RITRATTI/ Marco Enrico Bossi, l’organista dei due mondi amato da Giuseppe Verdi

Se l’organo è il Re degli strumenti, Marco Enrico Bossi ne è stato il Monarca assoluto. Liszt dello strumento a canne. Chopin a più tastiere. Il primo musicista italiano a esibirsi in tre continenti. Il ritratto a cura di ENRICO RAGGI

20.01.2011 - Enrico Raggi
OrganoR400
Immagine d'archivio

Il Re dei Re. Se l’organo è il Re degli strumenti, Marco Enrico Bossi ne è stato il Monarca assoluto. Liszt dello strumento a canne. Chopin a più tastiere (e a pedali). Il primo musicista italiano a esibirsi in tre continenti (Paganini si era limitato a parte dell’Europa). Quasi novecento gli organi suonati in carriera. Centoventi inaugurazioni, innumerevoli progettazioni, infiniti collaudi.

Alto signore dei suoni, artista di mille anime, lo chiama Gabriele d’Annunzio. Anche il grande vecchio, Giuseppe Verdi, che aveva fatto le pulci perfino a Beethoven, deve ammettere: “Tutte le sue composizioni sono scritte in modo magistrale, piene di effetti arditi e potenti”. Saint-Saens gli invidia il contrappunto mirabile, colori tonanti e accesi. Puccini gli spedisce fervidi auguri: “Sentiranno, laggiù in America, come si suona l’organo”. Le cronache del tempo lo descrivono come sommo interprete, padrone di una tecnica formidabile. In una parola: il più grande.

Un recente cd inciso dallo SchuberTrio per la Tactus, dedicato all’integrale dei Trii per violino, violoncello e pianoforte di Marco Enrico Bossi, ripropone le classiche domande: merita di uscire dall’oblio in cui è sprofondato da quasi un secolo? Dove risiede il suo maggior fascino? Fu un gigante anche fuori dall’organo? “È stata una bellissima scoperta – risponde di getto il pianista dello SchuberTrio, Giulio Giurato. Tutti lo conoscevano come organista, pochi sanno che fu un camerista finissimo. La sua scrittura è wagneriana e insieme personale. La sua comunicativa è dotata di forza, la concertazione tra gli strumenti è condotta con maestria, l’invenzione melodica è felice. Guarda a Brahms e alla poesia di Schumann, con la cantabilità italiana dei secoli passati”, spiega Giurato. 

Secondo di otto figli, Marco Enrico. Un predestinato: il padre Pietro e il nonno materno sono organisti professionisti. Lascia prestissimo Salò, sua città natale e già nel 1871 è al Liceo Musicale di Bologna, l’unica roccaforte italiana che resiste allo strapotere dell’opera lirica. Studia poi a Milano, diventa maestro di cappella a Como. A diciotto anni è già concertista giramondo.

La sua vita è biforcuta: compositore appartato e scrupoloso, esecutore spettacolare e osannato. L’incredibile organista pubblico offusca e quasi subissa il profondo creatore che si nasconde in lui. Indifferente alle sirene melodrammatiche, tenta di rinnovare la musica strumentale (con i colleghi Respighi, Sgambati, Martucci), riuscendovi solo in parte. Amico fraterno di Arrigo Boito, intimo di Pascoli, attivo con la Scapigliatura lombarda. Uomo di antitesi: riservato, modesto, discreto, in famiglia; gettato nella luce dei riflettori e sottoposto ai ritmi frenetici della mondanità.

“Devoto e umile, nebuloso e fastoso” lo fotografa Sergio Martinotti. Desidera rinnovare la musica sacra liberandola dalle contaminazioni profane/operistiche, ma non sa vietarsi lungaggini, estetismo, pompa. Compie restauri moderni in stile antico. Il suo ricchissimo catalogo musicale da oltre un secolo è inascoltato. Oratori, balletti, opere liriche, Sonate. Chi vuole darcene qualche assaggio?

Nelle foto di fine anno scolastico, al Conservatorio di Bologna dove è direttore, domina il centro della scena. Braccia conserte, baffo volitivo, sguardo che trapassa. E’ il capo. Toro Seduto. Nelle lettere alla moglie mette a nudo un cuore semplice e una solida fede. Mai arrogante, animo limpido. Accetta i tornei all’americana: cinque organisti, un brano a testa, a turno, e più concerti d’organo nella stessa serata.

Nella foto della sfida, all’auditorium “Wanamaker” di Philadelphia, intorno all’organo più grande del mondo, si vedono i francesi Marcel Dupré e Nadia Boulanger, il belga Philippe Courboin e lo statunitense Christian Palmer. Tutti sono in piedi. Solo Marco Enrico Bossi è assiso sullo scranno del Re (un mostro da sei tastiere, trentamila canne e un centinaio di registri). Applausi di sera, la solitudine infaticabile dell’artigiano di giorno. Autodidatta, neppure diplomato in organo. Chi avrebbe potuto giudicarlo? Gli organi sinfonici che a lui servivano nemmeno esistevano, dovette costruirseli per poterli suonare.

Su Bossi è stato scritto pochissimo. “Bossi è reticente, non si lascia raccontare facilmente, troppe cose rimangono sottointese”, spiega Ennio Cominetti, autore dell’unica biografia pubblicata modernamente.

Innamorato di Brahms, dei tormenti di Reger, delle forme cicliche, degli ibridi sinfonico-corali. Nei Cinque pezzi per pianoforte op. 137 un sottile cromatismo sfalda l’edificio, nell’Op. 141 compaiono accordi di quarte giuste sovrapposte. Melodiosità fluente imbrigliata da una rigorosa polifonia. Sensualità, opulenza, rigore: la fuga che chiude il Tema e variazione op. 115 fonde Bach, Franck, Fauré. Comporre come praticare un esercizio ascetico: Bossi ricerca lo stile, rifinisce il gusto, cerca la giusta misura. Scrivere musica per trovare l’altra verità di se stesso, per smettere i panni del giocoliere in bilico sul gigantesco strumento a mantice. Chi sei in realtà, Marco Enrico?

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