RECENSIONE/ Tom Russell, Vince Gill e Ryan Adams: tre album splendidamente anacronistici

- Walter Gatti

Tom Russell, Vince Gill e Ryan Adams. Tre nuovi dischi, anacronistici e pieni di fascino come solo la musica country, western e folk nordamericana può essere. La recensione di WALTER GATTI

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Tom Russell

Certo che bisogna aver un certo tipo di gusto, una determinata predisposizione, oppure semplicemente uno specifico dna, per apprezzare a oltranza i prodotti della musicalità tradizionale nordamericana. Che intendo dire? Che forse è anacronistico oggi continuare ad applaudire suoni e prodotti che poco hanno di autenticamente nuovo se non lo spirito vivo di chi li produce, il senso tecnico e musicale che li guida, il risultato che inevitabilmente va ad iscriversi in un certo “genere”, in una specifica “classificazione”, in una ben evidente tradizione.

Dischi diversi tra loro come gli ultimi di Tom Russell, Vince Gill e Ryan Adams entrano in questa categoria: pur differenti, sono tre bei prodotti di quel vecchio sound nordamericano che pesca nelle tradizione della musica bianca che tanto ha dato (e darà) all’impero musicale a stelle e strisce.

Diversi perché Russell è autentico cantautorato roots, Gill è uno dei nomi scintillanti del country’n’western di qualità, mentre Adams è il nome più interessante dell’ultima generazione di alternative country.

Avevamo già apprezzato di Russell le semplici meraviglie di Blood and candle smoke: questa volta con Mesabi il criminologo-cantautore ci presenta il suo disco più tex-mex oriented, con cose splendidamente fuori dal tempo, come il piano honky tonk e l’accompagnamento mariachi di And God Created the Border Town (lo stesso Tom abita a El Paso…).
Mai scontato nei suoi racconti, Russel continua nella sua recente e ricchissima vena, raccontando cose dell’America storica (Mesabi), vicende recenti e antiche di icone giovanili (When the Legends Dies) e sogni di vite migliori ricordando James Dean (A Land Called Way Out There).

Disco di purezza acustica, di romanticismo e frontiera, canzoni cantate con una voce partecipata che secondo me oggi ha un rivale solo in quella di Joe Ely; disco che si conclude con l’omaggio dylaniano di Hard Rain’s a-gonna Fail, interpretata in compagnia di Victoria Williams e dei Calexico di Burns e Convertino.

Lontanissima dall’intensità radicale della scrittura di Russel, che sfiora Cohen e Paul Simon, è la visione musicale di Vince Gill, uno dei migliori e più talentuosi chitarristi del country. Già chitarra scintillante dei Pure Prairie League (e marito di una musicista di successo come Amy Grant), Vince offre in Guitar Slinger tutto il dizionario del Nashville Sound, luccicante e senza alcuna ombra di imperfezione. 
Negli Usa Threaten Me With Heaven è un singolo da altissima classifica, country-pop intenso e di buona melodia (anche se decisamente già sentita), mentre altri titoli offrono sprazzi di commistione bluesy (When the Lady Sings the Blues) o puramente folk (The Old Lucky Diamond Hotel). 

Ovviamente il duetto con la moglie Amy in True Love è progettato, scritto, interpretato e lanciato per i brividi di quel variegato mondo che tra il Colorado e la Virginia si sveglia e s’addormenta pensando a cavalli e cappelli Stetson e sognando a una riedizione impossibile della love story tra Johnny Cash e June Carter. Anacronistico fin che si vuole per un europeo, ma godibilissimo da ascoltare, il disco di Vince è di altissima qualità e si ascolta bene, pur nella sua morbidezza un po’ troppo sorniona e per la sua impossibilità di uscire dal cliché del country di successo.

Morbidezza che assume un altro spessore e altre caratteristiche nella visione artistica di Ryan Adams, prolifico musicista della Norh Carolina, tra i pochi che, in un’epoca di vene artistiche carenti, ha dato alle stampe voracemente ben tredici album nel volgere di undici anni di carriera. Ashes and Fire, sua ultima fatica, è un disco che si avvicina al livello dei suoi best (Gold e Jacksonville City Nights), ma che soprattutto conferma che c’è un Ryan’s sound, che è un concentrato di country, folk e umanità pura e indifesa, come in una versione contemporanea disarmata del Jackson Browne e di James Taylor dei tempi d’oro.

Voce pulita (che ricorda di volta in volta anche Hillman e Tweedy…), scrittura lenta e sussurrata, arrangiamenti in punta di penna, belle collaborazioni (Benmont Tench e Norah Jones): non ci sono mai asperità nelle canzoni di Ryan, c’è un sentimento di purezza e perdizione, quasi un nuovo affresco americano ripulito dalle analoghe visioni alcolizzate dei Drive By Truckers o dei Drivin’n’Cryin. Belle quasi tutte le canzoni (con perle come Kindness, Lucky Now, Invisible Riverside, Come Home), ma quando chitarre acustiche e pianoforte introducono Save me (“Cosa ci faccio qui? Chi sono io? Qualcuno mi salvi. Salvatemi”) la sensazione è di trovarsi di fronte alla voce normale di gente, di tanta gente, che potrebbe dirlo e cantarlo ovunque, dall’Atlantico al Mediterraneo. Come se Ryan avesse il potere di dar voce – un po’ come aveva fatto negli anni Novanta Dave Matthews – a una ultima generazione di americans che non ce la fa proprio a trovare simboli, deità e mode con cui riempire un vuoto.

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