RED HOT CHILI PEPPERS/ L’esordio sfocato di quattro “matti da legare”

- La Redazione

L’uscita del loro decimo album, “I’m with You”, offre l’occasione per riascoltare il percorso fatto. Il viaggio all’indietro nel mondo dei Red Hot Chili Peppers a cura di GIUSEPPE CIOTTA

RedHotChiliPeppersR400
Red Hot Chili Peppers

In occasione dell’uscita del loro decimo album “I’m With You” –  recensito su queste pagine – presentiamo una serie di guide all’ascolto che abbracciano l’intera produzione del gruppo californiano, cominciando con l’omonimo esordio del 1984.

1983. Gli esagitati ragazzi sul palco del club Rhythm Lounge di Los Angeles – lanciati in un’inedita performance punk-funk basata su un’unica canzone (Out in L.A.) – sono ex-compagni di liceo della mitica Fairfax High, immortalata tanto nel film Rock n’ Roll High School dei Ramones, quanto nel celebre videoclip dei Nirvana Smells Like Teen Spirit.

Poco più che ventenni, i quattro rispondono ai nomi di Anthony Kiedis (dal Massachusetts al seguito del padre attore, che influenzerà prematuramente il suo stile di vita scapestrato); Michael “Flea” Balzary (immigrato australiano con la passione per la tromba jazz); Hillel Slovak e Jack Irons (d’origine ebrea, chitarrista hendrixiano l’uno, batterista cresciuto coi Kiss l’altro). Tutti, per i più svariati motivi, occuperanno un posto nella storia del rock di fine anni ’80 – primi ’90, ma ancora non lo sanno.

Flea è un musicista provetto e – grazie a Hillel – scoprirà il rock e il basso, entrando nei What Is This di Slovak e Irons e nei ben più famosi (e famigerati) Fear, storica formazione punk. Anthony ama la musica, il ballo, far tardi nei locali, vivendo l’avvolgente Los Angeles in ogni suo angolo; grazie al rap antesignano di Grandmaster Flash, scopre che non è necessario essere Freddie Mercury per impugnare un microfono: basta declamare a ritmo, con convinzione, i propri versi.

Così, in occasione del concerto d’apertura per un amico musicista, scrive un poemetto satirico sulla città e sulle scorribande sue e dei suoi inseparabili amici: nello scalcinato appartamento dove vivono – attraverso i più svariati espedienti – la musica con Flea, che crea un giro di basso basato sul groove degli irripetibili e quasi coevi Defunkt (rivoluzionaria band che mischiava razze e sessi, rock e funk). Hillel e Jack sono stupiti da quella fusione di generi e decidono di partecipare.

Ciò che non s’aspettano, invece, è che si scateni il finimondo: piacciono così tanto che il proprietario del Rhythm Lounge li rivuole sul palco e, pertanto, saranno costretti a inventarsi un repertorio. Esso costituirà il cuore dell’omonimo debutto per la EMI che, grazie alle stracariche esibizione in California e a un demo-tape veramente espressivo, li ha messi sotto contratto.

Succede tutto troppo in fretta: sono passati appena sei mesi e Hillel e Jack non ci credono tanto, decidendo di proseguire coi What Is This. Anthony e Flea, rimasti soli e con un disco da fare, reclutano due sessionman: l’eccentrico batterista Cliff Martinez e il regolare e a modo Jack Sherman, che – per questi motivi – mal si sposerà con l’estetica e il modus vivendi fuori dagli schemi della band. Entrambi sono un po’ più grandi e navigati, avendo già suonato con Captain Beefheart (pupillo di Frank Zappa) e la poetessa punk Lydia Lunch.

Al posto di produzione i ragazzi scelgono Andy Gill, talentuoso chitarrista e autore nei britannici Gang Of Four, post-punk politicizzato commisto a dub e funk. Scelta calzante, ma nessuno sa ancora che l’imperturbabile e laconicamente british Gill – quando smette i panni del chitarrista – è un produttore che mira alle hit e a far dischi da classifica, il contrario di ciò cui aspirano i ragazzi: far un album che restituisca fedelmente la loro straordinaria carica live, come lasciava già intravedere l’ispiratissima demo.

