IL CASO/ Perché il Belgio censura la musica di Jacques Brel?

- Silvia Guidi

SILVIA GUIDI racconta la vicenda del cantante belga Jacques Brel. Dagli esordi solari al successo parigino che lo porta a un esistenzialismo filo anarchico, ma senza tradire le sue radici

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Jacques Brel

La “guerra delle parole” in Belgio  stavolta ha lasciato sul campo una vittima celebre. Il paradosso non potrebbe essere più stridente: a Bruxelles, nella stazione della metropolitana “Jacques Brel” è vietato ascoltare Jacques Brel. L’azienda dei trasporti pubblici della città, la Stib, ha bandito il francese e il fiammingo, le due lingue ufficiali del Paese, dal suo circuito musicale.
La decisione è arrivata in seguito alle proteste degli utenti di lingua fiamminga, che chiedevano par condicio anche per le loro canzoni, decisamente in minoranza. Alle maglie della censura non è sfuggito neanche Brel, il simbolo stesso della “belgità” in musica, e l’emblema di una tenace lotta alla stupidità  (propria e altrui) che non si ferma neanche davanti alle porte sbarrate del proprio ego.

Le grand Jacques aveva, infatti,  il dono di un’autoironia molto più sostanziale che formale, una facilità a mettere in discussione se stesso più unica che rara nel mondo degli chansonnier.
Nelle canzoni di denuncia, o nei brani in cui prende di mira l’ipocrisia e la grettezza della provincia profonda, o i luoghi comuni e le frasi fatte che si ascoltano per  strada, l’autore non si tira fuori, non si sente “a posto” e neanche si atteggia a censore dei vizi altrui, ma ha il coraggio di vedere anche  in se stesso i sintomi dei difetti e delle meschinità che mette alla berlina.

La sua ispirazione affonda le radici nei movimenti cristiani attivi a Bruxelles nei primi anni Cinquanta, un argomento su cui le biografie ufficiali di solito preferiscono sorvolare, come se fosse un dettaglio imbarazzante  o un errore di gioventù da passare sotto silenzio. Sono gli anni in cui Jacques sogna di lasciare la sua città per cercare il successo a Parigi. È ancora un giovane cantante di cabaret che si nasconde sotto lo pseudonimo un po’ goffo di “fantasista Jacques Berel” aggiungendo solo una lettera in più al suo cognome. I testi delle sue canzoni sono ottimisti, solari, pieni di fiducia nella vita e rispecchiano gli ideali del movimento della Franche Cordée, una sorta di confraternita giovanile di volontariato cristiano.

Canzoni considerate troppo pie nel mondo dello spettacolo parigino, tanto che George Brassens  affibbia al giovanissimo chansonnier il soprannome di abbè Brel.  Il pubblico e la critica francesi non apprezzano subito la sua musica: “ci sono ottimi treni per Bruxelles” scrive un giornalista dell’epoca, prendendosi gioco di un accento che “fa provincia”. Ma Jacques Canetti, fratello del più celebre Elias, crede in lui: gli dà la possibilità di incidere i primi 33 giri  e Juliette Gréco registra una sua canzone.

Nel 1961 arriva l’incoronazione all’Olympia di Parigi grazie a Marlene Dietrich; una sera la diva dà forfait e il responsabile del teatro chiama a sostituirla Jacques Brel: è il trionfo. Con il successo, cambiano anche stile e contenuti. Le prime incisioni – bollate come “canzoni da oratorio” – vengono  archiviate in fretta e l’ottimismo cristiano degli esordi viene sostituito da un esistenzialismo filo anarchico e insofferente di ogni autorità.

Un tema ricorrente nell’opera di Brel è quello del disprezzo per la bêtise, un termine che si adatta bene anche alle recenti rappresaglie linguistiche di Bruxelles. Bêtise non significa solo stupidità, ma anche paresse, pigrizia, e soprattutto, passività; è la mediocrità  incoraggiata dalla cultura dominante che consiglia il lasciarsi vivere, l’amnesia di se stessi. Bêtise è accontentarsi, senza aspettarsi niente dalla vita, senza darsi da fare per ottenere niente, “uno che dice vivo e mi basta” come spiega Brel in un’intervista, aggiungendo altre immagini ancora più forti: è grasso sul cuore, è l’incantesimo malvagio che blocca il mondo. Ma non riguarda solo gli altri: ne “L’aire de la bêtise”, l’io narrante alla fine dell’invettiva vede tracce di mediocrità anche nella sua stessa immagine riflessa nello specchio.

Questo desiderio di autenticità, tipico della regola di vita della Franche Cordée che consigliava ai suoi affiliati di scegliere e custodire l’essenziale,  tornerà come un fiume carsico che riemerge da sotto i detriti alla fine della sua vita, quando sceglierà di stabilirsi alle isole Marchesi per rifugiarsi lontano dai riflettori, “in un posto dove l’impiegato delle poste mi chiede come mi chiamo”, come dirà ai giornalisti che gli chiedono il perché della sua fuga. 

Con il tempo, e con il consolidarsi del suo successo, Brel si riconcilia anche con la sua “belgità”, la sua identità fiamminga e francofona insieme. Sono passati i tempi in cui il suo accento veniva considerato provinciale a Parigi; in “Marieke”, può permettersi di inserire qualche verso nell’idioma delle Fiandre nel ritornello perché “le consonanti del fiammingo aiutano a far vedere con i suoni l’immagine del vento che corre sulla pianura”.

L’operazione funziona: registra una versione integralmente fiamminga di “Marieke” e farà lo stesso con “Le plat pays” e  “Les burgeois”, facendosi tradurre i testi da Ernst van Altena. Ma i paladini della “cultura del piagnisteo” di Bruxelles (il pamphlet acido e intelligente sulla saga del politicamente corretto di Robert Hughes non è mai stato così attuale) sono troppo occupati a contestare l’accento dei controllori, cronometrare il minutaggio delle playlist nemiche e scrivere vibrate lettere di protesta  per avere il tempo di ascoltare un vecchio disco di Brel e scoprirlo.

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