L’INTERVISTA/ Steven Isserlis: un buon maestro può cambiare la vita dei giovani

- int. Steven Isserlis

STEVEN ISSERLIS ci spiega qual è il compito fondamentale di un buon musicista. E perché i bambini dovrebbero apprendere la musica classica come fosse una seconda lingua

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Steven Isserlis

«Non ti meriti di avere i capelli lunghi se suoni così! – rivolgendosi a un allievo dalla chioma simile alla sua – Ricorda che non ti è permesso essere noioso!». Abbiamo incontrato più volte Steven Isserlis in situazioni diverse (e vi offriamo alcune annotazioni in corsivo nelle prossime pagine) concentrate nell’arco di una settimana: un’intervista, un concerto in duo con il pianista Olli Mustonen, un pranzo tra musicisti, una masterclass rivolta a quattro giovani violoncellisti, infilata tra una data e l’altra del suo tour italiano.

Naturalezza assoluta del gesto tecnico, totale libertà pur nella rigorosa fedeltà al testo, espressività al servizio di quella musica che Isserlis reputa, giustamente, un linguaggio a tutti gli effetti, sono gli aspetti che colpiscono chiunque lo veda in azione. Lo strumento (un meraviglioso violoncello costruito da Stradivari nel 1726, soprannominato “Marquis de Corberon”) nelle sue mani è davvero “strumento”, mezzo per comunicare quello che il compositore ci ha affidato nel tramite del testo musicale. Gli chiediamo, tra le altre cose, del suo libro per bambini Perchè Beethoven lanciò lo stufato, pubblicato in Inghilterra nel 2001 e recentemente tradotto e pubblicato in Italia da Curci.

In questi anni ci troviamo di fronte a una crisi della musica classica: le sale da concerto sono sempre più vuote, l’età media del pubblico sempre più alta; ma, soprattutto, spesso manca un’educazione alla musica dei giovani. Dal suo lavoro (i libri per bambini, il CD “Children’s Cello”, ecc.) notiamo una certa attenzione a questo problema. Crede che il fatto di conoscere la vita e la personalità del musicista, così come le racconta nei suoi libri, possa contribuire a riavvicinare i giovani e i bambini al mondo della musica classica?

Certo, questo è, infatti, il motivo per il quale ho scritto i libri: accompagnare i bambini più in profondità nella musica, perché la musica classica, la grande musica, arricchisce la vita di un bambino. Non mi preoccupa tanto il pubblico adulto: a volte uno può giungere tardi nella vita alla musica classica, quando finalmente può avere tempo, quando non deve più correre dietro alle cose, quando si può permettere di entrarci a fondo. Ma per quanto riguarda i bambini, penso sia molto triste che non abbiano la possibilità di un’educazione musicale: un buon maestro ti può cambiare la vita. Abbiamo bisogno di buoni maestri, abbiamo bisogno di comunicare la musica ai bambini, di farli entusiasmare della musica.

Ma come possiamo tornare a far comprendere il linguaggio musicale ai giovani e ai bambini? Lei scrive che la musica è un linguaggio magico, con una maggiore varietà di suoni rispetto a una lingua parlata; e dato che i suoni non sono connessi a dei significati precisi, possono dire più delle parole. A volte, però, la gente sembra preoccupata dall’accostarsi a un linguaggio non verbale come quello musicale, e chiede che la musica venga spiegata a parole. Crede che la parola possa aiutare a comprendere il discorso musicale?

Penso che nel caso dei bambini l’ideale sarebbe che apprendere la musica fosse per loro come imparare una lingua: dovrebbero crescere parlando le due lingue, e allora comprenderebbero naturalmente entrambe, e parlerebbero senza accento. Se i bambini ascoltano musica classica prima di diventare cinici, prima di pensare che non è “cool” ascoltare musica classica, la potranno comprendere facilmente, perché la musica è davvero un linguaggio semplice e chiaro. E penso sia piuttosto facile, in fondo, parlare di musica con le parole: anche se, ovviamente, non è la stessa cosa, altrimenti la musica non avrebbe bisogno di esistere! Ma senza dubbio c’è una connessione tra parola e musica. Di alcuni compositori, come Schumann, un compositore visivo e letterario, posso descrivere la musica per mezzo di immagini. Altri sono più astratti, e più difficili da descrivere a parole. Credo che, in fondo, dipenda, soprattutto, dalla personalità del compositore.

 

Ascoltando Steven in concerto, siamo rimasti colpiti dalla totale assenza di filtri tra l’idea musicale e la sua resa; la totale simbiosi tra gesto agogico e gesto, azione musicale.

Per me, il mio lavoro è come quello di un attore: entrare nel carattere della musica per diventare la musica stessa. Per me, è esattamente come parlare, anzi a volte in un certo senso è anche più evidente del parlare. Certo, sono cresciuto con la musica classica: penso che fin da quando sono nato ci fosse musica nella nostra casa; ed era così per tutta la famiglia, la musica era realmente un linguaggio tra noi.

 

Vederlo nei panni dell’insegnante è proprio affascinante: quello che comunica, oltre a una espressività davvero efficace e a una pulizia tecnica notevole, è l’entusiasmo con cui cerca di scuotere i ragazzi (un po’ intimiditi dalle sue frequenti ma simpatiche prese in giro e dalla presenza di un pubblico che non perde un minuto delle sue 4 ore di lezione) e li accompagna per mano nell’approfondimento dei brani e degli autori.

 

Qual è il compito di un musicista oggi? Tanti esecutori cercano nuove forme tentando di rinnovare il concerto tradizionale, ritenuto in via d’estinzione, suonando in luoghi insoliti o cercando di attirare un pubblico diverso. Lei, però, continua a esibirsi in concerti tradizionali e in tradizionali sale da concerto.

Non c’è nulla di male nel tentare nuove forme, ma il nostro lavoro è principalmente quello del musicista: semplicemente, dobbiamo suonare la musica in modo onesto, cercando di ricreare quello che il compositore ha scritto. Questo è il mio obiettivo, e io amo la forma del concerto tradizionale; fin da quando ero bambino amavo la magia del concerto, gli abiti dei musicisti, insomma il rito del concerto. Tutto era davvero un’occasione magica, e penso che anche oggi lo sia. Va bene suonare in luoghi diversi dalle sale da concerto o cercare un pubblico diverso. Ma quello che dobbiamo sempre tenere a fuoco, e che a mio avviso alcuni musicisti che sperimentano non sempre hanno chiaro, dovrebbe essere il compositore e la musica in sé. Allora comunichiamo, e solo allora il pubblico non sarà insoddisfatto o annoiato.

 

Un’ultima domanda riguarda i suoi progetti futuri. Steven ci risponde citando la sua agenda densa di concerti con repertori diversissimi, concentrati in poche settimane.

Sì, è tanto lavoro, ma mi piace essere occupato: ora posso dire che amo la musica ancora più di quando ero bambino, e penso che questo potrà essere vero per molti bambini in cui sarà piantato il seme della musica classica che, se adeguatamente curato, crescerà sempre più nelle loro vite.

 

(Giacomo Grava)



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