MEETING/ The Chieftains, una tradizione viva alla scoperta del mondo

- La Redazione

The Chieftains, la storica band di musica popolare tradizionale irlandese al Meeting di Rimini. L’intervista a Paddy Moloney e John Waters. La musica e il valore della tradizione

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The Chieftains

«Ho sempre trovato gli italiani molto appassionati di musica irlandese. Da noi, forse, ne siamo così abituati che non ci colpisce più allo stesso modo». John Waters, firma storica del giornalismo musicale irlandese, inizia così il suo racconto a IlSussidiario.net. «Quando si è cominciato a discutere su chi invitare al Meeting dall’Irlanda, la risposta si è posta come ovvia: i Chieftains. I più grandi e quelli attivi da più lungo tempo: 50 anni e 50 album. Rappresentano un fenomeno unico in Irlanda, hanno preso la tradizione e l’hanno portata in ogni tipo di “avventura” in giro per il mondo. In questo modo, hanno fatto conoscere all’Irlanda questa tradizione, creando alleanze con molti altri tipi di cultura. Per questo, non è stata una decisione difficile. Poi, un giorno ero da Starbucks  e pensavo a come trovare il numero di telefono di Paddy Moloney. Mi sono girato e lui era lì. È stato così semplice, è accaduto, un incontro in uno Starbucks! Una volta che una cosa è decisa, ed è giusta, accade. Questa è la risposta».
Davanti a noi Mr. Moloney, il leader, l’anima della band sia come polistrumentista che come voce narrante di ogni spettacolo. Mancano poche ore al concerto che si terrà nella Fiera di Rimini che ospita il Meeting, ma ci concede ugualmente un’intervista.

La vostra musica, pur abbracciando molti altri generi, ha al centro la tradizione musicale popolare irlandese. Come concepite il vostro rapporto con la tradizione?

Noi siamo la musica tradizionale. Per noi è importante suonare la nostra musica. La gente finisce col rispondere sempre, anche se non è irlandese. Come disse una volta una famosa attrice,  questa è “musica che ti prende allo stomaco”.
Mi ricordo di aver suonato a Milano per la prima volta nel 1979, con il pubblico che non capiva  le mie battute, ma riconosceva le melodie. La stessa cosa che successe suonando Funiculì Funiculà con gli U2 e Pavarotti.

La tradizione nel vostro caso apre perciò all’incontro con gli altri?

Avendo fatto così tanti album tradizionali e vinto sei Grammy, abbiamo cominciato a essere invitati a suonare con altri gruppi. Gente come Mick Jagger, Paul McCartney, James Galway e Van Morrison.
Il nostro ultimo progetto è stato l’album messicano San Patricio e, date le influenze europee sulla musica messicana del diciannovesimo secolo, incluse quelle irlandesi, è stato un grande progetto.

In Irlanda questa tradizione è ancora viva?

Direi di sì, anche grazie ai Chieftains è stata portata a un pubblico più ampio. Oggi ci sono tantissime scuole che la tengono viva.
Con il cosiddetto revival folk degli anni ’60, con l’entrata in scena di Dylan e Pete Seeger, la gente ha cominciato a interessarsi con uno spirito nuovo. In alcune parti dell’Irlanda non era necessario, ma a Dublino molti irlandesi stavano iniziando a perdere questo legame.
Negli anni l’aumento della popolarità dei canti e delle danze tradizionali è stato impressionante. Oggi c’è un intero canale televisivo dedicato all’insegnamento della musica irlandese.Sono convinto che se tutto in Irlanda avesse avuto lo stesso successo della sua musica, domineremmo il mondo.

«A questo proposito – interviene Waters – penso che sia importante la distinzione fatta da Don Giussani, l’iniziatore del movimento da cui è nato questo Meeting. Giussani distingue tra tradizione e tradizionalismo. La tradizione è la saggezza dell’eredità, qualcosa di vivo. Il tradizionalismo è l’ossessione di conservare qualcosa mantenendolo al riparo dalle altre influenze. Penso che i Chieftains lo spieghino bene con la loro musica, dato che in Irlanda c’è stata questa tendenza alla purificazione, non solo nella musica. Dato che la nostra cultura è stata a un certo punto troncata, è come se noi pensassimo di doverla riprendere e porla in una scatola per tenerla al sicuro. Credo che ci sia voluto del coraggio per resistere  a questa tendenza e dire, come disse Giussani, che abbiamo bisogno della tradizione, ma che abbiamo bisogno anche della libertà. Questa è la storia dei Chieftains, secondo me: tradizione e libertà unite nella celebrazione della vita.
La nostra vita è qui nella musica, nella nostra danza. Questa è la vita dell’Irlanda davanti a voi e questo è irresistibile sia per i giovani che per i non giovani. Non ci si può opporre a un simile fatto, questa è la risposta. Nel mondo moderno ci si dispera riguardo ai valori e ci si lamenta perché i giovani mancano di questo o di quello. Ma ai giovani non mancano le forze fondamentali, desiderio e attrattiva. Se qualcosa è reale, loro lo abbracceranno».

Ma dopo 50 anni di musica, di tradizione e di libertà, cosa state cercate ora? 

Stiamo lavorando a un album di poesie che uscirà il mese prossimo. Abbiamo preso uno dei nostri più vecchi poeti viventi, John Montague e lo abbiamo portato in studio.
Stiamo inoltre progettando una nuova avventura, di cui non posso parlare ancora nel dettaglio. L’idea è quella di coinvolgere con giovani band internazionali di successo, che però abbiano una tradizione.

Qualche altra anticipazione?

Sarà l’album celebrativo  dei cinquant’anni dei Chieftains. I giovani parteciperanno in parte a questo progetto. Sono band che provengono magari da un rap anche piuttosto grossolano, ma che  si stanno indirizzando verso la melodia, la tradizione e le radici. Sentirete…

(Maria Blond)

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