SUMMER MUSIC/ Da Amelie a Nerina Pallot, 5 dischi doc per l’estate

- La Redazione

Prosegue il viaggio attraverso alcuni possibili percorsi musicali per scoprire qualcosa di bello e di inaspettato in questa Estate 2011. Le cinque proposte di ALESSANDRO BERNI

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Da Amelie a Musica Nuda, 5 dischi per l'estate

Prosegue il viaggio de IlSussidiario.net attraverso alcuni possibili percorsi musicali per scoprire qualcosa di bello in questa Estate 2011. Spunti, consigli e appunti da provare e commentare. Le precedenti puntate: SUMMER MUSIC/ Cinque dischi di nicchia per un’estate da scoprire; SUMMER MUSIC/ Niente di meglio di “danza kuduro”? Cinque dischi live per l’estate.

Amelie, “Amelie”: a dispetto del nome esotico trattasi di vocalist milanese – all’anagrafe Paola Memeo – che ci regala un bell’EP di esordio. Un compendio agile e conciso delle migliori emanazioni morbide della musica italiana e straniera con bilanciati riferimenti a capostipiti del genere quali Michael Jackson (suo grande amore musicale), soul-pop nostrano (la brava e dissolta Camilla, la prima Chiara Canzian), cenni d’autore (il piglio garbato della compianta Roberta Voltolini rinvenibile in “Passo e Chiudo”, unico brano di titolarità quasi esclusiva dalla stessa Amelie) e frizzante slow fusion.  Il risultato è un disco che è un autentico viatico per la sua balsamica immediatezza scevra da overprocessing, che si ascolta tutto di un fiato e si snoda volutamente – per esaltarne il limpido impasto – su un tappeto sonoro che privilegia le alte frequenze con approccio più controllato su quelle basse. 
La scrittura spazia tra levigato pop di alta selezione (“Cellophane”,  il fiabesco-cartoon di “Je Suis Amelie”, “Le Belle Parole” e “Come Si Fa”), le citate implicazioni d’autore di “Passo e Chiudo” e ascese di grande respiro e incisiva eloquenza ora con un taglio di melodramma come in “Divario” ora in una “Just For You” reminiscente di calde tonalità fusion-dance in odore di europop alla Novecento. Nei brani lenti in particolare e mediatamente in quelli più leggeri si svela il prezioso tessuto vocale di quest’artista che ricorda in maniera impressionante il bagliore espressivo di Petra Magoni affrancandosene per una maggiore affabilità e calore a fronte della sideralità più fredda della pur fenomenale collega.

Nerina Pallot, “Year of The Wolf”: L’unica straniera del lotto, ma con una carriera che conta già quattro lavori pubblicati, autrice poliedrica a tal punto da sfuggire a qualsiasi classificazione foss’anche meramente indicativa, propone un coagulo di stili che abbracciano pop e cantautorato angloamericano degli ultimi 40 anni percorrendo aree sterminate che comprendono così la narrativa preziosa delle Joni Mitchell, Tori Amos, Kate Bush, come l’irriverenza delle Debbie Harry, Sharleen Spiteri, Alanis Morissette, la garbata fragranza di una Natalie Imbruglia transitando per la scrittura multiforme di una Laura Nyro e quella identitaria di una Sheryl Crow. 

