YES/ “It will be a good day (the river)”, verso il mare infinito

- Lorenzo Puliti

Una canzone degli Yes, campioni del rock progressive inglese degli anni Settanta, rivela l’anelito di infinito che caratterizza ogni uomo. L’analisi di LORENZO PULITI

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Un'immagine degli Yes

Verso la fine degli anni Sessanta alcune rock band britanniche iniziarono ad affrancarsi dalla consueta forma-canzone e a sperimentare nuove forme compositive. A tale fermento parteciparono gli Yes, che divennero presto uno dei gruppi simbolo del cosiddetto progressive rock, un termine piuttosto vago che allude a quella tendenza al rinnovamento del linguaggio musicale che accomunava vari gruppi della prima metà degli anni Settanta. Con album quali “The Yes album” (1971), “Fragile” (1971), “Close to the erge” (1972), “Tales from topographic oceans” (1973) e “Relayer” (1974) gli Yes proposero al pubblico composizioni musicali di ampio respiro (spesso anche oltre i venti minuti di durata), largamente influenzate da una concezione musicale di matrice colta piuttosto che popular.

Tuttavia gli Yes si sono cimentati spesso anche con la canzone nel senso più classico e tradizionale del termine, in particolare nelle prime incisioni (“Yes”, 1969 e “Time and a word”, 1970) e negli album della svolta stilistica realizzata a partire dai primi anni ’80 (soprattutto con l’album “90125”, che lanciò nel 1983 il singolo di successo Owner of a lonely heart).

Fra i migliori risultati che la band raggiunse nell’ambito della canzone c’è It will be a good day (the river), un brano pubblicato in “The ladder” (1999), un album che fu salutato dalla critica come una sorta di compromesso fra lo stile degli Yes anni ’80 e il ritorno al sound e al modus operandi degli anni Settanta. 

La struttura della canzone è piuttosto convenzionale, basata sul classico avvicendamento di strofe e ritornelli con l’aggiunta di un bridge che conduce alla ripetizione finale del refrain. Molto curati, come di consueto per gli Yes, gli arrangiamenti; in particolare i ricami alla chitarra di Steve Howe e l’atmosfera creata dalla tastiera di Igor Khoroshev, capace di richiamare fin dall’inizio un immaginario paradisiaco, “da rivelazione”, che ben si sposa con un testo che racconta di uno sguardo limpido portato alla realtà, capace di riconoscerne l’ultima implicazione, un destino misterioso e inesorabilmente positivo. Ecco un estratto del testo della canzone:

Golden forest golden lake 
Sanctuary, state of grace
I will find reason a place to begin
It will be a good day

Beginning is one place I’ve been before
Watching the sunrise on the silver shores
Setting me free again leading the way
It will be a good day

Sometimes I forget
How mighty this earth

(…)

Make me believe again
Making me free again
Making me see again

(…)

(Come tomorrow)
Make me believe again
(Destiny)
(Take the river)
Making me free again
(To the sea)
(Come tomorrow)
Making me see again
(Will be free)
Like a river

Time feels so much closer now
You are with me, so real

We make our own heaven
Clear through the sky
The making of reason for you and I
I sing of each season
Making us feel
This will be a good day

La contemplazione delle bellezze del mondo (“foreste e laghi dorati”) ridesta l’io lirico, al quale si comunica non solo una pace interiore (“stato di grazia”), ma anche un nuovo dinamismo (“iniziare è un posto dove sono già stato prima / guardare l’alba sulle onde argentate / liberandomi ancora una volta lungo il cammino”). Il contraccolpo della bellezza diventa occasione per ricominciare e per tornare a sperare (“sarà una buona giornata”), e così il protagonista si accorge nuovamente della realtà (“qualche volta dimentico / quanto grande è questo mondo / gli stupefacenti cieli d’inverno / la verità insita nella nascita / la pace che tutto questo mi porta / i miei occhi spalancati / sarà una buona giornata”).

Nella canzone il rapporto con la bellezza non si limita alla semplice constatazione di ciò che appare, ma richiama un Tu misterioso a cui chiedere nel ritornello: “Fammi credere ancora / facendomi libero ancora / facendomi vedere ancora”. L’invocazione è espressa ancora più chiaramente nel secondo ritornello, con il coro che completa così la domanda: “Vieni domani Destino, porta il fiume al mare e sarò libero”. 

Il destino è presentito come un Tu a cui chiedere di manifestarsi, perché il suo rivelarsi rende liberi. Così la realtà diventa ben più di quello che appare, non è solo una serie di dati, ma “migliaia di ragioni che [all’uomo] cantano”, cioè confermano la speranza perché dicono che un destino positivo c’è. La vita diventa così un cammino realmente umano di conoscenza (“Imparare ad ascoltare, imparare a vedere / imparare è la forza che mi rende libero / libero di credere ancora nella mia umanità / dandomi una buona ragione”).

Dopo il secondo ritornello il referente cambia, l’io lirico non si rivolge più direttamente al destino, ma alla donna amata (Jane, la moglie del cantante Jon Anderson) a cui la canzone è dedicata: “sento il tempo così vicino ora che sei con me, così reale”. Si crea dunque un “paradiso” in questo rapporto con la donna che è possibile proprio per il fatto che lei è la ragione principale, il segno più evidente fra quelle migliaia di ragioni che dicono della sua Presenza e che all’uomo, come già detto prima, cantano (“fare la ragione per te e per me / io canto ogni stagione che ci fa sentire / che sarà una bella giornata”).

In questa canzone il cantante degli Yes paragona la sua vita a un fiume che si dirige verso il mare; il fiume è fatto di ciò di cui è fatto il mare, solo che quest’ultimo è infinitamente più grande (“Vieni domani destino, porta il fiume al mare e sarò libero”). It will be a good day (the river) testimonia come nell’uomo ci sia una capacità d’infinito che lo porta a interrogarsi e a constatare le tracce di Dio sulla terra, e questo avviene in particolare nell’esperienza della bellezza (in questo caso la donna e la natura); è infatti di fronte a essa che questa Presenza misteriosa viene invocata (“Fammi credere ancora / facendomi libero ancora / facendomi vedere ancora”, “Vieni domani destino, porta il fiume al mare e sarò libero”). La bellezza ha questo richiamo insito al destino.

Come affermato da Don Giussani: “Nella musica, nel panorama della natura, nel sogno notturno è a qualcosa d’altro che l’uomo rende il suo omaggio, da cui aspetta, lo aspetta. Il suo entusiasmo è per qualcosa che la musica, o tutto ciò che è bello al mondo, ha destato dentro. Quando l’uomo pre-sente questo, immediatamente piega l’animo ad attendere l’altra cosa: anche davanti a ciò che può afferrare, attende un’altra cosa; afferra ciò che può afferrare, ma attende un’altra cosa”.

(Lorenzo Puliti)

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