MARIJA JUDINA/ Beethoven, le Variazioni su un tema di Diabelli: la musica delle cose ultime

- Maurizio Biondi

La pianista russa Marija Judina nell’esecuzione delle Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 di Beethoven. MAURIZIO BIONDI ci guida nell’ascolto delle variazioni del vituperato valzerino di Anton Diabelli. Ma siamo proprio sicuri che questo tema sia solo un corpo estraneo, un mero pretesto?    

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Marija Judina attacca l’op. 120 di Beethoven ed ecco che appena finito il tema, il vituperato valzerino di Anton Diabelli, si sente già il bisogno di una breve riflessione. Il compositore non ha iniziato a parlare e, in certo senso, neppure la pianista. E tuttavia, se è vero che in un ciclo di variazioni il tema resta sempre (sia pure per massimo allontanamento e negazione) il cuore e l’asse portante della forma, il veicolo di una ricerca e l’oggetto di una celebrazione, allora il suo apparire forse non è un momento così inessenziale del brano e del suo percorso interpretativo.

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Tema
Marija Judina, pianoforte

La storia ci racconta che Beethoven inizialmente respinse con disprezzo questo tema non suo, intuendo solo dopo le enormi potenzialità in esso contenute. E in effetti, mai come in questo caso vale l’implicita legge beethoveniana secondo cui la semplicità dell’elemento di partenza sta in rapporto inversamente proporzionale alla complessità dei suoi sviluppi.

Una questione resta però irrisolta. Ma siamo proprio sicuri che questo tema sia solo un corpo estraneo, un mero pretesto ai confini della banalità?  Perché se le cose stanno davvero così, all’interprete non restano che due soluzioni: esibire questa presunta banalità o, al contrario, trasfigurarla (ma si potrebbe anche dire, mascherarla) con una forzatura espressiva tale da imporre fin dall’inizio l’inconfondibile timbro della musica beethoveniana. 

 

Marija Judina non fa né l’una né l’altra cosa. Lei suona il tema di Diabelli esattamente per quello che è: un costrutto magari semplice e modesto, che però racchiude con estrema compiutezza l’essenza della tonalità, il fondamento stesso di questo linguaggio musicale e la solida evidenza con cui esso si fa presente e parlante davanti a noi. Un tema che sta alla leggi della musica come un sasso a quelle dell’universo intero.

C’è in questo inizio un senso quasi corporeo, una sorta di “cosalità” della materia compositiva che poi diventa elemento essenziale nel lettura, pur così pervasa da trascendenza e mistero, delle successive variazioni. E suonato in questo modo, il tema mantiene integro anche quel tratto così felicemente spurio e provocatorio (rispetto a un’estetica del sublime) che poi entra in modo essenziale nel registro espressivo delle stesse variazioni.

Perché, in fondo, è proprio dal tema che hanno origine quegli elementi di umorismo, innocenza, paradosso e rudimentalità che a volte appaiono in modo così sorprendente tra i cieli e gli abissi metafisici di questo capolavoro. Da dove sarebbe mai potuta nascere quella incredibile XXII variazione alla “Notte e giorno faticar” di Mozart se non da questo presupposto?  Pur da immensa lontananza, la variazione instaura con il tema uno stretto gioco di allusioni e ammiccamenti, sottolineando quasi ai limiti dell’assurdo il senso dell’oggetto improprio, entrato abusivamente nella musica di Beethoven non si sa bene come.

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli  op. 120 – Var. 22
Marija Judina, pianoforte

 

 

Tra gli interpreti a me noti delle Diabelli, la Judina possiede più di tutti gli altri il dono di “presentificare” il tema all’interno dell’opera. E si tratta di un piccolo miracolo, dato che Beethoven nega fino all’ultimo la riapparizione anche parziale del tema stesso. L’unica deroga a questo divieto sta nella IX variazione: anche se qui, per singolare contrappasso, la pur minima cellula tematica sconta – se così si può dire – la sua indebita comparsa con una reiterazione di folle accanimento (da notare lo strano intreccio di comicità e protervia con cui la Judina rende questo particolarissimo nodo formale delle variazioni). 

 

 
 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Var. 9
Marija Judina, pianoforte

 

 

Per il resto, il tema scompare del tutto dalla superficie “visibile” della composizione. E tuttavia, l’interprete ne rende il costante aleggiare, ci restituisce concretamente in suoni quello che l’analisi, sulla carta, è in grado di dimostrare battuta per battuta.

