MINA/ Due perle preziose in un album “Piccolino”

- La Redazione

“Piccolino” è l’album numero 35 della esorbitante produzione discografica di Mina. Un lavoro che racchiude tutte le sfumature e gli eccessi della più grande voce italiana. ALESSANDRO BERNI

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"Piccolino", il nuovo album di Mina

Parlare di un disco di Mina – al 35° album a partire da una sorta di nuova fase post-ritiro inaugurata con “Attila” del 1979 – è impresa titanica, ciclopica, erculea, forse inutile. Può una produzione musicale così esorbitante e ossessiva essere investita da un giudizio critico sistematico e in qualche misura sensato?

Da quel dì di “Mina Live” (1978), il buen ritiro di quella che è forse la più grande voce italiana di sempre ha assunto la particolarissima e paradossale declinazione dell’assalto discografico a valanga e senza soluzione di continuità tra album di inediti, album di cover o più semplicemente inclusioni – all’interno album composti in prevalenza di inediti – di cover mutuate da qualsiasi habitat musicale sia esso il raffinato d’autore, il nazionalpopolare o l’ultramassificato che dir si voglia.

Il tutto possibilmente insaporito da una chiamata a raccolta capillare e scientifica del meglio che il mercato dei progettisti delle sette note ha offerto di volta in volta, sia come capacità di generare qualità che più semplicemente di intercettare il mainstream innescando una furtiva e quasi insana abilità a generare appeal e consenso.

Il nuovo album  potrebbe essere null’altro che il puro e semplice risvolto di questo percorso degno del guinness della schizofrenia. In realtà il lavoro racchiude  tutte le anime possibili di questo approccio “di pancia” al carrozzone discografico. Le schegge di bello un po’ appesantite dalla maniera, il puro riporto stilistico e le fiammate sorprendenti e inaspettate.

Arrangiato a turno da Bongianni, Ferrio e Massimiliano Pani, il disco presenta in apertura un terzetto contraddittorio, inaugurato da una “Compagna di Viaggio” – parole e musica di Giorgio Faletti – dove il tratteggio delicato ed etereo delle liriche è supportato dalla forza introspettiva delle strofe, ma smorzato dal tenore risaputo del refrain e dell’effettistica vocale.

La stessa sfasatura contrassegna una “Matrioska”, ballata (debitrice della storica “Meglio Così”) che si erge imperiosa e lacerante sino al climax per poi scivolare malamente in un inciso all’insegna dell’autocitazionismo più trito. E “Questa Canzone” (reperto storico del duo Limiti-Nobile di cui si è favoleggiato nei dispacci d’agenzia delle scorse settimane) è null’altro che una tipica soft mood song di certo malinconico intimismo a fuoco lento dei ’70, ma che non va oltre la piacevole rimembranza di ben più gloriosi antecedenti (“Capirò”).

Il disco a questo punto si perde nel gorgo del puro prosaico e nella panacea dell’arrangiamento. Così l’inebriante folk ballad brasiliana di Marisa Monte “Ainda Bem” è qui diluita in una soluzione franco-mittel-europop per un risultato puramente gradevole ed epidermico, così come “Brucio di Te”, biglietto da visita di Giuliano Sangiorgi (Negramaro), si insabbia in un fiacco inseguimento di stilemi e stereotipi della Mina di cedrate, milleluci e bussole del tempo che fu. 

E ancora ecco un Mingardi che – solido e ispirato nei recenti lavori – è qui di puro ripiego nell’arcilogoro slow pop-blues di “Canzone Maledetta”.
È a questo punto che si genera una fiammata inattesa che incendia l’atmosfera del disco nel suo scorcio finale. Il connubio arte/artista si dispiega con il soffio impetuoso della vibrante “L’Uomo dell’Autunno” dove il genio compositivo di Maurizio Fabrizio riscrive le regole e ridefinisce il respiro della piece intimista e melodrammatica in bilico tra Gershwin e Bacharach, innervando di semitoni il tessuto melodico pronto per la voce della nostra che finalmente strappata dalla palude dell’astuta mestierante, rovescia sul pentagramma il proprio impeto con implacabile forza d’urto. 

Una diretta, agile e schietta “Fuori Città” è un bell’intermezzo che prelude a un nuovo assalto finale condotto da “Fly Away”, vitale e graffiante cadenza melodica assemblata dal nipote Axel Pani, per concludere con “E Così Sia”, puro oceano sonoro a substrati che vede finalmente un Sangiorgi appassionato estensore di vivaci e smaglianti narrazioni melodiche.

In questo autentico stillicidio di uscite che ha contrassegnato con asfissiante pervicacia un periodo di 32 anni, ha trovato asilo qualsiasi tipo di espressione artistica, un crogiuolo di stili cha talora ha effettivamente prodotto qualità in termini di singole grandi canzoni o, assai più raramente, di interi album (“Pappa di Latte”, “Cremona”, “Dalla Terra”, “Bau”), talaltra ha fatto più semplicemente numero attestandosi su puri anagrammi di repertorio (su tutti il cerimonioso e didascalico “Sconcerto”) e una inveterata attitudine alle seconde scelte nuove o coverizzate.

Per tornare dunque alla questione iniziale, di un disco di Mina – e di questo disco di Mina – è possibile senza alcuna contraddizione dire male o dirne benissimo, tale è la pluralità spesso pigra, talvolta impazzita e sbrigliata che convive tra i solchi di un album della tigre di Cremona, ma tutto è  giocato con astuzia sul terreno di un’algida e ineccepibile ricercatezza delle forme.

Mina, qui come in tante copertine di queste tre decadi, è altera e distante. Nello stesso tempo è una sfinge e una Cleopatra con il proprio stuolo di adepti donatori di note pronti a ogni sacrificio di sé stessi per compiacere la loro regina.

(Alessandro Berni)

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