La Pallot viene a collocarsi in una zona contigua a ciascuno di questi modelli creando un limbo sonoro a un tempo felice, sorprendente, drammatico e stravagante e disorientando l’ascoltatore in un bailamme di soluzioni stilistiche e armoniche senza requie e stabili punti di riferimento.  Mentre i primi due album “Dear Frustrated Superstar” e “Fires” giostravano tra momenti di alta intuizione (con il vertice dell’epica istantanea d’autore di “Idaho” dal secondo album), la cantautrice britannica pubblica tra il 2009 e il 2011 due notevoli raccolte all’insegna di una qualità elevata e senza cedimenti.  La prima “Graduate” titolata dall’appena conseguita laurea in letteratura inglese, offre colori più accesi ed elettronici ed annovera quattro straordinari brani nelle sferzanti “Everthing’s Illuminated” e “Real Late Starter”, nel denso affresco introspettivo di “It Starts” e nella pastiche psichedelico-crowiana di “Cigarette”, mentre questo lavoro di fresco rilascio opta per un tessuto sonoro più morbido e tradizionale che coniuga allegria danzante di archi in odore di Motown abbinato alle più ispirate istanze rock e d’autore.  Così il soul scanzonato di “Put Your Hands Up” già recensito su queste pagine lascia spazio ad una tosta e graffiante “Turn Me On Again” per raggiungere il vertice nella cangiante rock ballad di “I Think” e nella spiazzante “All Bets Are Off”, geniale e insolito chiaroscuro tra serrato gospel rivestito di archi ridenti e scrittura vocale venata di malinconica nostalgia.

Musica Nuda, “Complici”: il progetto che vede in scena il contrabbassista Ferruccio Spinetti (Avion Travel) insieme alla prodigiosa vocalità di Petra Magoni, di cui parlavamo prima, (ugola che coniuga la melodia italiana d’antan, il jazz e la padronanza tecnica derivata dagli studi di musica sacra), nei primi due lavori ha messo a nudo più che la musica in sé, i limiti dell’approccio adottato che si è tradotto perlopiù in reinterpretazioni di classici di diverso spessore e livello fino a ricomprendere vere e proprie riduzioni a cabaret/avanspettacolo di inni strapaesani della nostra canzone (su tutti una “Non Ho L’Età” grottesca sino al fastidioso).  La pubblicazione di questo nuovo lavoro è da accogliere come una salutare boccata d’aria fresca perché dà finalmente la possibilità a questo duo un po’ sballato di raccogliere la sfida del misurarsi con materiale in prevalenza scritto ex novo da loro o apposta per loro. 

Il risultato è sorprendente per almeno una buona metà del disco con un bel filotto di brani travolgenti in sequenza a delineare un bell’incipit. Scorrono così una pimpante “Vado Giù”, e a seguire “Una Notte Disperata”, bello zibaldone di melodia d’autore e anni’60 dalla penna sempre più ispirata di Pacifico, quindi “Complici” convincente performance di una collaborazione d’autore a suo tempo rilasciata da Marrale e Lauzi e una “Lei Colorerà” con il primo Spinetti che sia dato sentire ben centrato sulla creatura “canzone” e che si lascia alle spalle le divagazioni mascherate dei primi tempi del duo.  Duo che più avanti tra i solchi ci regala un gioiello nella sgusciante “I Giorni di Festa” in bilico tra luccicante ironia fanciullesca e humus nostalgico, spirito con cui viene tra l’altro abilmente riletta la conclusiva “Felicità” di Dalla, mentre “Bach Aire” (ovvero il vangelo Bach secondo Jarreau) offre il destro a maga Magoni di sviscerare in maniera febbrile e catartica il proprio sfavillante bagaglio tecnico-accademico.  In questo contesto si possono perdonare le divagazioni dei nostri che in buona parte fanno ancora capolino.  Un disco per chi vuole dare una possibilità a questo ensemble, rifuggendo i sospetti destati dalle loro prime uscite.  Il prodotto stavolta per la maggior parte è degno della migliore attenzione.

Chiara Canzian, “Il Mio Sangue”: la veneta figlia d’arte (del bassista dei Pooh e di una bellissima e misconosciuta voce come Delia Gualtiero) viene introdotta nel music business con malcelata impazienza ancora diciannovenne esordendo peraltro con un bel brano di forte impatto melodico e dalle risoluzioni armoniche tutt’altro che convenzionali nel Sanremo di due anni orsono (“Prova a Dire Il Mio Nome”). A ciò fa seguito un obbligatorio primo album che sconta il peccato originale di averne demandato la creazione ad autori designati con la specifica commissione di inventare una risposta aggiornata ad artiste già affermate in un ambito ben presidiato dello star-system nostrano (Giorgia, Simona Bencini).  Così mentre il lavoro sembra prendere quota dove lo stesso si avvale della collaborazione di un ottimo e sottovalutato forgiatore di melodie come Miki Porru, per altro verso si smarrisce quando si affida alla scrittura farraginosa e ultramanierista di Niccolò Agliardi.  Oggi la Canzian si ripresenta nella prevalente qualità di autrice del suo lavoro e regala – coadiuvata in fase di arrangiamento da giovani, bravi e scalpitanti musicisti – un album di inconsueta maturità e bellezza per l’ancora giovane età della sua titolare.

