MUSICASTELLE IN BLUE/ McCoy Tyner e George Benson, il Blue Note di Milano in trasferta nei luoghi magici della Val d’Aosta

- La Redazione

Con il concerto di George Benson di questa sera parte Musicastelle in Blue 2010, anteprima della collaborazione tra il Blue Note Milano e il festival internazionale promosso dalla Regione Valle d’Aosta. L’intervista a PAOLO COLUCCI, Presidente del Blue Note di Milano

Con il concerto di George Benson di questa sera parte Musicastelle in Blue 2010, anteprima della collaborazione tra il Blue Note Milano e il festival internazionale di musica e spettacolo promosso dalla Regione Valle d’Aosta.
Il parco del Castello di Fénis farà da cornice alla performance del chitarrista di Pittsburgh, mentre lunedì 2 agosto toccherà al trio di McCoy Tyner (special guest Joe Lovano), nella splendida piazza d’armi del Forte di Bard.
«La speranza – dice a IlSussidiairo.net Paolo Colucci, Presidente del Blue Note Milano – è che sia soltanto un’anteprima, una prova generale di ciò che potremo realizzare insieme in futuro».

Facciamo un piccolo passo indietro, come nasce l’avventura del Blue Note a Milano?

L’avventura del Blue Note di Milano ha inizio nel marzo 2003 con un concerto di Chick Corea. L’idea risale però a parecchio tempo prima, quando, negli anni Ottanta, ero un giovane praticante avvocato a New York. Frequentavo il Blue Note nella Grande Mela e iniziavo a immaginarmi quanto sarebbe stato bello portarlo un giorno a Milano, come se si trattasse di un giocattolino. Questo sogno nel cassetto, dopo circa vent’anni, è diventato realtà grazie a un gruppo di amici.

Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato in una città come Milano?

L’idea di partenza era semplice, a Milano mancava un jazz club di livello internazionale. Il successo di pubblico ci ha poi sempre confortato dimostrandoci che l’intuizione di partenza era giusta.
Una criticità, anche se non è certo colpa di Milano o dei milanesi, è data  invece dalla difficoltà di mantenere un cartellone di altissima qualità con un bacino d’utenza “limitato”, come quello del capoluogo lombardo.

Cosa intende?

Facciamo 250 concerti di grande livello all’anno, in una città che ha meno di un milione e mezzo di abitanti. È certamente una situazione diversa rispetto ai 18 milioni di potenziali clienti che ha Tokio, ai 15 di Londra o ai 20 di New York, di cui circa la metà sono turisti. Da subito, comunque, abbiamo capito che era necessaria una professionalità complessa.

Cioè?

Siamo dei promoter con un numero di concerti annui considerevole, allo stesso tempo garantiamo ai nostri clienti una ristorazione di grande qualità. Non potevamo certo permetterci brutte figure in questo senso in una città come Milano, anche se i jazz club nel mondo sono famosi per la loro pessima cucina. Aggiungiamo poi l’organizzazione di eventi aziendali e tutti i problemi che deve affrontare chi apre un’attività in Italia. La sfida è affascinante, ma estremamente complicata allo stesso tempo.

Mi tolga una curiosità: quanti sono i Blue Note al mondo?

Cinque, tre in Giappone e uno a Milano, la “casa madre” è, ovviamente, a New York.

Siamo alla fine del periodo caldo dei Festival Jazz (e non solo), mentre a Milano torna all’ordine del giorno il problema della “movida”…

 
Quando leggo dei problemi che sorgono ciclicamente tra residenti e i clienti dei locali milanesi mi viene da sorridere. Se ci si muove tenendo presenti alcune regole basilare e un certo “approccio sociale” certe problematiche non si porrebbero nemmeno. Il Blue Note è a “impatto zero”, appena fuori dal locale non si sente nulla. Ovviamente non è un caso, ci abbiamo pensato prima, investendo un sacco di soldi. Per quanto riguarda i festival estivi il discorso è un po’ più complesso.

In che senso?

Posto che più musica c’è meglio è, non c’è dubbio che ultimamente, in estate, assistiamo a una vera e propria scorpacciata di festival, in ogni città della Penisola. Le istituzioni locali con i soldi pubblici, diventano dei veri e propri promoter stagionali e costruiscono il loro piccolo o grande festival. Il rischio è quello di creare il vuoto per tutto il resto dell’anno. In più, com’è noto, i soldi pubblici a un certo punto finiscono.
Anche per questo motivo in estate chiudiamo e ripartiamo a settembre, offrendo alla città la possibilità di ascoltare grande musica per un anno intero, per chi non lo sapesse, senza il minimo contributo delle istituzioni.

Avete mai pensato di diventare un punto di ritrovo per i giovani e talentuosi jazzisti della scena milanese, organizzando jam session?

 

 

Ci abbiamo provato. Servirebbe però qualcuno che guidi, uno o più leader, ma non è così facile trovarli.
C’è poi un altro aspetto: con il doppio set le serate finiscono abbastanza tardi. Quante persone a Milano sono disposte a fare le ore piccole ascoltando le jam? Purtroppo siamo costretti a tener conto dei costi che derivano dal tenere aperto un locale del genere. Se comunque qualcuno volesse di darci una mano, saremmo lieti di metterci a disposizione.

Com’è nata invece l’idea di “Musicastelle in Blue” in Valle D’Aosta?

La Regione Val D’Aosta, dopo alcuni eventi realizzati nel nostro locale a Milano, ha riconosciuto la nostra professionalità, il nostro modo di organizzare concerti, grande musica e intrattenimento e ci ha proposto questa collaborazione. Siamo molto soddisfatti di questo riconoscimento. La speranza è che sia soltanto un’anteprima, una prova generale di ciò che potremo realizzare insieme in futuro.

Come avete scelto i musicisti per queste due prestigiose date?

Il parco del Castello di Fénis contiene oltre 2.000 persone. È una location fantastica e Benson è il musicista perfetto per il concerto di questa sera. Nel forte di Bard il clima è invece più intimo e abbiamo pensato al trio di un pianista leggendario come McCoy Tyner, con cui tra l’altro è nato un rapporto di grande amicizia. Pensi che ho ancora nel portafoglio il ricordo del suo primo concerto.

Di che si tratta?

Una banconota da 50 dollari, la mancia che diede a una nostra cameriera. Gliela cambiai subito e andai a farmela autografare da McCoy. È ancora con me.

(Carlo Melato)


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