Più di tutto colpisce come in ogni variazione la Judina mantenga quel tipico movimento “andata e ritorno” del tema (per gli addetti ai lavori: I V, V I; per i non addetti: la chiarissima successione, scandita da fermata e ritornello, di due segmenti distinti). Beethoven può affaticarsi quanto vuole ad aggiungere figure, valanghe di note supplementari e alternative, digressioni e fratture, trucchi e offuscamenti, ma lei riesce sempre a conservare quel movimento orientato, quell’arco fraseologico e formale che, tutto sommato, è il vero argomento delle variazioni.

Impressionante è poi il fatto che questa sfida sia vinta anche nella sconcertante XX variazione, cioè nel punto di massimo distacco non solo dal tema, ma anche dalle regole compositive dell’epoca, dallo stile stesso dell’autore: per dirla brevemente, in quello che resta l’esito più ermetico e radicale di tutto Beethoven. Qui la Judina, che altrove non è sempre un modello di fedeltà al testo, segue con più rigore di altri l’indicazione di tempo: il che, ovviamente, gioca a suo vantaggio. Ma la possibilità di evocare il tema, anche in un caso limite come questo, è dato soprattutto da una musicalità infallibile e quasi rabdomantica che le permette di condurre per mano l’ascoltatore per le strade più impervie: il che, d’altronde, è un connotato essenziale della stessa musica di Beethoven.

 

Altri esecutori, presi dall’ansia di mostrare l’avanguardistica modernità dell’opera, rendono la XX variazione nel modo più astratto possibile, quasi come una irrelata sequenza di accordi dispersi in uno spazio senza nome né forma. L’approccio della Judina, “normalizzante” solo in apparenza, risulta di fatto ben più ardito perché nel mantenere un legame con il tema, nel conservarne una memoria, ne rende particolarmente fantasmatica e inquietante la metamorfosi.

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Var. 20
Marija Judina, pianoforte

 

 

Dall’esempio precedente si può capire in che misura l’intero taglio esecutivo di queste Diabelli non sia intellettualistico e, come tale, del tutto in linea con un’opera che (a dispetto di ogni falsa mitologia) resta immediata, concreta, eloquente. Un’opera che non si lascia ridurre al feticcio di uno strutturalismo fine a sé stesso.

Nella Judina, l’assenza di un approccio “ideologico” è di fatto la garanzia per una restituzione totale della pagina, inclusi gli aspetti più profondi e complessi. Molto evidente (e a volte scatenata con una forza che taglia il fiato) è anche la ricerca dell’estremo, l’esasperazione di quell’aspetto investigativo e conflittuale che pure gioca un ruolo essenziale nell’identità delle Diabelli.  Un’attitudine interpretativa, questa, non priva di rischi e dagli esiti forse anche problematici, ma comunque segnata da coraggio e coerenza.

Addirittura, la Judina pare a volte sposare deliberatamente un tratto estetico (non certo tecnico) di “impurità”, una certa selvatica noncuranza nei confronti delle cose confezionate comme il faut. E tuttavia, ancora una volta, questo carattere potrebbe essere definito beethoveniano.

 

Peraltro questa musica è già di per sé una scommessa, un rischio, una domanda aperta. Ogni variazione parla del noto, ma anche dell’ignoto, entra in terre sconosciute, diventa un’avventura dello spirito, si volge a  dimensioni per le quali non ci sono ottuse certezze, modelli dati. Così che l’opera, nel suo insieme, si pone come una sorta di abbraccio totalizzante della realtà, come un’apertura incondizionata dell’essere.

Dall’ascolto di questa esecuzione si esce suggestionati dall’idea che per un vero artista, per un grande interprete, affrontare le Diabelli sia una scelta un po’ speciale, non separabile da una particolare visione della musica e del mondo. Ma ancora più forte si riafferma la convinzione che “l’ultima musica” di Beethoven sia, come poche altre, la musica delle “cose ultime”.

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Parte I
Marija Judina, pianoforte

 

 

  

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Parte II
Marija Judina, pianoforte

 

 
 

 

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Parte III
Marija Judina, pianoforte

 

 

 

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Parte IV
Marija Judina, pianoforte

 

 

 

 

Beethoven, Variazioni su un tema di Diabelli op. 120 – Parte V
Marija Judina, pianoforte

 

 

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