LA SCALA/ “Der Rosenkavalier”, in scena “Il cavaliere della rosa” di Strauss

- Giuseppe Pennisi

La seconda replica serale scaligera de “Der Rosenkavalier – Il Cavaliere della Rosa” nella recensione di GIUSEPPE PENNISI. Un pubblico giovane per uno spettacolo da non perdere

TeatroAllaScalaMilanoR400
Questa sera il Don Giovanni al Teatro alla Scala di Milano

Alla seconda replica serale (turno in abbonamento) c’erano più giovani della solita canuta platea della Scala. Molti se ve vedevano nelle due gallerie. Si dava un nuovo allestimento (o più precisamente di un allestimento di Herbert Wernicke – deceduto nel 2002 – rimesso a nuovo da Alejandro Stabler in occasione del centenario della prima rappresentazione – Dresda, 1911 – della “commedia in musica” del XX secolo più rappresentata in Europa: “Der Rosenkavalier” – “Il Cavaliere della Rosa”).

L’allestimento è una coproduzione della Scala con il Real di Madrid e l’Opéra di Parigi, quindi un grande sforzo produttivo. La “Komôdie für Musik”, del cattolico liberale bavarese Richard Strauss e dell’integralista (di famiglia di ebrei convertiti) Hugo von Hofmannsthal è costruita sulla base di un’idea del laicissimo ed europeissimo “Graf” (Conte) Harry Klesser, nato a Parigi da padre tedesco e madre irlandese ma cresciuto tra Gran Bretagna, Francia e Germania. L’allestimento di Herber Wernicke si è già visto in mezza Europa ed è senza dubbio interessante. La bacchetta è stata affidata a Philippe Jourdan per un cast stellare.

In questi ultimi anni, un allestimento di Pier Luigi Pizzi, concepito per il Teatro Carlo Felice di Genova, si è visto a Milano e a Palermo e Cagliari. La “Komôdie für Musik” è stata messa in scena anche a Catania, a Firenze, Bologna, Spoleto, Trieste, Napoli e di recente a Roma (dove mancava da quasi mezzo secolo).

Nata con ambizioni puramente commerciali, nel giro di pochi mesi sulle scene di tutti i maggiori teatri europei, trasformata in un film di successo nel 1925, “Der Rosenkavalier” avrebbe cantato la “finis Europa” in tutte e due le guerre mondiali. Tanto nel 1914-18 quanto nel 1939-45, i giovani Jules e Jim, tedeschi e francesi, fischiettavano, in trincea, il tempo di valzer che accompagna gran parte della “commedia in musica” (specialmente le ultime scene del secondo atto), un valzer che è stato rielaborato dallo stesso Richard Strauss in una “suite” orecchiabile per orchestra leggera, nonché in versioni ancor più semplici per pianoforte ed anche per pianola meccanica.

Nel 1911  conteneva anche quello che oggi si chiama “messaggio”. Per Richard Strauss, nato nel 1864, già celebre nel 1880 e ancora in attività nel 1949, e per Hugo von Hofmannsthal, nato dieci anni dopo e morto venti prima del suo sodale, la politica del secolo che va dalla battaglia di Sedan al secondo dopoguerra (passando per la Marna e per il “blitzkrieg”), è stata solo un rumore di fondo, un brusio fuori scena, di un messaggio più alto, e, quindi, paradossalmente più “politico”, modellato compiutamente per la prima volta proprio in “Der Rosenkavalier” e ripreso poi in altri lavori comuni – segnatamente nel “Die Frau ohne Schatten” – nonché dal compositore, ormai solo e quasi ottantenne, in “Capriccio”: l’inarrestabilità della trasformazione e della modernizzazione. Marie-Thèrese, la Marescialla 33nne, “dà” Octavian, il giovane 17nne, a Sophie, fanciulla 16nne, perché sa che chi difende l’esistente perde sempre.

Analogamente, il flusso inarrestabile della sinfonia wagneriana si fonde con i terzetti mozartiani, la polifonia, la vocalità italiana e il teatro “leggero” alla ricerca di qualcosa che supera gli stessi primi approcci di dodecafonia perché, anche nella composizione e nella “commedia in musica”, chi difende l’esistente perde sempre.

Un messaggio, quindi, di tolleranza e di modernizzazione di fronte al tempo che passa (“anche il tempo – dice la protagonista nel primo atto – ci è stato dato da Dio”), di fronte all’invecchiamento di ciascuno di noi e di fronte al mutamento – allora in particolare alla fine dell’”Austria Felix”. La “commedia” è senza dubbio scoppiettante (anche se intrisa di malinconia) e le quattro ore dello spettacolo passano senza un minuto di noia.

Per i giovani tedeschi ed austriaci, “Rosen” (è questo il nomignolo consueto al di là delle Alpi e del Reno), ha indubbiamente una caratteristica particolare: vengono utilizzati varie forme di tedesco (dal dialetto viennese a quello tedesco-croato a quello tedesco “puro”) e i due protagonisti passano dal “tu” (che utilizzano a letto) al “voi” ed al “lei” che impiegano in altre situazioni. E per quelli non di lingua e cultura tedesca? Resta non solo l’intreccio esilarante (pur se intrico di melanconia), la perfetta fusione tra parola e musica, la magnifica orecchiabile partitura ed il messaggio positivo di guardare con speranza al cambiamento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori