IL RICORDO/ John Lennon: “La vita è ciò che ti succede mentre fai altri progetti”

- Paolo Vites

L’8 dicembre di trenta anni fa finiva per sempre il sogno dei Beatles: uno squilibrato uccideva John Lennon. Le ultime ore di vita e il ricordo di PAOLO VITES

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“È proprio come ricominciare” canta John Lennon nella traccia iniziale del suo ultimo disco, “Double Fantasy”, pubblicato il 17 novembre 1980. La canzone si intitola appunto Just like Starting Over, è un gioioso inno al desiderio di ricominciare daccapo, anche a 40 anni (età, ai tempi, considerata il non plus ultra per un musicista, degna della nomea di “dinosauro del rock”) e non a caso ricalca la formula musicale degli anni Cinquanta, quando Lennon ragazzo cominciava ad amare il rock’n’roll.

È un’amara ironia, col senno di poi, così come è amara e dolorosa l’ironia di un uomo che dichiarava “la vita comincia a 40 anni”: da vivere gli restavano invece solo una ventina di giorni. Quando pubblica “Double Fantasy”, John Lennon è un illustre desaparecido del rock. Non fa più dischi da cinque anni, l’ultimo dei quali, “Rock’n’Roll”, una raccolta di classici della musica rock, appunto. Ha avuto un figlio, nel frattempo, Sean, e a lui ha dedicato gli ultimi cinque anni, per non fare l’errore fatto con il primo figlio, Julian, avuto ai tempi della folle avventura dei Beatles e con cui praticamente non era stato mai.

Con Sean, avuto da Yoko Ono, vuole invece essere padre, padre vero. Sarà il destino a non permettergli di passare altro tempo con lui. Nei solchi di “Double Fantasy” una bruciante e inquietante profezia, segno altresì del formidabile realismo che sempre aveva contraddistinto la vita dell’ex Beatle. Nella canzone Beautiful Boy /Darling Boy) dedicata al piccolo Sean, ecco spuntare le parole: “Life is what happens to you while you’re busy making other plans”, “La vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”.

Già. Quello che sarebbe capitato l’8 dicembre 1980 renderà manifesto a tutto il mondo scioccato che davvero la vita non è quello che noi pensiamo di essa, ma è la vita che procede oltre noi e malgrado noi. John Lennon era stato un incredibile utopista ricco di fantasia basti pensare a brani come All You Need is Love o Imagine. Ma altrettanto, il suo realismo era implacabile: canzoni come Help! e Nowhere Man lo affermano.

"La vita infatti – lo aveva detto una volta lo stesso Lennon – è come una frizione fra due opposti: il desiderio di sfuggire la realtà e l’accettazione della realtà". Quando un giornalista gli chiese quale fosse nella sua vita questa frizione, lui rispose: “La frizione è la vita stessa. È ciò che accade nella nostra vita. La frizione sta nel vivere: nello svegliarsi ogni singolo giorno e riuscire ad arrivare alla fine di quel giorno. Ed esprimerlo nell’arte è il lavoro di un artista. Ed è quello che faccio io”.

Che John Lennon sia stato uno dei massimi autori di canzoni del Novecento, importa relativamente poco. È infatti un dato di fatto incontestabile. Che John Lennon sia stato dopo la sua morte tirato in ogni senso possibile (fino ad apparire anche sulla pubblicità dei supermercati Esselunga) dimostra solo quanto John Lennon sarebbe stato importante in questi ultimi trent’anni per far piazza pulita di tanta ipocrisia, ignoranza, sfruttamento ideologico dell’uomo sull’uomo. Cominciando da Imagine, la sua cosiddetta canzone manifesto.

Il peggior relativismo buonista di questi ultimi decenni ne ha fatto un inno universale, buono per ogni causa e occasione, buono da essere cantato anche davanti a un Papa. In realtà, Imagine era quello che lo stesso Lennon spiegò essere: “Non è altro che il manifesto del partito comunista”.

“La vera musica” disse al settimanale Newsweek “mi arriva, la musica delle sfere, la musica che supera l’intelletto, che non ha nulla a che fare con me. Io sono solo il canale attraverso cui essa passa. Cosicché perché essa possa passare attraverso di me che è l’unica gioia che ho dalla musica, è per me riceverla e trascriverla, come se fossi un medium".

Gli ultimi giorni di John Lennon – Sabato 6 dicembre 1980 verso le nove di mattina, John telefona alla zia Mimi, in Inghilterra, annunciandole una sua prossima visita. È la donna che gli aveva fatto da madre, dopo la morte della stessa in un incidente stradale. Il padre, viceversa, non era mai stato presente. La zia Mimi non avrebbe mai più rivisto John vivo. Nel pomeriggio di sabato 6 Lennon fa un salto nella sua coffee house preferita, La Fortuna, a poche decine di metri dal Dakota Building dove vive con la sua famiglia, quindi va a farsi tagliare i capelli.

Alla sera lui e Yoko si recano a cena al ristorante Mr. Chow, quindi si incontrano con Andy Peebles della BBC presso gli studi Record Plant per una delle tante interviste relative alla promozione di “Double Fantasy”. La domenica dopo, il 7, John la passa a casa, riposando. Lunedì 8 dicembre, di mattino, la fotografa di Rolling Stone Annie Leibovitz si reca a casa di Lennon per una foto session.

Finiscono nel pomeriggio, tra le foto scatatte in quell’occasione c’è quella con Lennon nudo in posizione fetale abbracciato a Yoko che finirà poi sulla copertina della rivista. John e la moglie fanno poi un’altra intervista, questa volta con Dave Sholvin di Radio RKO. Dopo l’intervista Lennon torna ai Record Plant per lavorare sul brano Thin Ice. Quando torna al Dakota Building sono le undici di sera. In Inghilterra sono già le quattro del mattino del 9 dicembre.

