JANE’S ADDICTION/ “The great escape artist”, il ritorno di Perry Farrell

- La Redazione

“The Great Escape Artist”, l’ultimo disco dei Jane’s Addiction nella recensione di GIUSEPPE CIOTTA. Ritorno alle origini o trovata commerciale del lato oscuro di Hollywood?

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Jane's Addiction (Ansa)

Los Angeles, metà anni Ottanta. Mentre – nel mondo – il rock sopravvive grazie alle divagazioni più dure (Iron Maiden, Metallica) o classiche (AC/DC, Motorhead), con gruppi storici come i Rolling Stones impantanati nelle sonorità sintetiche del periodo e con gli U2 non ancora fenomeno, dalle parti di Hollywood qualcosa si muove. Da un lato, il revival hard-rock dei Guns n’ Roses, dall’altro un movimento musicale aperto, da cui sbocciano Red Hot Chili Peppers (la faccia solare) e Jane’s Addiction (quella oscura).

Perry Farrell – cantante originale e dal carisma istrionico, a metà fra il freak intellettuale e l’hippie di strada – forma col bassista Eric Avery un connubio che, inclusi i talentuosi Dave Navarro (chitarra) e Stephen Perkins (batteria), partorisce gli Jane’s Addiction.
È la band che cambierà il nuovo rock americano, spianando la strada alla rivoluzione alternativa che – col crossover prima e col grunge poi – rappresenta finora l’ultima (speriamo non per molto) stagione prosperosa del rock, che da lì tornerà a spadroneggiare presso le masse, almeno fino a quel dannato colpo di fucile a Seattle…

La voce catalizzante di Farrell (fra inflessioni orientaleggianti e fraseggi stentorei ed emotivi); il chitarrismo per metà hendrixiano e per metà dark di Navarro; il basso post-punk con giri dub di Avery; il tribalismo percussivo di Perkins: ingredienti così frastagliati da creare un calderone che ingloba praticamente tutto, dal rock seventies intriso di psichedelia all’urgenza comunicativa, dal gothic meno duro e più etereo al fascino minimale new-wave, il tutto con live act insuperabili.

Questo fa entrare subito la band nell’immaginario collettivo americano, che ne decreterà il successo. Nonostante pubblichino solo un debutto omonimo – nel 1987 – che ne cattura uno show agli esordi e due studio album (Nothing’s Shocking del 1988 e Ritual de lo Habitual del 1990), la band diverrà un’entità con cui la musica di genere dovrà fare i conti.

Frattanto, Farrell – forse la voce più particolare di quegli anni, insieme ai compianti Shannon Hoon dei Blind Melon e Jeff Buckley (lui davvero inarrivabile) – è diventato il padrino della generazione alternativa, guidando quella controcultura col carrozzone itinerante del Lollapalooza, festival ricco di stramberie d’ogni tipo ma – cosa più importante – rampa di lancio per band quali Pearl Jam, Soundgarden, Smashing Pumpinks, Red Hot Chili Peppers e vetrina per musica più ricercata e meno visibile, come quella dei Pavement o degli scozzesi Jesus & Mary Chain.

Nessuno è escluso dalla festa: dai banchetti dove registrarsi per il voto (in America non è automatico come da noi) ai cabarettisti, da spettacoli circensi a picchetti per la difesa dell’ambiente o degli animali, dai gruppi rap/hip-hop a quelli di retaggio metal.

Insomma, i Jane’s Addiction paiono davvero i mammasantissima di quella valanga di novità, ma pochi sanno che è il loro addio: stravizi d’ogni genere hanno portato vicino alla morte sia Dave che Perry, preda d’un esaurimento nervoso che lo fa crollare in lacrime nelle interviste. È la fine: mentre il 1992 è alle porte, il bassista Avery – il più regolare – è il primo a sbattere la porta, il resto verrà da sé.

Perry Farrell non si ferma e, dopo essersi ritrovato, dà vita ai riusciti Porno for Pyros prima e ai più commerciali – ma è storia recente – Satellite Party dopo, con in mezzo una breve carriera solista e due reunion della band madre (nel 1997, col Red Hot Flea al basso e la bella raccolta Kettle Whistle, e nel 2003, generando il primo album d’inediti dopo 13 anni: Strays); Dave Navarro prima rifiuta un contratto milionario per sostituire Izzy Stradlin nei Guns n’ Roses, dopo suona con gli amici Red Hot Chili Peppers nell’album One Hot Minute e nel relativo tour.

Diventa, in seguito, il chitarrista più glamour e ricercato al mondo: collabora con Alanis Morissette, Marilyn Manson, Christina Aguilera, Glenn Hughes e Axl Rose. Impegnato in una moltitudine di progetti (anche letterari e televisivi), ha rilasciato anche un album solista, cui dovrebbe far seguito un supergruppo; Stephen Perkins continua a suonare senza pressioni e sarà il primo a ridare una chance all’amico John Frusciante, ben prima del suo rientro nei Peperoncini, in una band one-shot con lo storico bassista punk Mike Watt (Minutemen, fIREHOSE); Eric Avery continuerà da solo e non vorrà più rientrare nel gruppo, salvo il tentativo di reunion dal 2008 al 2010 (documentato nel dvd Live at Voodoo).

Ed eccoci, pur avendo tralasciato parecchie storie dietro l’egida Jane’s Addiction (band talmente atipica da costituire un caso a sé) al nuovo The Great Escape Artist, uscito quasi in sordina, ma che già ha spaccato la critica: per molti è patetico e non più all’altezza dei trascorsi gloriosi, per altri con quei trascorsi non ha proprio nulla a che fare e come tale va preso. La produzione di Rich Costey (Muse, The Mars Volta, My Chemical Romance) ne leviga e scolpisce il suono – rendendolo, a volte, innocuo e ruffiano – con al basso Dave Sitek (TV on the Radio), nonostante non ci sia ancora un membro effettivo in quel ruolo.

