PATRIZIA LAQUIDARA/ “Il canto dell’Anguana”, tra inquietudini e nostalgia

- La Redazione

Nella nuova opera della cantante siculo-vicentina, l’inquietudine di un viaggio avventuroso e sempre accompagnato dalla nostalgia. La recensione di ALESSANDRO BERNI

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Patrizia Laquidara (particolare della copertina del nuovo album)

PATRIZIA LAQUIDARA – IL CANTO DELL’ANGUANA – Dice Patrizia di questo disco “Perché ho voluto farlo? Prima di tutto perché volevo imprimere in un nastro che rimarrà nel tempo una collaborazione preziosa con gli Hotel Rif, un gruppo di musicisti vicentini con cui da 10 anni collaboro nell’ambito della musica popolare. Assieme a  loro è nata l’idea di realizzare questo progetto.  Poi per fare un dono cantato alla mia terra d’adozione. Perché  si sappia che in Veneto c’è anche questo. In questo disco si parla di identità. Un’identità che non è fissa e immobile come vogliono farci credere. Ma, anzi, un’identità che si sposta, viaggia. Perché le culture popolari sono bastarde, meticcie, migranti, impure, cacciatrici di miti. Viaggiano, si mischiano, si abbracciano e fanno nascere nuove culture, a volte anche con violenza.  La lingua  e la musica davvero contengono sempre e comunque le tracce di altri popoli.  Il noi e il voi non esiste. Esiste il noi “…” con caparbietà e tenacia ho messo tutto quanto avevo a  mia disposizione per portare a termine questo lavoro e per dare voce  a questa figura così controversa, cosi fatata e inquietante, creatura ai limiti, mito delle acque terrificante e seduttrice: l’anguana…“.

Insomma  il proprio io è un itinerario, un viaggio continuo nel quale – per dirla con Chesterton – non basta nessuna casa terrena per guarirci dalla santa nostalgia che ci tormenta.  E dove la figura anelata qui ritratta racchiude a un tempo, in veste di espediente letterario, il bello di chi si ama e il suo esatto contrario.  Da un lato l’attrattiva per la sua natura misteriosa e dall’altro il volersene appropriare che ne viola la purezza e ne rivela una seconda imprevista natura.

E’ questa strana inquietudine che si rintraccia in questa nuova opera della musicista/cantante siculo-vicentina, un disco di musica popolare secondo tutti gli intenti laddove i precedenti lavori coniugavano una nevralgica anima folk con un tipico lessico d’autore e con accurate declinazioni pop del fado, della bossanova e delle nostalgie brasiliane.  E ad ogni buon conto in questo magnifico nuovo lavoro si ritrova pienamente la fisicità musicale acquisita in precedenza dall’autrice con un’aggiunta nell’esplorazione dell’area centroamericana e una momentanea messa a riposo di quella più intimamente e soffusamente mediterranea (non compaiono le fioriture danzanti e madrigalistiche rintracciabili  in “Le Rose” uno dei capolavori tratti dal primo album musicato dall’elegante scrittura di Fausto Mesolella).

Così in “Ah Jente de la Me Tera” si svela un’inedita influenza ispanica che proietta l’ascoltatore in un viaggio tra paesaggi da film western, scorribande in zone di confine e saghe che richiamano maschere di zorro, il tutto trasfuso in una danza cantata e giocata tra vocalità sinuosa ed elegante e fascinazioni più scapigliate e zingaresche come risulta evidente nella divertente chiosa recitativa. 

Atmosfere da film e profumi centroamericani si riaffacciano nella leggiadria danzante di “Reina d’Ombrìa” dove è notevole  l’elegante esposizione iniziale di oboe/fisarmonica non più replicata nel resto del brano.  Stessi umori da area remota e da radure selvatiche si trovano nell’incessante cavalcare de “La Tita Tata”.

Le suggestioni brasiliano-portoghesi sempre ricorrenti nello stile musicale definito dall’autrice si sovrappongono qui a un canto tradizionale da lavandaie (reso a dovere dal gruppo delle Canterine del Feo in “La Fumana”) come a voler imprimervi una pennellata di colore ambrato grazie alle tipiche vocalità lunghe e malinconiche di estrazione lusitano-sudamericana.  Si arriva così al divertissment stile scioglilingua-vaudeville di “Tiketetanda” dove il crossover quasi incontrollato rivela al contempo influenze talora correlate alle danze e ai rondò veneziani.

Atmosfere del nord-est d’Italia rivestono invece le ninne nanne di “Dormi Putin” e di “Nota d’Anguana”.  Quest’ultimo brano rappresenta forse il supremo affresco di quest’opera, tale è la sua grazia che si compone di note vocali lunghe che arieggiano ancora suggestioni sudamericane, di un soave e fanciullesco tema d’oboe appoggiato dalla fisarmonica e di melodie corali larghe da canto alpino rese insieme alle Canterine del Feo (quintetto vocale femminile di settantenni-ottantenni del Feo, contrada sita nel comune vicentino di Monte di Malo). E’ proprio in questa sconfinata e struggente aria che viene rappresentato il tema del proposito di conquista della creatura dolce e misteriosa che si finisce per perdere una volta avvicinata nel gesto di volerla afferrare.

Atmosfere strettamente connesse a questa pietra miliare si riaffacciano nell’altrettanto evocativa “Livergòn” (dal nome del torrente che scorre a Monte di Malo) dove – punteggiato da un tenero acquarello di flauto – rieccheggia quel respiro di preghiera e si snodano ulteriormente con mirabile delicatezza le larghe arie maestose delle corali alpine.

Altro momento non meno memorabile è l’accelerato della taranta-villanella di “L’Anema se Desfa” avvolgente danza ruotante attorno agli staccato squadrati di voce e fisarmonica che disegnano un quadro iterativo serratissimo perfetto per far presa su anima e corpo secondo il lessico moderno rintracciabile negli ensemble caposcuola del folk campano quali Nuova Compagnia di Canto Popolare, Ambrogio Sparagna e Napolincanto.  A chiudere l’opera le particolari modalità vocali de “Il Canto dei Battipali” giocate in bilico tra ritmica tribale ed epica declamazione da antico inno di brigata, un degno suggello a un disco straordinario.

Un caro amico a cui ho fatto ascoltare questa settimana alcuni dei brani portanti del disco, mi ha detto di essere rimasto impressionato dalla bellezza della natura cangiante del canto di Patrizia, ora aggressivo e impetuoso ora elegante e amabile, ma così unicamente riconoscibile nella sua identità e fisicità.  A quest’amico (e a molti altri) regalerò l’album in questione.  In attesa del disco italiano della consacrazione, si può fieramente rendere onore a questa splendida pagina di musica a un tempo tradizionale, popolare ed universale.

(Alessandro Berni)

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