NATALE/ “Accendere, Attendere”, oratorio moderno d’Avvento

- La Redazione

Sotto le volte della Cattedrale di Cremona si è svolto il tradizionale concerto di Natale. In Prima assoluta l’oratorio moderno “Accendere, Attendere”

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Natività

Sotto le volte della Cattedrale di Cremona si è svolto il tradizionale concerto di Natale. Il Coro Polifonico Cremonese e l’Orchestra “L’incanto armonico”, le voci soliste Nadiya Petrenko (mezzosoprano) e Fabio Buonocore (tenore), sotto la direzione del Maestro Federico Mantovani hanno eseguito in Prima assoluta un oratorio moderno, composto per l’occasione dallo stesso Mantovani su testo del poeta Davide Rondoni.

“Accendere, attendere”, questo il titolo dell’oratorio moderno composto da Federico Mantovani, su testo di Davide Rondoni, eseguito in Prima assoluta nel tradizionale concerto di Avvento nella Cattedrale di Cremona.
Una via lucis di quindici stazioni per due solisti, un uomo (tenore) e una donna (mezzosoprano), coro e orchestra. Il dialogo tra i tre personaggi è drammatico, senza sconti, in un luogo immaginario della contemporaneità. Da un lato una donna, che da tempo non attende più nulla, dall’altro un uomo che la invita a riaccendere la linfa vitale della vita, fatta di attesa e di domanda, e infine il coro a intonare i diversi volti dell’Atteso.
«Rendere in musica un testo così ricco, ma soprattutto proporre alle persone una composizione moderna e inedita è stata una bella sfida – racconta il Maestro Mantovani a IlSussidiario.net –. L’oratorio è una forma che è stata un po’ accantonata, soprattutto nell’ambito della musica contemporanea, ma credo che sia attuale nella sua organizzazione strutturale. Certamente da rivisitare, arrampicandoci sulle spalle dei “giganti” che ci hanno preceduto. La gente comunque ha fame di nuove opere d’arte». Anche l’Avvento, per certi versi, è uno dei periodi più trascurati. «Sì, anche perché spesso ci viene detto che non c’è nulla da aspettare e che l’attesa è vana. Eppure si nasce per vivere e attendere sempre qualcuno o qualcosa. Al contrario, l’uomo che non è più vivo non desidera più nulla, non attende più nulla. In quest’opera, l’attesa del nuovo nato, il divino che incontra l’umano è al centro. 

Una dimensione di attesa, dunque, intessuta di speranza, segnata dall’irruzione del nuovo, di un tempo nuovo. E in quell’attesa è custodito il senso del mistero, e il gusto di accogliere quanto ci viene dato. Purché l’attesa non diventi una “dura pretesa”. Il Bambino, infatti, non arriva nelle forme e nei modi che abbiamo immaginato noi».



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