra Regno di Napoli e Stato della Chiesa, e come molte terre di confine diventata zona di contrasti estremi, gli stessi che in pochi chilometri accostano la spaziosità dell’Adriatico e la minacciosità del Gran Sasso, titolo di un brano inciso da Ivan con la Corale “Verdi” di Teramo.

Questo paesaggio pare condizionare anche la creatività, poiché gli artisti abruzzesi hanno in gran parte manifestato la propensione a tendere verso un estremo piuttosto che un altro, senza mediazioni: basti pensare a Ovidio e D’Annunzio (non a caso Graziani ha dedicato a quest’ultimo una canzone) e alla loro spudorata disinvoltura nel parlare d’amore, oppure alla trasgressiva e insieme vulnerabile Madonna, figlia di un emigrato da Pacentro, provincia dell’Aquila, oppure se andiamo all’altro estremo pensiamo alla incredibile finezza, rifratta in mille sfumature impalpabili, della musica di Henry Mancini, di padre aquilano e madre napoletana, fra l’altro registrato all’anagrafe statunitense coi nomi italianissimi di “Enrico Nicola”.

Se poi, toccando momentaneamente l’ambito politico, pensiamo che Marco Pannella è anche lui teramano, abbiamo un quadro abbastanza preciso dell’ambiente che formò Ivan Graziani e che da lui fu sempre tenuto presente come retroterra fonte di stimoli: si pensi a una delle sue prime e più belle canzoni (e anche delle meno note), Il Campo della Fiera, che prende il nome dalla piazza teramana dove si trovava il negozio di fotografo gestito da Paolo Graziani, padre di Ivan, ma anche dove si tiene il mercato, in cui Ivan passa “girando il piattino”, con allusione sardonica alla sua attività di musicista.

Altro importantissimo elemento della creatività di Graziani sta nel suo retroterra artistico, dato che era diplomato nel Corso Superiore di Grafica ad Ascoli Piceno, e in seguito frequentò l’Accademia di Belle Arti di Urbino, sezione pittura, insegnando anche Storia dell’Arte per qualche tempo: insomma, era uno dei pochissimi artisti rock italiani che potevano vantare una frequentazione di scuola d’arte come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi inglesi, e questo si rifletteva nella vividezza delle sue immagini poetiche. Pensiamo a quei versi di Paolina: «Al cinema sola/ in ultima fila/ paura e amore per il buio», degni quasi di Edward Hopper, oppure alla Marta di Lugano Addio così icasticamente ritratta: «Le scarpe da tennis bianche e blu/ seni pesanti e labbra rosse/ e la giacca a vento/ […] Marta mia addio, ti ricordo così/ il tuo sorriso, i tuoi capelli/ fermi come il lago».

Ma Graziani era prima di tutto un musicista, non solo per la perfetta simbiosi con la sua chitarra, ma soprattutto per la capacità di condensare in poche note anni di esperienza nelle orchestre da ballo, e guardiamo solo il lancinante riff iniziale di Dr Jekyll and Mr. Hyde  –  ma ascoltate anche il breve e memorabile assolo – oppure il modo in cui il ritornello di Monna Lisa rielabora personalizzando il giro armonico della hendrixiana Hey Joe (quanti artisti italiani citavano Hendrix nel 1978?).

 

 

 

 

 

 

Se poi proviamo a scorrere, seppure a volo d’uccello, il mondo musicale di Ivan Graziani, ci vengono i capogiri per la stupefacente ricchezza di argomenti e di musiche, per cui Taglia la testa al gallo coniuga folk e rock, Hey Padre Eterno riecheggia la celebre preghiera atea di Jacques Prévert («Padre Nostro che sei nei cieli/ restaci…»), Ugo l’Italiano omaggia il bassista nero Hugh Bullen, collaboratore fra gli altri di Finardi, accettandolo come uno dei nostri – chissà che direbbe Graziani di questo Paese in cui si insultano calciatori italiani per il colore della loro pelle – oppure Oh Mamma Mia trasporta una vicenda del Profondo Sud degli Stati Uniti in un contesto nostrano, con l’energumeno "che aveva appena scaricato il fieno" il quale si permette dei commenti "su Antonia e sul suo seno", il tutto su una trama country-rock che pochi facevano così bene nel 1981.

È solo un’analisi necessariamente incompleta, ma che mi spinge a un accostamento non tanto peregrino: Ivan Graziani è stato il nostro Bruce Springsteen (anch’egli – ma allora è un vizio! – metà italiano per parte di madre, Adele Zirilli, guarda caso del Centro Italia), in quanto come lui – seppure in un ambiente più angusto e meno "spazioso" di quello americano- ha saputo raccontare tante piccole storie strappando dalle miserie personali un valore universale, cantando i "belli e perdenti" che in ogni parte del mondo, da Jersey City a Torricella Sicura, vivono la loro vita alla ricerca del momento vitale degno di essere assaporato per non soccombere al fatalismo o alla rinuncia.

 

Semmai, Ivan Graziani si è distinto per un più italiano senso del grottesco e per un gusto del non prendersi troppo sul serio, codificato dal classico Tutto questo cosa c’entra con il Rock & Roll; l’ironia sulfurea di Graziani rifulge in una delle due sole sue partecipazioni a un film, lo smandrappato Italian Boys del 1981, scritto e diretto da Umberto Smaila (sic!), nel quale il cantante appare come "Ivano Graziati", inflessibile giudice di gara per una competizione fra due radio libere, che si proclama "l’ultimo dei futuristi" e "l’inventore della cravatta metallica" e che periodicamente bacia con trasporto la sua valletta, un’aragosta di nome Mimì…

Resta in conclusione da chiedersi come mai un artista così poliedrico e generoso come Graziani (spesso nei suoi concerti invitava giovani e ignoti artisti a salire sul palco insieme a lui) sia stato dimenticato, o quanto meno trascurato, così in fretta: forse – a mo’ di conclusione provvisoria – possiamo trovare una risposta in una fulminante affermazione di un altro grande abruzzese, il pescarese Ennio Flaiano, secondo il quale «gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore».

Ivano Graziani fu Paolo, in arte Ivan, non è mai finito in soccorso di chicchessia, ha sempre scelto di percorrere una strada solitaria come il protagonista del classico di Elvis Heartbreak Hotel, e se volevano seguirlo, bene: a lui, sembra proprio, non importava più di tanto.

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