FESTIVAL VERDI/ Falstaff, farsa e divertimento al Teatro Farnese

- Giuseppe Pennisi

Tra gli spettacoli del Festival Verdi 2011, Falstaff è quello che più si addice a un pubblico giovane. La recensione dello spettacolo al Teatro Farnese a cura di GIUSEPPE PENNISI

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Falstaff

Tra gli spettacoli del Festival Verdi 2011, Falstaff è quello che più si addice al pubblico giovane. In primo luogo, non viene messo in scena nel consueto Teatro Regio (circa 1.000 posti), ma nel Teatro Farnese (circa 2.500 posti), costruito nel Cinquecento per una festa di nozze che venne, poi tenuta altrove e raramente utilizzato per rappresentazioni: è un enorme costruzione in legno con un grande anfiteatro nel cui centro (adattato ora a platea) c’era visibilmente posto per cortei ed anche spettacoli equestri. Il Teatro Farnese è elemento centrale del Palazzo della Pilotta e per accedervi occorre traversare le gallerie di uno dei maggiori musei di pittura e scultura dellItalia centrale. Già l’ingresso, quindi, è uno spettacolo.

In secondo luogo, il Teatro Farnese fornisce uno scenario naturale; con pochi elementi dipinti su tela e un grande letto Jamie Vartan (scene e costumi) e Stephen Medcalf (regia) rendono lo spettacolo davvero elisabettiano.
L’accento è sugli aspetti più chiaramente farseschi (ed il pubblico si diverte molto); quindi, una rappresentazione  scoppiettante e, per molti aspetti, esilarante. Dopo le recite a Parma (sino al 25 ottobre) andrà al Festival Internazionale di Musica Lirica di Hong Kong e da lì è possibile che raggiunga Shangai e Pechino prima di approdare di nuovo in Italia.

Il ritmo veloce e le gags piacciono in Estremo Oriente; quindi, è possibile che Vartan e Medcalf abbiamo concepito lo spettacolo strizzando l’occhio al Bacino del Pacifico diventato una delle aree più dinamiche per lo sviluppo del teatro d’opera (pure in quanto una forma di arte scenica in cui drammaturgia viene coniugata con musica, canto e danza è molto simile a loro tradizioni millenarie).

Una farsa in musica attira anche un pubblico giovane, ma si perde la vena di melanconia della riflessione dell’ottantenne Verdi sugli stadi della vita e su come coniugare, in ciascuno di essi, un differente modo di amare. Una vena delicatissima che esplode unicamente nellarioso Va vecchio John.
Nel complesso , è uno spettacolo tradizionale, molto distante  da quello visto a Firenze alcuni anni fa per la regia di Luca Ronconi (un rave party intriso di serena malinconia) e di quello proposto da Herbert Wernicke a Aix en Provence (che si svolgeva quasi interamente in una stazione ferroviaria in un’epoca imprecisata del Novecento).

Si ride perché c’è tanta azione in scena anche se in buca è tutt’altra storia: è davvero straordinario che una una partitura scritta da un ottantenne che era stato il protagonista assoluto del melodramma ottocentesco italiano ed europeo, anticipi Puccini, Strauss e, perché no? Janaceck. Non solo una rottura definitiva con le forme melodiche tradizionali (aria, duetto, quartetto), ma anche e soprattutto l’enfasi sul declamato – dunque, una legittimazione del canto che prende vita direttamente dal significato della parola. Sottolinea, poi, lo sguardo ironico di Verdi dalla prima all’ultima battuta.

Nei primi due atti, ho avuto qualche dubbio sulla concertazione del giovane (25 anni) Andrea Battistoni e pensato che la più moderna delle partiture verdiane (lanciata verso il Novecento e senza alcuna concessione al tardo romantico di moda del 1893) fosse ancora troppo complessa per lui. Gli impasti si ascoltavano male e l’orchestra era pallida rispetto alle voci.

Il Teatro Farnese, però, non è stato costruito per la musica. Al terzo atto sono emigrato nelle file più alte dellanfiteatro e là gli impasti orchestrali risuonavano in tutto il loro splendore.
Ritengo ancora, tuttavia, che  nonostante Battistoni abbia talento da vendere, Falstaff sia arrivato un po troppo presto nella sua carriera. Il suo gesto, poi, non dovrebbe imitare quello di Riccardo Muti; ormai è adulto ed emancipato.
 
Di livello  il cast. Nel gruppo maschile, spiccano Ambrogio Maestri e Luca Salsi, due veterani dei rispettivi ruoli; avrei preferito un Fenton più lirico di Antonio Gandia, di cui tuttavia di devono ammirare le prodezze atletiche nel saltare dagli alberi cantando sia nelle scene amorose. Decisamente migliore il  gruppo femminile, specialmente  Svetla Vassileva, Barbara Bargnesi e Romina Tomasoni. Sono tutti anche ottimi attori con dizioni perfette.

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