Mark Chapman lo sta aspettando da ore, anzi, lo ha già incontrato quando l’ex Beatle era uscito per recarsi ai Record Plant e si era fatto autografare la sua copia di “Double Fantasy”. Chapman aveva fatto un primo sopralluogo intorno al Dakota Building dal 29 ottobre al 4 novembre; poi era tornato l’8 novembre ed era rimasto a New York sino al 12 senza mai trovare traccia di Lennon – aveva chiesto informazioni anche al portiere del Dakota Building – e infine torna il 7 dicembre.

John Lennon non avrebbe mai potuto immaginare che il suo assassino aveva passato lunghe giornate davanti casa sua, aspettandolo per ore e ore, fino al fatale momento. La mattina dell’8 dicembre Mark Chapman esce dallo Sheraton Hotel dove alloggia. In camera lascia diversi oggetti personali: una copia di “Il giovane Holden” comprata a New York, al cui interno scrive “Questa è la mia sentenza” e si firma "Holden Caulfield", come il protagonista del romanzo di Salinger. Passa la maggior parte della giornata davanti all’ingresso del Dakota Building parlando con altri fan e il custode.

Distrattosi per alcuni minuti, non vede Lennon che esce da un taxi ed entra nel palazzo. Più tardi, Chapman incontrerà il custode dell’appartamento dei Lennon mentre porta a passeggio il piccolo Sean. Chapman gli stringe la mano e citando il verso della canzone Beautiful Boy, gli dice che è un ragazzino meraviglioso. Alle cinque del pomeriggio John e Yok lasciano casa per recarsi ai Record Plant Studios. Chapaman dà la mano a Lennon e gli chiede di firmare una copia di “Double Fantasy”, cosa che l’ex Beatle fa. La scena viene fotografata da un certo Paul Goresh.

In seguito Chapman dirà: “A quel punto pensavo di aver ottenuto quello che volevo e stavo per tornarmene in albergo. Ma una parte di me sapeva che lui sapeva dove vanno le papere in inverno, e io avevo bisogno di saperlo” con riferimento al protagonista del Giovane Holden. Verso le 11 meno dieci di sera la limousine di Lennon torna indietro. Lui e Yoko Ono superano Chapman che è ancora lì e si dirigono verso l’ingresso dell’edificio. Da dove si trova, Chapman spara cinque colpi di pistola, quattro dei quali colpiscono Lennon alla schiena e a una spalla. Uno dei proiettili centra l’aorta causando una emorragia immediata. Chapman rimane sul luogo.

Estrae un’altra copia del Giovane Holden e si mette a leggerlo. Viene arrestato senza proteste. Una volta in carcere, dichiara: “Sono certo che una grande parte di me è Holden Caulfield, il protagonista del libro, Ma la parte più piccola di me deve essere il diavolo”. John Lennon è dichiarato morto alle 11.07 di sera. Adesso, come disse Lennon allo scioglimento dei Beatles dieci anni prima “il sogno è finito”. Questa volta per sempre. Ogni diritto di replica è negato per sempre.

ATTICA STATE, PER SEMPRE – Diverse volte l’assassino di John Lennon ha inviato una richiesta alla Corte suprema chiedendo di essere scarcerato. Il suo debito, secondo lui, è stato pagato e lo stesso Lennon, se fosse stato in vita, sempre secondo lui, lo avrebbe "graziato". In cambio della libertà, Chapman passerebbe il resto della sua vita ‘predicando’ in ogni città americana, spiegando le ragioni del suo folle gesto e chiedendo perdono.

La richiesta di scarcerazione è stata respinta. Yoko Ono il 4 ottobre del 2000 in una lettera alla Corte Suprema, chiedeva che l’istanza di scarcerazione venisse respinta, lettera da cui vale la pena riprendere queste parole:

“La sua famiglia e il mondo hanno avuto pace quando finalmente la Corte ha fatto giustizia. Il "soggetto" (Chapman; Yoko rifiuta di chiamarlo per nome, nda) è stato imprigionato. Se venisse liberato oggi, in molti si sentirebbero traditi. Paura e rabbia uscirebbero di nuovo allo scoperto. Sarebbe anche un segnale di "via libera" ai molti che vorrebbero seguire l’esempio del "soggetto" per ricevere l’attenzione del mondo. Ho paura che ciò porterebbe di nuovo all’incubo, al caos e all’ingiustizia. Io e i due figli di John non ci sentiremmo al sicuro per il resto della nostra vita. Tutta la gente che è nella stessa posizione di visibilità di John non si sentirebbe al sicuro. E infine, non sarebbe al sicuro neanche il "soggetto". Non avrebbe più la sicurezza che lo Stato gli assicura oggi. So che è stato isolato dagli altri carcerati perché potrebbero fargli del male. Nel mondo libero ci sono moltissime persone che potrebbero fargli del male per ciò che lui ha fatto. La violenza porta alla violenza. Se fosse possibile, non vorrei che si creasse una situazione che porterebbe altra pazzia e tragedia a questo mondo”.

Dal 25 agosto 1981 Mark Chapman è rinchiuso nel carcere di Attica, New York, quello che John Lennon aveva cantato nella canzone Attica State del 1972, una canzone che – ironicamente, verrebbe da dire oggi – chiedeva la liberazione dei prigionieri. La canzone di Lennon era un’accusa anti establishment. La realtà di Chapman è che l’establishment del rock non gli perdonerà mai quello che ha fatto.

 



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