SCHUMANN 1810-2010/ “La terra dove la luce abita in eterna inquietudine…”. I Fantasiestücke op.12

- Luca Belloni

LUCA BELLONI ci introduce ai Fantasiestücke (Pezzi fantastici) op. 12, composti da Robert Schumann nel 1837, una delle pagine più intense e complesse dell’intero corpus pianistico schumanniano

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Nella produzione schumanniana è possibile rilevare con grande chiarezza le predilezioni dell’autore e i suoi interessi. 

La prima, folgorante stagione creativa del Maestro di Zwickau (i primi 23 numeri d’opus) è interamente dominata dal pianoforte, strumento amato e “confidente” del giovane Robert.

Nel cuore di questa prima parte del catalogo del Nostro si collocano i Fantasiestücke (Pezzi fantastici) op. 12 (1837), una delle pagine più intense e complesse dell’intero corpus pianistico schumanniano.

La raccolta è posta sotto l’egida di quella che sarà la musa ispiratrice dell’intera vita dell’Autore: Clara, la donna amata cui Schumann (come ha brillantemente dimostrato il musicologo inglese Eric Sams in diversi saggi raccolti da Erik Battaglia ne Il tema di Clara ed. Analogon) attribuisce, come alter-ego musicale, un tema che ricorre (trasposto, variato e interpolato in diverse maniere) in numerosissime composizioni.

Ecco la versione primigenia del tema (motto) di Clara:

ES. 1


 

Questa è per Sams la forma “completa” della sequenza musicale legata a Clara:

ES. 2


 

L’aggiunta delle note FA (diesis) e MI, ovvero F (FIS, per la precisione) ed E nella notazione tedesca, aggiunge al “motto” di Clara anche le iniziali di Florestano ed Eusebio, due delle maschere dietro le quali si nascondeva la proteiforme personalità di Schumann.

Des Abends (La sera), primo quadro della raccolta [I – 0’01”] è una miniatura in cui una delicata melodia per grado congiunto si distende su di un oscillante accompagnamento.  Gocce di suono disegnano un crepuscolo incantato in cui la comparsa del tema di Clara [I – 1’33”] aggiunge un’ulteriore increspatura cromatica.  È la sera, madre di ogni malinconia e fonte dello struggimento del musicista che nella bellezza della natura riconosce il volto della donna amata e, dietro a quello, l’incantato appello che, misteriosamente, tuta la realtà rivolge all’animo umano.

Di segno radicalmente diverso è il seguente Aufschwung (Slancio) [I – 4’36”] con i suoi inquieti e appassionati disegni.  Dopo il travolgente inizio, un episodio nervoso [I – 4’56”] ripropone in filigrana il “motto” (ES. 1) [I – 5’01”] che aleggia anche su questo secondo numero della raccolta.  La pagina è tempestosa e ricolma del tipico andamento schumanniano, caratterizzato dal frequente, quasi ciclotimico alternarsi di esaltazione e quiete.

Warum? (Perché?) [I – 7’29”] è il passo successivo.  Fin dall’inizio il cullane ritmo sincopato dell’accompagnamento crea un dolce contrasto con la melodia dal sapore quasi vocale.
Anche qui, con lievi varianti, la protagonista è Clara che, con il suo tema in forma retrograda (ovvero enunciato dall’ultima nota alla prima) domina su ampie sezioni del brano.  La breve pagina si presenta come un accorato duetto in cui le due “voci” si interrogano vicendevolmente in perfetta consonanza col titolo.


Maria Yudina, pianoforte

Grillen (Capricci) [II – 0’01”], quarto brano del ciclo, grazie al suo piglio rustico e ritmicamente incisivo crea un potente contrasto col numero precedente. 
La multiforme fantasia schumanniana ci propone qui un’ulteriore incarnazione del tema di Clara che, fin dall’esordio, viene esposto nella variante retrograda della sua forma completa (cfr. ES. 2).

 

Un episodio più lieve e danzante [II – 0’30”] crea un momentaneo mutamento di clima espressivo prima della ripresa del motivo iniziale.
Il successivo In der Nacht (Nella notte) [II – 3’41”] è segnato dalla tormentosa aspirazione ad una compiutezza che pare quasi irraggiungibile.  La melodia, accompagnata da un incessante ed inquieto arpeggio, è continuamente interrotta in una oscillazione pendolare tra esaltazione ed annichilimento.

