LA SCALA/ Questa donna del lago sarebbe piaciuta a Rossini?

- Giuseppe Pennisi

I peccati di regia da veniali possono diventare mortali quando si ha a disposizione un cast vocale unico. GIUSEPPE PENNISI alla Scala per La donna del Lago di Gioacchino Rossini

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La Donna del Lago, in scena

I peccati di regia da veniali possono diventare mortali quando si ha a disposizione un cast vocale unico – il vincolo maggiore alla produzione di un’opera tanto bella quanto di rara esecuzione – e l’allestimento va in direzione divergente da quanto indicano libretto e musica.
Non sono mai stato allergico ad allestimenti innovativi, come ben sanno i lettori de IlSussidiario.net. Anzi, li considero essenziali per portare nuove generazioni in teatro. La coproduzione Opéra di Parigi-Covent Garden di Londra-La Scala (dove è in scena sino al 18 novembre) de La Donna del Lago di Gioacchino Rossini è un evento di rilievo perché nel catalogo del pesarese è uno dei lavori più affascinanti e di maggior rilievo, ma meno rappresentati.

Composta di corsa e con l’aiuto di allievi (a cui si devono molti recitativi) perché il caratteriale e venale Gaspare Spontini aveva, all’ultimo momento, dato una solenne “buca” alla gestione del San Carlo, il ventisettenne pesarese creò, dalla novella in versi di Walter Scott, un lavoro pieno di presagi di dove sarebbe approdato se non avesse optato per una lauta “pensione di anzianità” a trentasette anni: un romanticismo distante dal melodramma italiano, specialmente da quello donizettiano e verdiano, ma prossimo a quello tedesco (ad esempio, Weber e Marschner) con personaggi con psicologie complesse, attenzione al paesaggio e alla natura e quell’eros che con Verdi sarebbe sparito per mezzo secolo dalle scene italiane. Ma, come accennerò in conclusione, l’allestimento drammaturgico non è in linea né con il libretto né con lo spartito.

Rossini riversò, verosimilmente, ne La Donna del Lago le tensioni che viveva in quel periodo: in primo luogo, la complessa relazione con Isabella Colbran (che successivamente sarebbe diventata sua moglie) di sette anni più anziana di lui e, contemporaneamente, amante dell’impresario di ambedue, Domenico Barbaja.
L’opera venne scritta per la voce, davvero unica, della Colbran in grado di svettare come un soprano lirico di coloratura, ma anche di scendere a un registro grave, quasi da contralto.

Il giovane pesarese diede anche sfogo al suo amore per la natura, non solo con descrizioni di paesaggi (laghi, montagne, altopiani) che si sarebbero successivamente ascoltati solo dieci anni più tardi in quel Guillaume Tell con cui diede, pur così giovane, addio al teatro in musica. Dimenticata dalla prima metà dell’Ottocento al 1958, quando venne riesumata, in un’edizione piuttosto spuria, da Tullio Serafin al Maggio Musicale Fiorenti, si dispone di un’edizione critica solo dal 1981. Viene di rado messa in scena in quanto richiede un soprano “anfibio” (tale da effettuare acrobazie liriche  ma anche di toccate tonalità gravi – la voce della Colbran), un contralto di agilità, un tenore di coloratura dal registro acuto, un bari-tenore in grado di arrivare al re acuto ed un basso anche lui avvezzo a vocalizzi. Un cast molto difficile da mettere in scena.

E’ quello che per la seconda volta (la prima fu nel lontano 1992) è riuscita a fare La Scala (con June Anderson); per mera coincidenza sempre nel 1992 ci riuscirono La Monnaie di Bruxelles e l’Opera di Amsterdam (con Anna Caterina Antonacci), mentre nelle tre edizioni al Rossini Opera Festival – pure nell’ultima del 2001 – la protagonista era un “soprano assoluto”, avvezzo alla coloratura, ma non “anfibio”.

Il cast di questa coproduzione sfoggia Joyce DiDonato (un raro caso, come Anna Caterina Antonacci, June Anderson, Frederica von Stade e Sonia Ganassi) di soprano “anfibio”, difficile eguagliarla nel gran rondò finale e nel duetto “barcarole” con Juan Diego Flórez, ora il tenore lirico di coloratura dal registro acuto per eccellenza. Il contralto è Daniela Barcellona, perfetta, come sempre, nel ruolo del giovane amante.

Nella parte del secondo tenore, in effetti un bari-tenore (per le tonalità che deve raggiungere nel terzetto del primo atto), si alternano  Michael Syres e John Osborn. Balint Szabo è un basso di classe. Buoni gli interpreti dei personaggi minori. Di spessore il coro, che in questa opera è protagonista al pari degli altri. 

A differenza di Riccardo Muti che nel 1992 poneva enfasi allo smalto dell’orchestrazione nella sezioni descrittive, Roberto Abbado, pur dando la tinta giusta all’ambientazione di una Scozia del XIV Secolo, utilizza l’orchestra soprattutto per supportare le voci ed esaltare le melodie, raggiungendo una grande finezza nel complesso finale primo e nel rondo con coro dell’ultima scena. Un’esecuzione musicale , quindi, preziosa e squisita da cui, speriamo, emerga un Cd.

Carità cristiana vorrebbe che non si parlasse della regia di Lluís Pasqual, della scena di Ezio Frigerio e dei costumi di Franca Squarciapino. Pasqual, di cui ricordo uno splendido Tristan und Isolde al San Carlo nel 2004, deve essere da qualche tempo ossessionato dall’età del Charleston: al Rossini Opera Festival ha trasportato Le Compte Ory dalla Francia della Prima Crociata ai Roaring Twenties.

In La Donna del Lago , all’apertura del sipario, i ruvidi ribelli scozzesi cantano un inno di guerra in frac e cravattino bianco, mentre le loro donne indossano eleganti abiti lunghi Anni; tutti sorseggiano champagne nonostante “le bestie selvagge” che, secondo il libretto, infestano il luogo.

Un lago appare brevemente in un fondale dipinto, ma nel meraviglioso duetto “barcarole” Juan Diego Flórez – Giacomo e Joyce DiDonato – Elena – passeggiano sul palcoscenico mentre da una botola esce una stele di stampo egiziano. Mancano le rupi, i ruscelli e le cascate dipinti dalla musica di Rossini. 

Anche nelle scene di battaglia, il coro si muove come in un tabarin. I protagonisti sono in ricchi costumi di cavalieri e dame medioevali quali raffigurati alcune decadi fa sulla “Domenica del Corriere””. Una scena unica: un teatro neoclassico in rovina. Già visto più volte, anche di recente nella pergolesiana  “La Sallustia” a Jesi. Una mera imitazione della idea geniale di Patrice Chéreau che nel 2005 ambientò un Così Fan Tutte (che ha girato mezzo mondo) nel palcoscenico nudo del Teatro Valle di Roma curando con attenzione maniacale i costumi settecenteschi e la recitazione.
Per cortesia, di questa itinerante La Donna del Lago non si  faccia un DvD. Rossini protesterebbe dalla sua tomba in  Santa Croce a Firenze. 

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