Apre le danze il muro chitarristico di Underground, con Dave Navarro che mischia chitarre scheggianti e psichedelia, indurita da un riff monolitico dei suoi. La voce di Perry Farrell è filtrata ma riconoscibile, mentre la sezione ritmica procede quasi zoppa: pare sentirsi la mancanza d’un bassista interno alle trame della band. L’apertura melodica in seno al pezzo è riuscitissima e s’alterna al riff di base, confermando lo stato di forma di questi ultraquarantenni travolgenti.

Il tabla di Perkins ravviva il tutto, fino al solo effettato, caldo e avvolgente di Navarro, nonostante qualche accelerazione improvvisa ci ricordi che – di quella stagione musicale da cui proviene – lui è sicuramente quello che meglio ha saputo integrare tecnica e sound. Il finale epico ha un gusto ricorrente nell’album, con un mood imponente e malinconico che si spande su quasi tutto il disco.

End to the lies giunge col suo groove rallentato, motivo ritmico ricorrente nel lavoro: un Perry ispirato e un Navarro che è puro suono, come una colata lavica che sfocia in un altro riff azzeccato. Quasi si stenta a capire come mai questa band soffra compulsivamente di stop & go continui nella carriera, nonostante la vena creativa. Forse è proprio questo: le pause dall’attività gli garantiscono di non inaridirsi e di gustarsi, ogni volta, il piacere di tornare insieme (e di veder risalire, puntualmente, i conti in banca!).

Curiosity kills parte con un malatissimo giro dark di basso (finalmente all’altezza del resto) e continuano le novità: la voce è effettatissima e il feedback di chitarra sembra una sirena in lontananza. C’è il piano e l’atmosfera è fresca: pare più il Farrell nella sua sparuta produzione da solista. Nel ritornello, splendido giro di batteria di Perkins – doppiato dal basso – con una arpeggio etereo di Navarro.

Qui Perry è sensuale come ai tempi d’oro e lo special è una chicca: su una base ritmica da hip-hop ricercato s’innesta un piano degno di certe romantiche soluzioni post-rock, che spiana la strada a Dave, tra reminiscenze anni ‘80 e melodie chitarristiche degne del miglior rock emotivo.

Irresistible force è quasi una preghiera pagana, dal punto di vista dell’intensità testuale: strana scelta come singolo apripista o forse no, dato che contiene in sé molti degli elementi ricorrenti nel disco (ritmi rallentati, un Farrell più controllato e meno esplosivo vocalmente, un Navarro che mette da parte Hendrix e si concentra sull’altro suo grande amore musicale: la new-wave più ombrosa). Infatti, l’apertura che spiana la strada al ritornello ha il solito sapore epico-evocativo dell’album.

Insomma, finora dei Jane’s quasi inediti: ritmi ipnotici sì, ma molto rallentati rispetto al passato e con la chitarra di Dave più simile a un synth che a una sei corde, tecnica cara al suo amico John Frusciante.
I’ll hit you back sembra un pezzo degli Interpol pre-crisi creativa: le sonorità sono sempre trasognanti, non si spinge tanto sull’acceleratore, ma la voce di Perry è ammaliante, come il pulitissimo lavoro di chitarra elettrica – elegante e minimale – di Navarro; giusto sul finire, la prima accelerata di Perkins, che però rientra subito, adagiando il pezzo su quella linea mid-tempo/psichedelica che caratterizza quasi tutta la ritmica dell’album.

È l’airplay radiofonico a caratterizzare, finora, il lavoro. Twisted tales è autobiografica, come alcuni squarci intimisti cari a Farrell e divenuti dominanti nella sua poetica migliore (I had a dad, Then she said, Three days…) e – idealmente – il “lato b” si apre con Perkins e Navarro sugli scudi: paiono tornare le loro atmosfere anni ’90, col ritornello smaccatamente alternative e la coda del brano che ci riporta agli Jane’s più amati, quelli di Ritual de lo Habitual (il loro capolavoro).

Ultimate reason conferma che questo è il trip personale di Dave Navarro, che consacra alla dark-wave gran parte delle sonorità chitarristiche dell’album, per poi uscirsene con un intricato riff grunge che ricorda gli Stone Temple Pilots, con un Farrell che gli va dietro. Arriva una spruzzatina d’elettronica e lo special vocale fa riesplodere il brano, ora con atmosfere orientaleggianti, con Farrell che pare lievitare vocalmente nello spazio.

Splash a little water on it è forse l’episodio più molle e mal riuscito. Broken people rientra fra le cose migliori dei Jane’s Addiction, quelli evanescenti e rarefatti di ballate come Classic girl e col Navarro che conoscevamo: l’attacco della chitarra è fulminante e pieno come ai bei tempi. La penna di paroliere di Farrell è sempre felice, tra spiritualità e vita vissuta.

Alla fine, come a prenderci in giro, arrivano con la conclusiva Words right out of my mouth gli Jane’s passati alla storia: schizzati e adrenalinici; sensuali; ricercati negli arrangiamenti e nei suoni; con aperture acustiche sospese nel vuoto; con stacchi e bridge da cardiopalma; con assoli di chitarra alla Hendrix e con un cantante istrione come non mai, quasi a volerci dire: “Ci ricordiamo benissimo di chi eravamo, sappiamo ancora come si fa, ma non c’interessa più!”.

(Giuseppe Ciotta)

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