Il mistero che si cela dietro la morte (qui rappresentata dall’oscurità notturna) è continuamente interrogato senza che una luce penetri nella spessa tenebra.
Un episodio in tono maggiore [II – 4’48”] (Un poco più lento) non porta la chiarezza sperata, complice anche il periodico, rapinoso ritorno di frammenti del tema d’apertura.  La ripresa della tormentata parte iniziale si infrange (letteralmente) contro un perentorio accordo di Fa minore che suggella in maniera lapidaria questa sorta di monumento all’incompiutezza umana.

Tutto giocato sull’alternanza tra momenti lenti ed improvvise accelerazioni è Fabel (Favola) [II – 7’31”].  Ancora una volta il protagonista è l’inquieto e dissociato spirito schumanniano.  Un’idea lenta e sognante [II – 7’31”] si alterna ad un motivo rapido e saltellante [II – 7’46”] in una girandola di atteggiamenti che mima perfettamente il dualismo narratore/narrazione.
Ancora una volta lo slancio del compositore tenta di ricomporre l’enigma della realtà senza però riuscire compiutamente nel suo intento.

L’intensità dei sentimenti del musicista-poeta (figura assai consona alla personalità di Schumann) è capace di cogliere le profonde contraddizioni dell’esistenza ma pare non possedere gli strumenti per giungere ad una visione unitaria.

 

Maria Yudina, pianoforte

Nel tentativo di risolvere questa radicale antinomia il successivo Traumes Wirren (Allucinazioni) [III – 0’02”] intraprende un cammino bizzarro fino ai limiti della patologia.  L’ostinazione ritmica della figura principale (sorta di ripetizione forzata dello stesso vocabolo) contrasta in maniera eclatante con l’episodio centrale [III – 1’01”], un corale che, per la brevità e l’inquietudine armonica, non riesce a creare l’attesa oasi di pace.

La ripresa del nervoso e saltellante pannello iniziale ci porta verso una vera e propria “estinzione” del brano che, più che concludersi, sembra spegnersi per esaurimento delle forze.

Il conclusivo Ende von Lied (Fine del Canto) [III – 2’34”] si apre con un solenne, nobile canto che, poco a poco, si rafforza fino a raggiungere una potenza quasi organistica.  Improvvisamente una sezione più veloce [4’40”] interrompe il “corale” con una fanfara interamente percorsa da saltellanti figure ritmiche.  Con un nuovo, brusco trapasso Schumann ci ripropone [III – 5’55”] l’episodio iniziale che, raggiunta la massima intensità, scompare [III 7’07”] nella sommessa coda. 

Qui un frammento del tema principale (l’inizio) riemerge brevemente dall’intreccio delle voci mentre la musica si fa sempre più lenta e lieve (dopo un triplice pianissimo il compositore segna ancora due diminuendo!) fino al pacificato suggello dei tre accordi conclusivi, pallido segnale di quella pace cui tutta la raccolta sembra tendere.

 

Maria Yudina, pianoforte

Abbiamo più volte sottolineato che i Fantasiestücke op.12 rappresentano con grande efficacia lo stile del giovane Schumann fatto di slanci ardenti e melanconiche contemplazioni in quella continua oscillazione tra esaltazione e depressione che è una delle caratteristiche distintive dell’arte del primo Ottocento. 

Scendendo più in profondità però non è impossibile scorgere, dietro la maschera delle “esagerazioni” schumanniane, lo sprone incancellabile del desiderio e la febbre di verità che costituiscono (come testimonia il nutrito epistolario) la sorgente ed il fine della forza creativa dell’Autore.  Se non una risposta (che forse Schumann, spirito tormentato, conobbe assai di rado) possiamo dunque trovare qui lo spunto per un cammino, l’indicazione che un cuore grande ed indomito dà a ciascuno affinché non tradisca i suoi desideri più veri.

In questo senso Maria Yudina, la pianista che proponiamo, è quanto di meglio si possa sperare.  L’artista russa, figura fedele alle proprie intime convinzioni al punto da commuovere e redarguire lo stesso Stalin, riesce davvero a calarsi nelle atmosfere di volta in volta esaltate o sognanti della raccolta schumanniana, guidandoci in un percorso profondamente segnato dalla intima persuasione di una inscindibile comunione tra interprete ed ascoltatore fondata sul desiderio condiviso del bene, del bello, del vero. 
Forse anche a noi, come accadde a Stalin, un brano di musica potrebbe cambiare la vita.

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