Un album dove le radici, il lievito e il sale sono rappresentati da una sofferenza vissuta e oggetto di un’interessante e schietta elaborazione su di sé giocata con classe innata e intelligenza a partire dalle proprie origini solari e mediterranee in una fascinosa combinazione con il fervore di stampo esistenzialista di certo rock and roll caro alla nostra (Buckley, Morissette, echi di Rush e Led Zeppelin).  In questo bel lavoro svettano tra le altre il dolente minimalismo venato di schegge jazz della fremente “Il Mio Sangue”, lo splendido ostinato e avvincente rock anthemico di “Senza Se”, l’esplosione liberatoria di “Dimmi Che E’ Vero”, e ancora la fresca fragranza della ballad “Scrivi d’Oro” e la avvincente ascesa melodica di “Che Colpa Avevo Io”.

Tony Canto, “Italiano Federale”: Se vi capita qualsiasi tipo di incontro ravvicinato con questo nome su scaffali reali o virtuali che siano, non lasciatevelo sfuggire.  La possibilità concreta è di scoprire un musicista e autore di grande spessore e di trascorsi di importante incidenza. 
Messinese, chitarrista di evidente talento (con o senza “plug”), elemento trainante di Arancia Sonora gruppo di supporto di Mario Venuti, autore e coautore di parte preponderante dei primi due album di uno dei più grandi talenti della musica italiana come Patrizia Laquidara, e ancora produttore di altri nomi emergenti come Alessandro Mannarino. Questo curriculum viene arricchito dal particolare approccio riservato alla produzione in proprio dove agli elementi distintivi dell’opera altrui, se ne aggiungono di inediti e stimolanti.  Mentre il primo lavoro del 2009 mette a fuoco e definisce una lunga serie di esperienze musicali pregresse quali contaminazioni di forbita melodia, jazz e Brasile (su tutte la splendida “Contraddizioni” devota al riferimento caro all’autore di Joao Gilberto), imbucate folk ora di respiro sconfinato e struggente (la danza popolare “1908”, capolavoro che prende spunto dal terremoto di Messina con un prezioso ascendente nel Modugno di “Malarazza”) ora sforbicianti e irriverenti (la smagliante “Il Suonatore e il Prete”), il lavoro pubblicato nella primavera di quest’anno estende un percorso già iniziato in parallelo con il brano “La Strada”, ovvero l’esplorazione dell'”altro” popolare, quello stretto, sanguigno e bizzarro del musicante di ringhiera o del vicolo o ancora del canzoniere regionale dell’emigrante che torna dall’estero per le vacanze nel sud italia rigorosamente su intercity, tutto questo e altro ancora viene espresso in “Italiano Federale” e “Ti Amo Italia”, l’una beffarda e stornellante, l’altra imbevuta di aromi dixieland codificati Carosone e mambo italiano.  Il disco tocca bellissimi vertici con la pizzica scatenata e densa di seduzioni anche culinarie di “Non Mi Ne Vaju” e con la riflessione autoironica e pensosa su melodia retrò di “Chi Sarò”.
Il tutto in una girandola di tematiche che sembrano offrire uno spaccato dell’italianismo dell’ultimo secolo dalla sagace querelle federalista (quasi a voler sottolineare che la Sicilia è sempre stata un federalismo a sé stante), al ritratto dell’amante latino fanfarone, all’italiano invadente come il Sordi petulante e querulo di “Mamma Mia che Impressione” (“Il Polpo”) o all’amore declamato nel particolare suadente e un po’grottesco “twang” anni venti (“Cuore Visionario”).

(Alessandro Berni)



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