Purtroppo anche per Gill, come produttore artistico, è quasi un esordio: ciò gli farà perdere la bussola durante le registrazioni. S’aggiunga che Anthony e Flea stanno sperimentando ogni tipo d’eccesso (con conseguenze pesanti per il cantante, che s’assenta spesso) e uno dei tanti motivi per cui The Red Hot Chili Peppers suona male è presto detto.

Gli altri sono l’insanabile spaccatura di Kiedis e Flea con Sherman, più in linea col produttore che non con loro; la stessa inesperienza dei due membri fondatori e l’abbandono degli altri due.
Dopo un burrascoso periodo d’incisione, in cui il povero Andy Gill subirà ogni tipo di vessazione, la band completerà l’esordio datato 1984. Il suono è figlio in tutto e per tutto di quel controverso periodo musicale: dominano le batterie elettroniche, i sintetizzatori, i suoni freddi e tecnologici. 

La cosa più rock in giro è lo Springsteen minore di Dancing in the dark, zeppo di tastiere. Nonostante un ingegnere del suono come Dave Jerden (famoso poi con Jane’s Addiction e Alice in Chains), il suono della band viene sterilizzato dai gusti del tempo: l’alba del digitale in musica. Se pensiamo come alla base del sound nei Peperoncini di allora ci sia tanto il punk americano più sporco, quanto il funk più bastardo e selvaggio, i conti – ovviamente – non tornano.

Nell’opening True men don’t kill coyotes (uno dei pochi testi in cui Kiedis non è ossessionato dal sesso e dai bagordi losangelini) si salva il solo basso di Flea: tutto il resto sembra di plastica. Baby appeal presenta il tipico rap di Anthony, che nel disco non va oltre questo e un inconsapevole urlare senza capo né coda; il testo omaggia i bambini – che sembrano avere una particolare predilezione per la loro musica movimentata – mentre una chitarra un po’ più incisiva salva il tutto, nonostante la batteria elettronica sia ai limiti della sopportazione.

Buckle down ha un bel riff, affossato però da svisate decisamente kitsch. Get up and jump, dal testo divertente, è uno dei pochi pezzi originari del demo-tape cui la versione del disco renda giustizia. Why don’t you love è il coraggioso tentativo di trasformare un classico traditional country di Hank Williams in un rap. Mommy where’s daddy è solo un divertissement dal testo autobiografico, mentre la primigenia Out in L.A. subisce la stessa povera sorte di Green heaven e Police helicopter: completamente trasfigurate dalla produzione incolore e troppo rallentate rispetto alle versioni live, con cui ammaliavano i primi fan del gruppo.

You always sing the same è uno scherzetto di diciotto secondi; l’onirico strumentale Grand pappy du plenty è l’unico momento alto del disco, musicalmente parlando, grazie allo zampino chitarristico del produttore Andy Gill.

Nella versione rimasterizzata dell’album, uscita nel 2003, trova spazio l’imperdibile demo d’esordio del gruppo: il fonico era il batterista dei Fear, amico della band qui in formazione originale. Basterà confrontare lo stile asciutto delle bacchette di Irons con quello sopra le righe di Martinez, ma – più di tutto – il chitarrismo originale di Slovak con quello attempato di Sherman, per rendersi conto che – senza di loro in formazione – Kiedis e Flea non potevano osare di più. 

Ciò che colpisce, però, è il confronto fra gli stessi pezzi della demo e le loro versioni nell’album: a fronte d’una produzione – ovviamente – più grezza e meno curata, nella demo c’è già – in nuce – il sound al fulmicotone dei primi Red Hot, la fisicità della loro musica, veloce e ricca di groove.

Ci vorrà del tempo e vari tentativi prima che i Peppers riescano a ritrovarsi completamente in un disco, cominciando a venir fuori dal caos che dominava le loro vite. Caos perfettamente racchiuso nella stroboscopica copertina multicolore di Gary Panter, destinato a divenire uno dei graphic artist più influenti di fine ventesimo secolo.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori