RITRATTI/ Vittorio Ghielmi, viaggio verso l’ignoto

L’intervista al musicista Vittorio Ghielmi, anima dell’orchestra “Suonar parlante” e autore di “Bellezza barbarica”, titolo che riprende le parole del compositore Telemann. ENRICO RAGGI

16.11.2011 - Enrico Raggi
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Vittorio Ghielmi

Qualche burlone ha scritto che la viola da gamba è la moglie del violoncello travestita da uomo. Imprigionate la canaglia e fategli ascoltare “Bellezza barbarica” (cd Passacaille), l’ultima fatica discografica di Vittorio Ghielmi, uno dei migliori interpreti di musica antica che l’Italia possa oggi vantare.
Lo vedrete piangere calde lacrime di pentimento, al cospetto di meraviglie che nemmeno immaginava. Ghielmi è anche l’anima dell’orchestra “Suonar parlante”, strana miscela di musicisti elvetico-nippo-franco-israelo-tedeschi, esperimento esecutivo oscillante tra tenera implorazione e perorazione furente.

Che significa “bellezza barbarica”?

Sono parole di Telemann, dopo un viaggio in Slesia. Il compositore partecipa a concerti di musica tradizionale polacca e morava e ne rimane folgorato. Quegli ascolti gli s’imprimono nella memoria. Da suoi racconti emergono stupore e timore: di fronte all’ignoto, davanti allo schiudersi d’inediti territori sonori.

Con questo cd si sgretola l’immagine di una viola da gamba meditabonda, introspettiva, New Age?

E’ un’immagine riduttiva e un po’ datata. In realtà il repertorio per viola da gamba è sconfinato, supera perfino la letteratura pianistica. Questa musica abbonda di difficoltà estreme, turbini, oasi, spericolatezze, momenti inquietanti. Quando ho iniziato a studiare Johann Gottlieb Graun, ho dovuto ricominciare da capo, inventandomi una tecnica che non conoscevo. Mi sembrava mi mancasse un dito.

Dopo la rivelazione di questa musica speciale, dove collocare il crinale tra Oriente e Occidente?

Una sorta di possessione artistica percorre tutta la musica di confine. Vi abita un demone vampiresco, il misterioso duende. Un’irriducibile commistione fra mondo “alto” e “basso”. Slancio, vivezza di colori, articolazioni nette, audacie coloristiche. Grande energia d’attacco alla corda, la ricerca della dolcezza nascosta nella forza. Eccitazione, fascino, spaesamento. Suoni da Finisterre. E’ un Oriente da intendersi in senso spirituale: un’alterità di pensiero. Non un concetto geografico, ma un panorama dell’anima. E’ indicativo che Telemann – artista navigato, esperto uomo di mondo – colga al volo questa insolita bellezza e cerchi di rievocarla.

Anche la sonorità del disco è bizzarra.

All’organico tradizionale abbiamo aggiunto un cymbalon, un flauto diritto e un contrabbasso barocco. Il diapason è più alto. Ci sono anche particolari accorgimenti organologici e diverse tensioni delle corde, eccentriche posizioni del ponte, nuove catene interne. Ne deriva un suono pieno e graffiante, oppure dolce e vellutato. Una libera sfaccettatura espressiva. Il violino ritorna a essere uno strumento propulsivo, destinato alla danza.

Anche Tartini sembra un autore esotico.

Il suo linguaggio trascorre dalla meditazione assorta al fuoco virtuosistico. E’ un compositore naïf, sempre alla ricerca di intervalli perfetti evocanti il terzo suono. Fa un uso esasperato dell’ornamentazione e dei trilli, rapidissimi, come nel violinismo di metà Novecento. A volte trovi melodie abbellite all’inverosimile. Canti di muezzin. Una nota sola, e, intorno, una pioggia di asteroidi. Tartini è la nostra porta sull’Oriente, come la Venezia dell’epoca. Berlino era il punto di contatto con i popoli slavi, era il confine orientale, pullulante di violinisti boemi e slavi, la migliore scuola d’archi d’Europa. Telemann è il Marco Polo della musica.

(Enrico Raggi)

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